Il tordo

Un tordo vive in ozio
nell’orto di mio zio:
appena fa uno zirlo
mio zio corre a zittirlo.

Toti Scialoja

Ecco. Uno dei miei desideri è che tu possa portarmi un giorno nel silenzio della natura, ad ascoltare le voci nascoste che il mio orecchio ancora non sa riconoscere. La voce della quercia, la voce del biacco o della lucertola, le voci delle api e della pietra.

il tordo in una stampa antica

Quando ecco appare un tordo. Un passeriforme della famiglia dei turdidi. Sembra il nome di una antica famiglia turca e me li immagino questi tordi con un turbante colorato attraversare anche il deserto! Anche questi uccelli vengono cacciati e purtroppo sin da tempi remoti, quando si credeva che la carne del tordo fosse afrodisiaca.

Una antica leggenda salentina lega il tordo allo “sferracavaddu” una pianta rara, così rara che si riteneva invisibile ma con la proprietà di trasformare gli oggetti in oro, una volta fatti bollire con tale erba. Cosa c’entra il tordo? Si narrava che il tordo facesse il nido proprio con questa pianta e che quindi seguendo il tordo si sarebbe potuta trovare la pianta! Difatti una volta toccata, la pianta diventava nuovamente visibile all’occhio umano…

Il canto del tordo è particolarmente apprezzato, e si può riconoscere un tordo maschio dalla femmina quasi esclusivamente per la differenza del suo “zirlo”. Lo zirlo, appunto, è il verso del tordo, così come del merlo.

Nella poesia di Pascoli, “Nel parco”, viene citato proprio il tordo che zirla:

“Certo il signore, e la chiomata moglie,
partì pe’ campi, ché già il tordo zirla:
muto, tra un’ampia musica di foglie
(dolce sentirla d’autunno, a tarda notte, se il libeccio
soffia con lunghi fremiti sonori),
muto è il palazzo. S’ode un cicaleccio
di tra gli allori;

un cicaleccio donde acuti appelli
s’alzano come strilli di piviere:
il gatto è fuori: ruzzano i monelli
del giardiniere.

Torvo, aggrondato, il candido palazzo
formicolare a’ piedi suoi li mira;
e sì n’echeggia un cupo, a quel rombazzo,
battito d’ira;

ma non s’adira il giovinetto alloro,
il leccio, il pioppo tremulo ed il lento
salice: a prova corrono con loro;
cantano al vento.”

Un uccello quindi dal bel canto che già Linneo chiamava “turdus musicus”.

In “Ciò che il tordo dice”, poesia di John Keats, il tordo appare come un emissario della natura al poeta, suggerendo che verrà il tempo di scrivere, che necessario è anche il buio e l’ascolto, a cui fa seguito la primavera e, in questo caso, la scrittura:

“Oh tu, il cui volto ha patito il vento invernale,
i cui occhi han visto nuvole di neve sospese nella nebbia
e le nere vette degli olmi tra stelle di ghiaccio:
per te soltanto la primavera sarà tempo di raccolto.

Oh tu, il cui unico libro la luce è stata
dell’oscurità totale, di cui ti nutristi
notte dopo notte, quando Febo era lontano:
per te soltanto la primavera sarà tre volte mattino.

Oh, non tormentarti per sapere – non so nulla io,
pure nasce il mio canto spontaneo di calore;
oh, non tormentarti per sapere – non so nulla io,

pure la sera m’ascolta. Chi pensieroso
per il suo ozio s’attrista, non è ozioso,
e ben sveglio è chi pensa di dormire.”

Riporto di seguito due poesie in cui il tordo viene citato: “Il tordo” di Petr Borkovec che ci ricorda come l’osservazione del regno animale è una fonte antica di conoscenza anche delle nostre stesse abitudini di vita e “Il senso” di Czesław Miłosz, bellissima poesia in cui il tordo appare nella “fodera del mondo” della quale siamo noi stessi i portatori e tocca noi vedere, nella bellezza delle forme del mondo, i segni dell’importanza della vita o una mera concretezza dell’esistere. E in questo “vortice galattico” concepire il canto e la poesia come capaci di dare senso a ciò che attorno e dentro di noi abita e vive.

Il tordo di Petr Borkovec

“Non sono giardiniere ma mi piace
rastrellare e seccare ossi,
poto la corteccia e sfrondo l’erba,
taglio, tolgo. Pioggia o non pioggia.
Gelo o non gelo. Il caffè lo faccio io e
lavoro sodo. Mi porto le pietre e mi piace
lavorare nei ceppi, negli arbusti. E faccio
cose carine di foglie: alberi e rami.”

“Il senso” di Czesław Miłosz

“– Quando morirò, vedrò la fodera del mondo.
L’altra parte, dietro l’uccello, la montagna, il tramonto.
Il vero significato che vorrà essere letto.
Ciò ch’era inconciliabile, si concilierà.
E sarà compreso ciò ch’era incomprensibile.

– Ma se non c’è una fodera del mondo?
Se il tordo sul ramo non è affatto un segno
ma solo un tordo sul ramo, se il giorno e la notte
si susseguono senza badare a un senso
e non c’è nulla sulla terra, oltre questa terra?

Se così fosse, resterebbe ancora la parola
suscitata una volta da effimere labbra,
che corre e corre, messaggero instancabile,
nei campi interstellari, nei vortici galattici
e protesta, chiama, grida.”

Il tordo è presente anche nella mitologia, attraverso la metamorfosi dei compagni di Celeo, come la seguente storia racconta:

Celeo, cretese che, insieme ai compagni Laio, Cerbero ed Egolio, tentò di rubare miele nella caverna sacra sul monte Ida di Creta dove, secondo il mito, sarebbe stato allevato Zeus. In questa caverna, proibita agli dei e ai mortali, ogni anno si vedeva brillare un fuoco misterioso, nella ricorrenza della nascita del dio. I ladri indossarono lastre di bronzo per proteggersi contro le api, che avevano fornito il miele con il quale era stato nutrito Zeus fanciullo. Ma quando furono davanti alla culla del dio, le lastre di bronzo caddero spontaneamente dal loro corpo; Zeus fece udire un tuono e li avrebbe fulminati all’istante se i Destini e Temi non glielo avessero impedito ricordando che era proibito uccidere chiunque in un luogo considerato sacro. Zeus allora li trasformò in uccelli: Celeo in cornacchia, Laio in tordo, Egolo in ossifraga e Cerbero in un uccello non identificato, che, in greco, portava lo stesso nome. Questi uccelli erano considerati di buon augurio, poiché uscivano da una grotta sacra”.

Chiudo questa digressione sul tordo ricordando che si tratta di una specie protetta che, purtroppo, è preda del bracconaggio. Sono sicura di non essere sola a considerare la caccia una pratica violenta e che non considera importante e preziosa la vita. C’è caccia e caccia, dirà qualcuno. Io ho i miei dubbi.

Un’ultima noticina. Ho cercato di capire come mai si usi la similitudine “dell’essere sciocco come un tordo”. Ho cercato molto in rete e l’unica cosa a cui posso fare riferimento non è, come supponevo, una “qualità” legata al tordo ma un riferimento all’uso che l’uomo ne fa all’interno delle deprecabili pratiche di caccia. Il tordo era utilizzato come esca viva per richiamare, e così poter catturare, le femmine di tordo e altri uccelli. Come sempre, l’essere umano è capace delle azioni più violente all’interno del regno animale.

Ieri, vicino al mio piccolo bosco, qualcuno stava cacciando. Il suono del colpo è arrivato vicinissimo al mio orecchio, Thea si è spaventata tantissimo ed è già la seconda volta che mi capita da quando si è aperta la stagione venatoria. Ho gridato loro con tutta me stessa di andare via. I cacciatori spesso non hanno rispetto di nulla, neanche dei luoghi che calpestano e delle persone che, con amore e perseveranza, curano questi luoghi.

Tempo presente e tempo passato
sono forse entrambi presenti
nel tempo futuro e il tempo futuro
è contenuto nel tempo passato. Se tutto il tempo
è eternamente presente
tutto il tempo è irredimibile.
Ciò che avrebbe potuto essere
è astrazione che rimane
possibilità perpetua
solo nel mondo della speculazione.
Ciò che avrebbe potuto essere e ciò che è stato
mirano a un solo fine
che è sempre presente. Eco
di passi nella memoria giù per il corridoio
che non prendemmo verso la porta
che non aprimmo mai
nel giardino delle rose. Eco
delle mie parole, così, nella vostra mente.
Ma a che fine
disturbando la polvere su una coppa di foglie
io non so.
Altri echi
abitano nel giardino. Li seguiremo
noi? Presto, disse l’uccello, trovateli
trovateli girato l’angolo. Attraverso
il primo cancello, nel nostro primo
mondo, seguiremo noi
l’inganno del tordo? Nel nostro primo
mondo. Là essi erano, dignitosi
invisibili, muovendosi senza schiacciarle
sulle foglie morte nel caldo
autunnale, attraverso l’aria vibrante
e l’uccello chiamò rispondendo
alla non udita musica nascosta
nel folto e lo sguardo
non visto passò attraverso, perché le rose
avevano l’aspetto di fiori
che sono guardati. Là
essi erano, come nostri ospiti
accettati, accettanti. Così ci muovemmo
noi e loro cerimoniosamente
lungo il viale vuoto, entrò il rondò
di bosso a guardare giù
nello stagno prosciugato. Secco
lo stagno secco cemento orlato
di bruno e lo stagno si colmò d’acqua
alla luce del sole e i fiori di loto
sorsero pian piano la superficie
scintillò al cuore di luce ed essi
furono dietro di noi riflessi nel laghetto. Poi
passò una nuvola e il laghetto
fu vuoto. Via, disse l’uccello
perché le foglie erano piene di bambini
nascosti con eccitazione, trattenuto il riso. Via
via, via, disse l’uccello: il genere umano
non può reggere troppa realtà. Il tempo
passato e il tempo futuro, ciò
che avrebbe potuto essere e ciò che è stato
mirano a un solo fine, che è sempre presente.

da “Four Quartets” di T. S. Eliot

https://www.fondazioneterradotranto.it/tag/tordo-bottaccio/

https://letteredidattica.deascuola.it/letteratura/risorse/biblioteca-01database-brani/cio-che-disse-il-tordo/

http://mitologia.dossier.net/celeo.html

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