Questo non è un teatro

Sono giorni molto complessi o molto facili, dipende da quanto la mente riesce a districarsi tra gli umori e i grovigli di questo ciclo vitale che stiamo vivendo. Ogni periodo storico ha in sé le caratteristiche del passato che lo nutre, del presente che lo sostanzia e del futuro che lo proietta. Anche questo 2020 (prossimo 2021) evidentemente, nel momento in cui ci chiediamo “come abbiamo fatto a ritrovarci in questo stato”, deve le sue ragioni a scelte fatte nel passato, a falle aperte e mai risanate e a sguardi verso il futuro arroccati su bisogni, desideri, valori distorti. Valori distorti, perché? Perché hanno nutrito, addensato e coagulato la parte nera dell’umanità. Questa “parte oscura” che non è il male rappresentato nei film hollywoodiani, un male cosmico, scenografico, extra-ordinario ma un male -per citare Hanna Harendt- banale.

Quello che si annida tra le mura domestiche, quello che cova quasi inconsapevole nei cicli di crescita dei bambini, quello della violenza quotidiana, ordinaria, politica, sociale. Quello sì, è un male che fa estremamente paura, perché si annida in ognuno di noi e subdolamente può venir fuori in qualsiasi momento.

Ho scelto un mestiere o mi ha scelto lui, anche qui dipende da quale prospettiva si voglia guardare la faccenda, che porta a ragionare sulle cose che sono attorno e che tende al rapporto con l’altro. Mi è quindi molto difficile ignorare ciò che accade o stare “chiusa nelle mie cose”. Anche quando sono chiusa nelle mie cose, quelle cose sono sempre una mano tesa a prendere o cedere dal fuori.

Il pensiero orientale parla di una specularità tra l’interno e l’esterno, tra il dentro e il fuori. Legati a questo specchio della realtà nella quale viviamo perdiamo talvolta la prospettiva di un reale cambiamento che l’interno può operare verso l’esterno. Non è solo l’esterno ad esercitare una forza sull’interno ma anche l’interno esercita una pressione, si muove, vive e pulsa.

Non è solo l’umanità a star male ma anche il suo specchio, anche il mondo che insiste a considerare come un oggetto da colonizzare.

E’ un movimento continuo, una osmosi che si può scegliere di praticare in consapevolezza per la felicità. Oddio! Che parola vecchia! “Felicità”. L’etimologia della parola porterebbe a discutere per intere giornate, mi limito a riportare il significato che fa risalire la parola al greco fyo ossia produco, faccio essere, genero. Felicità-fecondità.

La produttività di cui si parla è una produttività liberata dal denaro, nel senso dell’accumulo e dell’asservimento. E’ una produttività legata al senso della generazione, del generare.

L’attività umana più vicina a questo tipo di movimento (un fiore che sboccia può essere una buona similitudine) è, oltre alla biologica capacità di creazione e ri-produzione della vita, l’attività artistica. Ossia qualcosa capace di trasformare, di operare una continua metamorfosi necessaria all’esistenza, capace di rintracciare un rivolo di acqua chiara nelle acque stagnanti di una palude dimenticata. Esagero?

La poesia, la letteratura, le arti visuali, la musica, il teatro, la creatività che si cela nello sguardo capace di “guardare” le cose, di “custodirle”. Custodire qualcosa significa anche riconoscere quella determinata cosa, darle spazio, prendersene cura forse un po’ come fa Orfeo nella foresta.

La creatività è celata in molte attività umane ed è un nutrimento e allenamento del cuore-mente. Sicuramente aiuta a non essere passivi e nella sua enorme eterogeneità si esprime in forme inaspettate, anche qui tra l’ordinario e l’extra-ordinario. Ma è forse proprio qui che si cela l’inghippo.

Pensare che le arti siano qualcosa di cui si può fare a meno, un surplus, una “decorazione”, un “extra”.

Non tutti fanno della creatività il proprio lavoro, ossia non tutti applicano le arti nel proprio fare. E ci mancherebbe altro, se mi chiedessero di organizzare l’attività di una fabbrica o di aggiustare la caldaia saremmo belli che spacciati. C’è chi produce arte, genera arte e chi gode di questa o anche solo si lascia smuovere da questa. Una prima cosa che ti insegnano a teatro è che il teatro esiste nel momento in cui c’è qualcuno che fa e qualcuno che osserva. E’ una fottutissima relazione.

Una relazione che entra in un’altra relazione che è legata ad altre relazioni. C’è lo spazio-luogo, il fiorire e lo sfiorire, il momento della memoria, il sedimento, la cenere e la legna da ardere.

Ultimamente sono stata invitata a partecipare ad una attività di teatro-non teatro in strada, in un quartiere popolare di Bari. L’ideatrice di questa avventura in un momento improbabile e delicato come questo, Clarissa Veronico, ha pensato ad un attraversamento cittadino con postazioni di brevi narrazioni. Le narrazioni affidate a Monica Contini, Licia Lanera, Ermelinda Nasuto e me, Iula Marzulli, erano un momento di condivisione con l’altro e con lo spazio-tempo di quel luogo.

Un pubblico rispettoso a rispettosa distanza seguiva il tracciato disegnato da Clarissa e Francesca. La gente che abita quelle piazze, anch’essa, a suo modo accogliente, un modo taciturno, apparentemente scontroso e allo stesso tempo curioso.

Ho visto, nel diverso ciclo delle ore passate a Piazza Balenzano, nella quale ho sversato le parole di Karel Sebek, il cui fantasma mi pareva ben adattarsi a quel luogo, la gente che vive la quotidianità di quelle panchine, di quegli alberi, di quel prato un po’ sporco e ricoperto di foglie di ippocastani.

Un signore anziano ha vissuto con me la prima e la seconda giornata di repliche. A lui il mio dono, il nostro, perché a lui l’illuminante intuizione che l’ “arte” non è per forza qualcosa di extra-ordinario ma qualcosa che ha la forza di esserci in piena presenza nell’ordinario, capace di nutrire l’ordinario.

Il caro signore, che passa i suoi pomeriggi in quella piazza abitata da una coppia di giovani bengalesi innamorati, senza tetto, gruppi parrocchiali, uomini dell’est europeo nel dopo lavoro, ragazzi e ragazze di passaggio…il caro signore, dicevo, come una cosa del tutto normale, mi ha detto “ci vediamo lunedì?” Come ad aspettarci nei giorni successivi. Come un appuntamento, un ritrovarsi.

Perché mi chiedo dunque è così difficile pensare alle arti come qualcosa di quotidiano, necessario, parte delle nostre vite? In questo periodo difficile per noi e per il mondo, qualcuno ha segnato il confine delle priorità umane, animali, vegetali: priorità produttive, emotive, sociali, politiche, etiche per il “benessere” dell’individuo e della collettività.

Ma siamo sicuri di essere consapevoli su cosa sia il “benessere”?

In questo ben-essere mi limito ad includere le stesse arti identificate come non necessarie proprio perché ancora pensate nel solco del “divertissement”, dell’intrattenimento, dimenticando quanto i nostri cari poemi epici, i racconti, la poesia o la stessa Divina, addirittura, Commedia abbiano informato, cresciuto un popolo, non solo “vitella e manzo”.

E’ una questione di sensi. Di allenamento dei sensi.

Pasolini rimarrà per me sempre un punto di vista imprescindibile e la famosa frase affidata a Orson Welles sulle caratteristiche dell’uomo medio è qualcosa che mi ha sempre fatto pericolosamente pensare. Il crinale è sempre quello, un crinale nel quale possiamo scivolare tutti, potenzialmente simili a quel “mostro”, a quel “pericoloso delinquente, conformista, colonialista, razzista, schiavista, qualunquista” citato nelle parole di Pasolini.

Siamo abituati alla bruttezza e non riconosciamo l’altissimo potenziale del “corpo minimo” della bellezza. Siamo scese in piazza a “fare teatro”, a raccontare un fatto, a metterci in relazione. E’ ancora sconvolgente guardare qualcuno negli occhi, percepirne il calore, il fastidio o il piacere coi sensi aperti. E per chi dice che non abbiamo bisogno dell’arte, delle arti nel quotidiano posso sicuramente rispondere con le parole di una signora che passava dalla piazza durante lo spettacolo-non spettacolo. La signora, rivolgendosi all’amica, la incitava a guardare quello che stava accadendo “stanno dicendo le belle parole”.

Non mi dite che non siamo più in grado di riconoscere le belle parole e, come dice Mariangela Gualtieri, tocca a noi risvegliare le nostre cellule intorpidite, i nostri cuori arroccati perché “non si può stare morti per sempre”.

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