il tuo corpo è bello

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amore mio, il tuo corpo è bello
come una cosa semplice che prendi tra le mani
è bello come l’odore consueto
delle mattine al risveglio dalle notti
il tuo corpo è bello
come il pane sulla tavola
come sterrato di campagna
il tuo corpo sta nella perfezione sghemba del creato
non taglia come tagliano i diamanti
non è l’eccezione che risalta nelle basse maree
ma ha la quotidiana rinascita delle albe
la quotidiana fine dei tramonti
il tuo corpo è bello come la terra
senza vestiti, senza rivestimenti
il tuo corpo è bello come le foglie
nell’effimera caduta invernale
nella duratura permanenza dei sempreverdi
il tuo corpo semplice e comune
respira come respirano i cieli
canta come cantano le stelle
amore mio, poni il viso
nella semplice presenza delle mani
perché il tuo corpo è bello
come l’acqua che prendi al bicchiere
come la penna che distende le parole
come una piccola pianta
condimento delicato del pasto più umile
perché il tuo corpo è bello
nel quotidiano respiro delle cose

r 099 rito

preghiera

r 099 rito

dammi forza
forza di amare
forza di vivere
di semplicemente stare
in mezzo alle cose che muoiono
in mezzo alla nostra violenza quotidiana
alla tua rabbia alla mia inadeguatezza
in mezzo alle cose che fioriscono
e ancora e ancora germinano
dammi il vigore
delle gambe che sostengono i cieli
delle gambe pronte al cammino
dammi il vigore
di una gazzella che corre
più veloce del vento
del tormento di farcela
a restare qui
tra la mano che accarezza
e quella che divide
dammi la forza
della corteccia che riveste gli alberi
dammi il vigore
del sangue che pulsa nelle vene
perché io ecco, perché ecco
io muoio ogni giorno un poco
con le cose che muoiono
perché io ecco, perché ecco
io vivo ogni giorno un poco
con le cose che vivono
con le stelle, le albe
i tramonti che fuoriescono dalle labbra
le lune che migrano dalle ciglia
per il desiderio di essere amato
per le ginocchia malandate
per le scatole magiche
che custodiscono i sogni di Isalé
per l’amore delle cicale
nude e bagnate
ancora vicine alla loro vecchia pelle
per il presente e per le tue care parole
per le mie sorelle massacrate
per i delfini e le grandi balene
per i morti per i vivi
per la lavanda, ospite della casa
per la chiave appesa
per il tè offerto nel silenzio di Sebastya
per questa maledetta
per questa sacra
per questa forsennata urgenza
di essere vivi, di essere qui
come terra, come acqua
aria e fuoco che brucia
che in sé vive, si consuma
e sempre rinasce

Corpi

Sto lavorando ad un nuovo progetto fotografico e poetico. Infondo giro e rigiro come una chiocciola su me stessa. In questi tempi bui, le domande e i pensieri si susseguono senza una direzione precisa.

Cos’è la bellezza di cui tanto parliamo? Cosa è l’essere umano? Cosa significa diventare umani?

La terra martoriata e bellissima, ostile e accogliente torna sempre con la figura della madre che vaga in cerca dell’umanità perduta dei suoi figli e delle sue figlie

http://www.iulamarzulli.com/corpi/corpi/

No!

goya

“I disastri della guerra” di Francisco Goya, 1810-20

Non ci sono parole…non ci sono parole eppure..ci sono.

Le parole delle ‘chiangimuerti’ di ora, quelle che lamentano i morti di ieri e i morti di oggi…non ci sono le parole…non ci sono le parole…ci sono le parole…quelle dei tantissimi poeti e poetesse in esilio…quelle sussurrate, quelle gridate nella gioia ancora possibile e nella disperazione.

Non si può ancora pensare il mondo a fette, non si può credere che il mondo possa resistere diviso per assi e supremazie. Questa esplosione che ogni giorno accade e che si incrocia con la tragedia quotidiana non la si può pensare per isole. Siamo tutti coinvolti, siamo tutti legati. Pensare, per fare un esempio, che la questione palestinese sia ristretta ad una determinata cerchia di paesi è una idea folle, insana, incapace di vedere quello che è stato fatto fino ad oggi.

Occidente/Oriente…categorie che forse potevano aiutarci a destreggiarci meglio geograficamente tra le tante bellissime terre di questo mondo martoriato, categorie che hanno finito con esasperare la divisione e il pregiudizio.

Leggete, leggete sempre, leggete quello splendido libro che è “Orientalismo” di Edward W. Said, leggete le poesie di Hikmet che vivono l’esilio senza fomentare l’odio, leggete i bellissimi testi di Joyce Lussu e quel prezioso libro, “Tradurre poesia”, da cui tanto si può comprendere delle miserie e delle bellezze del mondo che vive quotidianamente la guerra. Ma in guerra contro chi?

L’indignazione è una forma di perversione. L’indignazione non basta. L’odio ha radici lontane e la memoria deve essere nutrita. Le nostre scuole sono tutte da rifare. L’insegnamento della storia è tutto da rifare. Cosa si apprende di storia nelle scuole? Davvero basta la storia dei regnanti e degli sconfitti? Ma chi perde? Chi vince? La storia non è più possibile restringerla ad una nazione. L’odio di oggi ha radice nelle azioni di ieri e siamo tutti coinvolti.

Scrive Said: “nella Francia di fine Ottocento, si verificò un concorso di circostanze politiche ed intellettuali che fece della geografia e delle speculazioni geografiche uno dei passatempi più diffusi”. Questo per dire che la geografia non è una questione “neutrale”.

Il mio dolore personale non c’entra nulla. Posso anche piangere davanti al televisore che mi racconta dei 50, 60 dei 1000 morti. Ma continuo a mangiare la mia pasta asciutta, convinta che qui non succederà nulla. E se accade una strage si dimentica quella prima. E i nostri e dico, nostri, morti in mare, i nostri, cioè di tutti, morti in guerra, i nostri, e dico nostri, morti esplosi. C’è un suono ormai divenuto costante che riempie le orecchie e il cuore. Non è possibile non sentirlo.

Quale odio e quale intollerabile situazione rende possibile che una donna o un uomo si facciano saltare in aria? La vediamo come una cosa da barbari? Ma chi e da dove viene il concetto di “barbaro”?

Io non ci sto a cadere in questa colpa senza fine, ereditata da un cristianesimo in cui non credo. Non credo ai credo. Sono nata libera e poi? Non ci sto a creare in me l’odio. Siamo tutti coinvolti. Ho conosciuto ragazze e ragazzi palestinesi in Palestina, ed ognuno aveva perso il fratello, la sorella, la madre, il padre, il cugino, il nonno..in questa stupida guerra.

Eppure quei ragazzi e quelle ragazze parlavano di sogni, di teatro, di sorelle e lune.

Leggete, per favore, conoscete, staccatevi dai computer, ogni tanto, un poco poco, uscite nelle piazze, guardatevi attorno. E non è così lontano. L’università di Bari farebbe bene a fare i suoi eventi di cooperazione non nella piazza dell’Ateneo ma a piazza Umberto, tra i profughi e le donne rumene, tra i senegalesi e gli indiani.

Ed io chi sono? Cosa sono? Tutti noi siamo preziosi e importanti. Bisogna guardarsi negli occhi, partire dal piccolo. E leggere, ascoltare, per capire che ciò che succede non è un atto di follia, campato in aria.

Ogni atto di violenza è violenza ma bisogna anche distinguere le guerre, le guerre di resistenza, le guerre di occupazione e capire cosa ancora si può fare. E pensare che anche le piccole azioni di ogni giorno possono contribuire a cambiare questo disastro. E che l’ipotesi di un cambiamento non è solo una utopia ma che bisogna scavare, farsi male alle mani e prendersi cura delle mani di chi è attorno a noi.

Alcuni testi da “Tradurre poesia” di Joyce Lussu

‘Presa di coscienza’ di Agostinho Neto (Angola)

Terrore nell’aria!
in ogni angolo
vigili sentinelle bruciano sguardi
in ogni casa
si sostituiscono in fretta
i vecchi paletti alle porte
in ogni coscienza
formicola la paura di ascoltarsi.

La Storia sta per essere raccontata
di nuovo.

Terrore nell’aria!
Accade che io
uomo umile
ancora più umile nella mia pelle nera
torni a essere Africa
per me
con occhi asciutti.

‘Voglio essere tamburo’ di José Craveirinha (Mozambico)

Tamburo è vecchio di grida
o vecchio dio degli uomini
lascia ch’io sia tamburo
corpo e anima solo tamburo
solo tamburo che grida nella notte calda dei tropici

E nemmeno fiore nato nello sterpeto della disperazione
né fiume che corre verso il mare della disperazione
né zagaja temprata alla viva luce della disperazione
né poesia forgiata nel rosso dolore della disperazione.

Né nulla

Solo tamburo vecchio che grida nel plenilunio della mia terra
solo un tamburo di pelle conciata nel sole della mia terra
solo un tamburo scavato nei duri tronchi della mia terra

Io!

Solo tamburo che fa scoppiare il silenzio amaro di Mafalala
solo un tamburo vecchio sanguinante il batuque del mio popolo
solo un tamburo perduto nel buio della notte perduta

O vecchio dio degli uomini
io voglio esser tamburo
e non fiume
né fiore
né zagaja per ora
e nemmeno poesia

Solo un tamburo echeggiante canzoni di forza e di vita
solo tamburo giorno e notte
fino a consumazione della grande festa del batuque!

O vecchio dio degli uomini
lascia ch’io sia tamburo
solo tamburo!

giochi d’estate

se sono più segnata di così
che segno offrire al sogno
disegno di altra me che dormo

cattiva nata in cattività nativa
anche la mia metamorfosi
m’incunea nella forma che agogno

tutte le parole non basteranno
non basteranno i respiri
quando sublime avanza il male di ieri

il male le mele di un giardino vicino
eden di ieri ed eden di oggi
passo a passo al passo di questo cammino

è qui l’acqua più fresca ancora da bere
è qui la terra fertile da coltivare per bene
perché se non toccherò giardino amore
saprò di aver dato di ala e di cuore

vedi come si incendiano per bene i boschi d’estate?
è qui che cala l’ancora senza attraccare
per sola carezza
per un fondale che non vuole ganci
che non vuole buchi ma solo faglie

eccoci, dietro alle code dei gabbiani
in un giorno di caldo

myths-arab-spring

Siria-Iraq_la scrittura dell’esilio

Dal sito “Words without borders” http://www.wordswithoutborders.org/article/exiled-in-europe-an-interview-with-three-women-writers, scelgo un articolo che parla di tre scrittrici in esilio: due siriane e una irachena. Si tratta di Samar Yazbek, Rosa Yassin Hassan e Inaam Kachachi.
Tre esperienze di scrittura che, nonostante la lontananza dalla propria terra in guerra, si fanno portavoce di desideri, speranze, lotte, difficoltà che risiedono in Siria e in Iraq, tra devastazione e vita.

Samar Yazbek

yazbek

Samar Yazbek, giornalista siriana, scrittrice e attivista, nota in Occidente in seguito alla pubblicazione del libro “A Woman in the Crossfire” (Fuoco incrociato), un diario degli inizi della rivoluzione in Siria per il quale la scrittrice ha vinto il premio PEN Pinter. Yazbek è in esilio politico a Parigi sin dal luglio 2011 ed è d’accordo con la nozione di Wole Soyinka, per la quale uno scrittore è sempre in esilio, un esilio non solo fisico o geografico.

Yazbek si riferisce in parte alle sue origini alawite. Come la sua compatriota Rosa Yassin Hassan, in opposizione al regime di Assad, le donne entrate nel conflitto sono state esiliate dalle loro stesse comunità, che fanno capo alla stessa fazione del regime.

Yazbek afferma che la propria identità è la propria scrittura. “La mia casa è il mio linguaggio; il mio paese, la mia anima e la mia vita è nei miei testi”.
“Prima della rivoluzione volevo rimanere in Francia. Credevo fosse l’unica cosa che potesse permettere di sviluppare la mia scrittura…ora penso sia esattamente l’opposto. L’unico posto in cui posso andare è la Siria. E’ il mio unico destino ma, ovviamente, non posso tornare”.

La nozione di esilio che gli scrittori hanno evocato in passato, è ora cambiata con i social media, spiega Yazbek: “Oggi ci sono mezzi immediati di comunicazione. L’esilio non è solo legato alla questione della nostalgia. Sei in un luogo in cui gli odori e i rumori non sono quelli del tuo paese, ma è possibile comunicare costantemente e questo rende peggiore la situazione. Non si tratta semplicemente di ‘disconnettersi’ con qualcuno o qualcosa”.

L’esilio di Samar Yazbek a Parigi è stato intervallato da viaggi all’estero, conferenze sulla Siria, e da un viaggio clandestino in Siria. “Il mio libro più recente non è un romanzo, non c’è nulla di inventato” spiega Samar Yazbek. “Per scrivere narrativa devi essere in grado di concentrarti. Ho iniziato a scrivere il mio nuovo romanzo ma non so dove sta andando, in quale direzione. In questi ultimi due anni la letteratura è stata molto lontana dalla mia mente perché mi sono dedicata nel portare testimonianze raccontate dalle persone incontrate”.

NOTE:

●L’ultimo lavoro di Samar Yazbek, non ancora tradotto in Italia, è del 2015, il cui titolo potremmo tradurre con “L’attraversamento: il mio viaggio nel cuore distrutto della Siria”. In arabo:
“Bawwabat Ard al ‘Adam” e in inglese “The Crossing: my Journey to the Shattered heart of Syria”.
●Sul romanzo “The Crossing”, dal sito “SiriaLibano”: (http://www.sirialibano.com/siria-2/samar-yazbek-in-viaggio-nel-cuore-in-frantumi-della-siria.html) Nell’agosto 2012 Samar Yazbek è ritornata in Siria illegalmente, attraversando a piedi il confine turco. Questo è solo il primo di una serie di attraversamenti documentati in The Crossing. Una volta dentro, la scrittrice ha visitato le zone “liberate” dal controllo del regime e si è impegnata in prima persona per costruire scuole e offrire sostegno alle persone bisognose, ma ha anche raccolto storie di persone e famiglie intere di cui parla nel suo libro. È questo il miglior pregio di The Crossing: documentare le brutalità e le privazioni subite dai siriani, esaltando l’aspetto umano delle vicende. Se è vero che è un romanzo, The Crossing è anche e soprattutto una testimonianza, un’immagine veritiera della realtà siriana, come lo sono stati altri romanzi per il passato.
●Di Samar Yazbek sono disponibili in italiano: Il profumo della cannella, traduzione di Claudia La Barbera, Castelvecchi, Roma, 2010 e Lo specchio del mio segreto, traduzione di Elena Chiti, Castelvecchi, Roma, 2011.

Rosa Yassin Hassan

rosa

Rosa Yassin Hassan, il cui libro terzo, Hurras al-Hawa (Guardiani dell’aria), è stato a lungo nella lista per il Premio Internazionale per il Romanzo Arabo, è fuggita due anni fa in Germania con suo figlio. I suoi sentimenti, riguardo all’essere in esilio, sono comprensibilmente in conflitto.

“Ho lasciato la Siria, ma la Siria non mi ha lasciato” spiega Hassan “non è facile lasciarsi alle spalle la propria storia, anche se lo si desidera. In pochi minuti ci ritroviamo come alberi sradicati lontani dal nostro paese, le persone che amiamo ed i dettagli della nostra vita. . . Siamo circondati da sicurezza e stabilità ma sempre preoccupati. . . il rapporto tra l’esilio e il proprio paese di accoglienza è definito da una intensa sensazione di impotenza”.

“Detto questo ci sono aspetti positivi anche nell’esilio” dice Hassan “che senza dubbio influenzano la mia scrittura. Forse il mio punto di vista si è ampliato -essere lontana mi ha permesso di vedere particolari che non riuscivo a vedere da vicino. Ho avuto modo di conoscere culture differenti e questo mi ha portato ad una forma di ibridazione che in ogni caso arricchisce. La consapevolezza dell’importanza della scrittura è cresciuta durante l’esilio. Questo mi ha permesso di immergermi più profondamente nella scrittura analizzando differenti personaggi e le lotte politiche e religiose nelle società arabe. La mia partenza precipitosa mi ha fatto rendere conto che noi eravamo prigionieri di una serie di superstizioni consolidate ed ereditata senza poterle mettere in discussione. Questo ha avuto un’influenza negativa sulla nostra evoluzione sia come individui che come comunità”.

Proprio nella scrittura Hassan ha trovato il modo di poter esprimere le proprie identità: “Io posso scrivere ovunque. Ho scritto in situazioni davvero difficili –ho solo bisogno di un computer e di una tazza di caffè. Scrivere è la cosa più importante della mia vita e io vivo per scrivere”.

Hassan ha recentemente finito un racconto ambientato in Siria tra il 2011 e il 2012: “Si chiama ‘Coloro che sono stati toccati dalla Magia.’ Ho scritto di siriani che non sono menzionati nella stampa, persone che nessuno conosce, persone che vivono e muoiono nell’oscurità. Ho scritto di coloro che sono a favore e contro il regime, di rivoluzione, di amore e di morte e di tutte le sue contraddizioni. ”
Tutti i precedenti romanzi di Hassan sono stati vietati in Siria, e lei pensa che il suo nuovo lavoro, che sarà pubblicato a Beirut, avrà la stessa sorte.

La scrittura, per Hassan, è “estrarre ciò che è segreto. Trovare ciò che è stato fatto sparire, dire ciò che è non detto o nascosto. Tutte queste cose che sono sepolte nel profondo delle persone e nel cuore della società…Credo che la scrittura, oltre ad essere un’arte estetica che piace al lettore, è soprattutto un metodo di porre domande, di provocare e ci obbliga a pensare in modo diverso. La scrittura non offre risposte durante la vita ma crea domande. Non credo che la letteratura consiste nel creare un mondo immaginario in cui si può sprofondare. Il romanzo, in particolare, è la storia segreta dell’umanità perché la storia ufficiale è una grande menzogna scritta dai conquistatori e governanti”.

NOTE
●Sul sito di Editoria Araba (https://editoriaraba.wordpress.com/2013/03/22/arriva-bozza-di-rosa-yassin-hassan-un-romanzo-dedicato-ai-giovani-siriani/) si possono trovare notizie sulla scrittrice e sul suo libro “Bozza” scritto nel 2011 e tradotto in italiano da Fatima Sai.
●Sul blog “Libri Arabi” (http://libriarabi.blogspot.it/) si trovano notizie sul romanzo “I guardiani dell’aria” (Hurrās al-hawā’, 2009)

Inaam Kachachi

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Inaam Kachachi, giornalista e scrittrice irachena, ha vissuto a Parigi per trentatre anni- più a lungo di quanto ha vissuto in Iraq. A differenza di Yazbek e Hassan, lei non fugge dalla pressione politica ma è venuta in Francia per studiare e i suoi figli sono nati a Parigi. Kachachi è rimasta a Parigi con il peggiorare della situazione in Iraq e perchè “sono nata con un desiderio di libertà. Non posso vivere in Iraq come donna libera e indipendente”.

Eppure, per decenni, sentiva di vivere spiritualmente ancora in Iraq. “Nella mia testa sono ancora in Iraq. Dicevo sempre “chez moi”, indicando l’Iraq, e una volta una donna mi ha detto ‘La tua casa è qui!’ E ‘stato così strano sentire queste parole “.

Ma l’idea di vivere spiritualmente in Iraq è cambiata per Kachachi, in particolare con l’aumentare dell’estremismo. “Per essere precisi, non sono io che vivo ancora in Iraq ma è l’Iraq a vivere ancora in me. L’Iraq che vive in me è vera e civile. L’Iraq che vediamo in tv oggi non è quella dove sono cresciuta. E ‘come l’Arca di Noè. I tanti che lasciano l’Iraq, non solo per motivi politici, cercano la libertà e tengono presso di loro un po’ di vero Iraq preservandolo “.

Kachachi lavora sempre come giornalista, e ha iniziato a scrivere romanzi dieci anni fa, quando sentì un grande urlo dentro di sé come reazione a ciò che stava accadendo nel suo paese, qualcosa che non poteva essere trasmessa attraverso il giornalismo.

L’Iraq che conosceva stava crollando e “disperdendosi come sabbia attraverso le dita” Spiega Kachachi “perché come giornalista so tante cose sulla vita reale, ho il dovere di dire alla nuova generazione. Quando i miei figli guardano le mie foto scattate all’università non credono fosse tutto vero: che c’erano storie d’amore e club per socializzare e di gruppi di letteratura”.

Il suo primo romanzo, Sawaqi al-Quloob (Flussi di Cuori), racconta di cinque esuli iracheni che vivono a Parigi, del loro reciproco legame e del loro legame col proprio paese. Kachachi ha proseguito con il tema dell’esilio nei suoi successivi due romanzi, ‘La nipote americana” e “Tashari”, entrambi nominati per il Premio Internazionale per il Romanzo Arabo. Ma Kachachi aveva già affrontato il tema dell’esilio nel suo lavoro giornalistico , attraversando cinque storie di scrittori israeliani di origine irachena: Shimon Ballas, Sami Michael, Samir Nakash, Yitzhak Bar-Moshe, e Naim Kattan.

“Gli scrittori di cui ho fatto ricerche hanno lasciato l’Iraq molto giovani e mezzo secolo dopo stavano ancora scrivendo di Baghdad. Ho inviato loro domande e ho letto i loro libri. Non avrei mai immaginato che avrei camminato sulle loro orme. Ho sempre saputo che c’era un paese dove poter tornare. Ora so che non posso tornare indietro e trovare le cose come erano prima. Anche gli esuli che erano oppositori politici e hanno lasciato il paese sotto Saddam non riconoscono l’Iraq che hanno lasciato trent’anni”.

Kachachi, Yazbek, e Hassan danno voce, con il loro lavoro, a coloro che non hanno voce e che di solito sono donne. Sono tutte profondamente preoccupate per l’aumento dell’estremismo nel mondo arabo. Nell’ultimo romanzo di Kachachi, Tashari, si racconta la storia di una ginecologa cristiana, che vive e lavora in una città a maggioranza sciita per venti anni. Kachachi ha anche pubblicato una raccolta di interviste a donne irachene, e nel 2004 ha girato un documentario su Naziha al Dulaimi, una femminista irachena diventata la prima ministra donna nel mondo arabo.

“Non sono una storica” dice Kachachi “ma la storia è sempre stata scritta dalle autorità. Non vi leggi molto delle persone e men che meno delle donne”
Avere le condizioni necessarie e la concentrazione per scrivere e pubblicare mentre il proprio paese è in fiamme non è per nulla facile. Per Kachachi essere riuscita a tradurre in francese il proprio romanzo, la fa sentire più vicina al paese di adozione.

“Quando si scrive nella propria lingua è difficile trovare un traduttore o un editore. Bisogna essere in grado di imporre il proprio testo. E ‘stato importante per me esser tradotta perché io vivo qui, i miei figli vivono qui, ho vicini qui, devo dare loro una prova. Per anni mio figlio mi ha visto scrivere prima a mano, poi su un computer, quindi su di un tablet, e quando ha visto i miei libri in francese si è reso conto di quello che stavo facendo. Quando i miei vicini di casa hanno visto il mio libro, il loro comportamento verso di me è cambiato. E ‘come se tu cominciassi ad esistere, non sei solo un immigrato che vive sul benessere del paese; ma lavori e sei una persona che ha il suo posto nella società “.

“La Francia” racconta Kachachi “mi ha dato una grande possibilità di vivere la vita come donna e come persona nella contemporaneità. . .. Vivere a Parigi è un privilegio. Anche se non si ha nulla da mangiare o da bere si può sedere su una panchina e il mondo passa di fronte a voi. Parigi è un grande melting pot per la presenza di diverse culture e questo si riflette nella mia scrittura. Ora scrivo con libertà. Posso dire le cose nel modo che voglio. Sono libera dalla forma classica della lingua araba. Cerco di scavare molto a fondo nella memoria dell’Iraq: dettagli, canzoni, odori e sapori, voglio creare un intero ambiente. A volte mi sento come se fossi un medium che riporta fantasmi dal passato”.

NOTE
●Intervista alla scrittrice per il Premio Internazionale per il Romanzo Arabo: https://vimeo.com/92979976
●In italiano si può trovare anche il libro Parole di donne irachene nel quale Kachachi “ha raccolto brani di poesie e prosa delle tredici più importanti autrici nazionali, ciascuna di appartenenza culturale diversa, che hanno combattuto contro la censura della dittatura e gli ostacoli dell’embargo ed hanno conosciuto la tortura, l‘esilio ed alcune la morte” (http://www.ilgiocodeglispecchi.org/libri/scheda/parole-di-donne-irachene-il-dramma-di-un-paese-scritto-al-femminile)
●Recensione de “La nipote americana”: http://www.narrativaaraba.com/la-nipote-americana.html