La bontà della Tigre

Chi ti dice
bontà
della mia montagna? –
così bianca
sui boschi già biondi
d’autunno –

e qui nebbie leggere alitano
in cui sospesa
è la luce dei ragnateli –
della rugiada
sulle foglie morte –

mentre il terriccio accoglie
petali stanchi di ciclamini
e crochi, velati
di uno stesso pallore
roseo –

tu sana, venata di sole,
porti sul grembo
il cielo tutto azzurro –
chiami voli d’uccelli
alle tue mani
colme di vento –

Bontà
a cui beve il suo canto
il cuore
e di cantare non può più finire –
perché sei la sorgente che rifà
il sorso bevuto
ed il suo fondo
non si tocca mai.

“Bontà inesausta” Antonia Pozzi, Pasturo, 1° ottobre 1933

Cosa dire adesso? Cosa chiedere al canto? Cosa chiedere alla propria mente, al proprio cuore? Quali domande fare o come fare per dare luogo al silenzio? Un silenzio capace di andare indietro a raccogliere tutte le cose, senza fretta, senza ansia; un silenzio capace di rielaborare il passato per un presente che si spezza in mille frantumi ma che chiede costantemente di essere vivo e pulsante.

Questi sono anni che ci stanno chiedendo tanto, ci chiedono di avere pazienza, di piangere ma con discrezione, di ridere ma senza aprire le labbra, coprendo la bocca diventata una pericolosa arma contro la socializzazione.

La bocca, le labbra con le quali i bambini imparano a crescere, apprendono la vita al mondo, la bocca con la quale, nell’imbarazzo, mostriamo la nostra bellezza, la nostra fragilità, la bocca che indica il respiro al canto, alla parola.

L’improvvisa assenza di persone conosciute, che in qualche maniera hanno fatto parte della tua unica vita a disposizione, anche solo sfiorando per poco il passaggio, fa saltare in aria anche il fragile castello di coordinate, messe faticosamente in azione per sopravvivenza.

Ai piani alti non si immagina o non si può immaginare come sia difficile la vita quotidiana per chi non ha un cuscino morbido sotto ai piedi. Eppure c’è chi lotta quotidianamente, convivendo con una malattia che non è il covid, e non solo, lotta con amore, disponibilità, bontà.

Essere buoni…com’è cambiato il valore che diamo a questa parola. “Buono come il pane”, “sii buono con me, sii gentile”, “essere grati per la bontà altrui”…abbiamo quasi dimenticato che significa “essere buoni” e della bontà si fa spesso scherno, quasi fosse una qualità scomoda oggi.

E lo ricorda la bellissima poesia di Antonia Pozzi. Ricorda la bontà del creato, la forza auto rigeneratrice della terra, del cielo, al di là dei nostri smarrimenti, al di là e con la morte stessa. Ci ricorda Pozzi la luce insita nella parola “bontà”.

Se poi cerchiamo nell’etimologia della parola “buono” ci rendiamo conto come la parola deriverebbe non solo da “duònus” ma potrebbe derivare da una forma contratta di “divònus”, dalla radice “div” ( il dì, il divino) che sottintende “splendere, brillare”; ancora luce.

La bontà è quindi luminosa, forte, calda.

In questi giorni mi accordo alla roverella che sta perdendo le foglie e che ingiallisce la sua criniera caduca. Le foglie cadute si fanno sottili sottili e l’acqua dell’inverno rende nuda e secca l’innervatura che rimane visibile, della carne ormai dissolta della foglia. Ma è proprio in questo periodo dell’anno così freddo, umido e secco insieme, che tutte le piante gemmano.

C’è una performance che da tanto non propongo che si chiama “Inverno o delle Primavere”, è una performance che parte da una immagine statica per approdare al movimento, una sorta di piccola danza che insegue i rami nudi ma pieni di gemme ripresi nella cara murgia altamurana. Un bambino presente alla performance, a Polignano, ha chiamato questa piccola coreografia “la danza delle gemme”, l’impressione più bella che mi sia mai stata regalata.

Perché ricordare questa impressione? Per non distogliere forse l’attenzione dallo stupore che suscita la bontà delle cose che ci attraversano e sono attorno a noi. In momenti bui come quelli che stiamo vivendo, alle prese con la perdita di persone vicine, in un mondo che reagisce acuendo disparità e tacendo su di un sistema che fa acqua da tutte le parti, tra stati che si contendono la terra come una proprietà, un oggetto inerte, in un quotidiano che ci ha quasi abituati a vederci camminare in “maschera”, come dice mio fratello, bisogna ricordare. Fare uno sforzo per non permettere al buio di inghiottirci nel suo non-silenzio. Tentare, dopo una immersione forse inevitabile nella caduta, di alzare lo sguardo e vedere le stelle. Cose piccole, viste da qui, viste dalla prospettiva umana, ma la cui assenza ci renderebbe disumani.

Ed è proprio per questo che non posso non chiudere questo sproloquio forse dettato dal cercare una vicinanza, una pulsazione da direzioni che ho scordato, che non so…è proprio per questo che chiudo con una poesia “altissima” come quella di Cristina Campo, dove l’assenza è una “Tigre” agile e scattante che incombe con tutta la sua imprescindibile realtà e dove una bocca, -a dispetto di quello che oggi si copre e nasconde- rischiara e richiama nel buio attraverso una preghiera senza Dio né Dei.

“Ahi che la Tigre,
la tigre Assenza,
o amati,
ha tutto divorato
di questo volto rivolto
a voi! La bocca sola
pura
prega ancora
voi: di pregare ancora
perché la Tigre,
la Tigre Assenza,
o amati,
non divori la bocca
e la preghiera…

La neve era sospesa tra la notte e le strade
Come il destino tra la mano e il fiore.

In un suono soave
Di campane diletto sei venuto…
Come una verga è fiorita la vecchiezza di queste scale.
O tenera tempesta
Notturna, volto umano!

(ora tutta la vita è nel mio sguardo,
stella su te, sul mondo che il tuo passo richiude).”

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