DimentiDanze

Mi capita spesso di perdere la cognizione del tempo e di avere momenti di lucidità estrema alternati a momenti di smarrimento. Se il tempo mi sfugge, ora, ci si è messo anche lo spazio. Nel bel mezzo di un cammino, la strada percorsa centinaia e centinaia di volte, perde la sua familiarità e diventa una estranea. Dura poco, il tempo di voltarmi un paio di volte e di comprendere dove sono.

Uno smarrimento che mi fa capire quanto sono legata a certe manifestazioni del vivente che hanno la caratteristica della ripetitività e della costanza, come le stagioni, la convenzione dei giorni della settimana, le uscite con Thea, gli appuntamenti con il cibo, i compleanni delle persone care.

Tutti piccoli e grandi meccanismi che fanno parte di un quotidiano abitudinario che è in bilico tra l’attesa e la quasi certezza del suo compimento.

Non mi piace la costanza, l’assodato, ciò che si ripete, ma mi rendo conto che la mia volatilità e la mia volubilità rischierebbero di incenerirmi senza questi piccoli e grandi “ritrovarsi”. Anche il lavoro, sotto questo punto di vista, creativo o no, rientra in quegli appuntamenti che ci riportano “on the road”, la nostra personale strada che impieghiamo una vita intera a trovare.

Perché scrivere di tutto questo? Perché in questi giorni sto perdendo la bussola. Il mio lavoro, che sia definito o non definito dallo stato “civile” in cui viviamo, era uno dei miei appuntamenti-ritrovamenti. Un appuntamento che richiede la presenza e l’interazione con l’altro. Diciamo pure che il mio lavoro, che negli ultimi anni ruotava attorno all’insegnamento delle pratiche teatrali, all’organizzazione di incontri culturali e alla creazione di performance, è un lavoro che contiene in sé una buona dose di costanza e una buona dose di “imprevisti”. Sì, proprio come gli imprevisti del Monopoli, quelli che rendono vivi e movimentati il mero susseguirsi delle caselle.

L’imprevisto numero uno nel mio lavoro non è dato da me ma dagli altri, dalle allieve, dai ragazzi, dalle persone. La loro presenza costituisce quella spinta che rende la costanza imprevedibile. Azione-reazione. E il numero di pieghe infinite in cui il giorno si può dispiegare.

Ho sempre accolto, anche se non con completa pacificazione dell’animo, il non riconoscimento sociale del mio lavoro o l’impossibilità di non rientrare nella regolamentazione convenzionale perché non “produco abbastanza”. Ma questa chiusura, questo mascherarsi continuo, questa situazione di supremazia del potere e del denaro, questa paura dell’altro, queste disposizioni ambigue dello Stato sul cittadino e l’ignoranza del cuore dilagante se da una parte mi avviliscono, dall’altra confermano la bellezza di tutto ciò che ho fatto, nella certezza e nello smarrimento.

Mi manca interagire con le ragazze che seguo, il computer non può rappresentare neanche la decima parte dello scambio che esiste durante una pratica che si cerca di trasmettere. Io attendo ma diciamo che sono arrivata alla frutta. E devo sceglierla anche con cura, se non voglio incorrere nei miei soliti problemi di digestione.

Ultimamente mi capita di realizzare tutti i miei desideri, soprattutto concrete e piccole cose, nei sogni. Tre notti di fila che realizzo nel sogno ciò che rimane disatteso nella realtà. Ne prendo nota perché almeno il sogno, in questo modo, chiarifica le mie intenzioni. Di solito quando sento questo tipo di smarrimento ricorro alla vicinanza del mare. Il non poter andare è qualcosa di estremamente frustrante.

Il mare, a differenza della campagna, rappresenta per me la possibilità del vuoto, il lasciare andare che permette alle cose di venire, di esserci, la possibilità di dimenticarmi di me stessa. Abbiamo un appuntamento importante.

Quando è iniziato tutto questo doloroso avvento della pandemia? Sì, un anno fa…ma quando è iniziato realmente? Che cosa siamo capaci di vedere in questi giorni, in questi mesi? Come possiamo fare a non abituarci a vedere le nostre bocche coperte? Metafora di un sistema che noi abbiamo contributo a costruire e che ci vuole come e belle pecorelle da consumo? Un sistema che stabilisce cosa sia il bene primario nell’esistenza umana? Come possiamo fare a non abituarci alle mascherine appese in ogni angolo della casa? A sentire che l’altro preferisce attraversare la strada piuttosto che venirti incontro?

E’ difficile non dimenticare il presente. Essere vigili sul presente. La necessità del vivere nel momento non sempre ti rende capace di prendere le distanze e guardare le cose attorno con il giusto sguardo. Ma infondo, qual è il giusto sguardo?

Cammino per strada, è estremamente bello guardare la tua bocca quando non parli. Sparuti occhi ritagliati e soli nel viso dimezzato, senza naso, senza bocca, sembrano aggirarsi come fari puntati nelle nostre notti. La bocca addolcisce la profondità nuda dello sguardo, attutisce la capacità prensile delle iridi puntate verso i corpi. E il naso, con il suo colpo di coda, porta tutti verso il centro, in una danza che non sono disposta a smettere di danzare.

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