La tortora

Siamo in Puglia. E’ settembre del 2020 e precisamente il 21 settembre. Si è da poco aperta la stagione dove si sguinzagliano i fucili per “l’esercizio” della caccia: la stagione venatoria. Questa apertura della stagione venatoria mi ferisce profondamente, come tante altre cose che l’uomo fa. Cose che sono persino indicibili e che a lungo andare sfiancano la speranza, la bellezza. D’altronde, quello della caccia, è un argomento non di semplice gestione. Si tratta di un pensiero complesso che riguarda il modo stesso di affrontare la vita dell’essere umano; la sua stessa visione del sistema mondo, potremmo dire. Possiamo però affermare che la caccia non dovrebbe più essere tollerata come pratica di “intrattenimento” o di “divertimento”.

Conoscere gli uccelli, come conoscere le tante altre forme di vita che confermano costantemente che noi, esseri umani, non siamo al centro del creato, è una forma di resistenza alla cattiveria e alla bruttezza che purtroppo ci appartiene. Ecco perché vi parlerò, a cominciare da oggi, di uccelli.

Comincerò dalla tortora, un uccello bellissimo, elegante, che appartiene alla stessa famiglia delle colombe e dei piccioni, ossia rientra nella famiglia dei “columbidi”, nome simpaticissimo per altro.

La tortora è più timida dei piccioni e ama posti non affollati, solitari. Una delle sue caratteristiche principali è il collarino scuro del piumaggio che le cinge il collo e la grazia del suo corpicino affusolato, meno robusto rispetto ai piccioni. Ma esistono tante specie di tortore nel mondo che hanno anche colori molto diversi! Per esempio ci sono tortore dalle ali verdi, dalle ali macchiate di blu e dal piumaggio screziato di rosa!

Di seguito potete ascoltare il caratteristico richiamo della tortora. Teniamo conto che il nome “tortora” deriva dal latino “turtur”, voce onomatopeica che esprime fonicamente il richiamo della sottospecie Streptopelia turtur (tortora comune).

Ci sono tante storie nelle leggende popolari, che parlano di tortore, soprattutto perché hanno una caratteristica comportamentale che le contraddistingue: la coppia di tortore non si lascia più; i partner rimangono fedeli. Certo, può essere lo facciano per una questione di mera sopravvivenza ma la tradizione popolare ha trasformato questa caratteristica in storie e leggende, che richiamano la sfera umana.

Ma…cosa mangia la tortora? Semi di miglio, granturco e frutta di ogni tipo, finocchi, cardi e simili. Non pane…mi raccomando! E purtroppo come per altri uccelli, la tortora non è solo minacciata dalla caccia ma anche dall’agricoltura intensiva.

Ma dov’è nata la tortora? L’India è la sua culla, si è poi diretta verso occidente fino all’Asia Minore e poi all’Europa. Attualmente è diffusa dal Nepal, India e, attraverso Pakistan e Afghanistan, fino all’Arabia settentrionale, Medio Oriente, Nord Africa ed Europa. È stata introdotta dall’uomo in Cina, Corea e Giappone.

Non posso non citare, data la mia vicinanza alla cultura salentina (Sud della Puglia, zona Lecce e limitrofi), almeno uno dei canti in cui è presente questo splendido animale. La Turtura è il canto che qui propongo nella versione dei Ghetonia, un canto che utilizza l’allegoria della tortora in gabbia, allegoria che narra il desiderio della donna, “di sottrarsi alle prescrizioni di una società patriarcale per vivere con naturalezza i propri sentimenti”.

Testo_La turtura

“La turtura alla gabbia la criscia/ meiu la fici de le pare soi

Cu l’orgiu e cu lu miju la criscia/ cu la ncarizzu cu nu sia me vola

Nu parmu e mmenzu d’ali li tajai/ cu la cridenza ca nu vola cchiui

Nu giurnu alla finestra me nfacciai/ e ieu la vitti ccumpagnata a mmienzu ddoi

Li dissi «Turturella, dove vai?»/ Iddha me disse «Nà, secuta mie se tie bene me voi»

E ieu lu poverinu la secutai/ cu la cridenza ca la piji moi

Quandu alla riva du mare la rrivai/ quidda me disse «Nà, scatta e crepa, e tie ce boi?»”

La tortora non fa mai fallo al suo compagno, e, se l’uno more, l’altro osserva perpetua castità, e non si posa mai su ramo verde, e non bee mai acqua chiaraLeonardo da Vinci

A proposito della supposta fedeltà della tortora, riportiamo una leggenda ripresa da Leonardo da Vinci:

“Due tortore, maschio e femmina, vivevano insieme da molti anni in una casetta di legno che il contadino aveva fatto apposta per loro. Volavano, mangiavano, dormivano senza mai lasciarsi; erano davvero una coppia felice. Durante la stagione degli amori, molti maschi di passaggio avevano cercato di conquistare quella bella femmina sfidando il suo compagno, ma lei gli era rimasta sempre fedele anche quando, in qualche zuffa, egli aveva avuto la peggio. Quella mattina la tortora si accorse subito che qualcosa non andava: il suo sposo aveva le piume arruffate e non riusciva a reggersi sulle zampe. Sta male, disse la tortora, e volò nel bosco in cerca di erbe medicinali. Quando tornò, la casetta di legno era vuota. Il suo compagno era morto e il contadino lo aveva già messo sottoterra. La tortora pianse a lungo, in silenzio; e quindi fece un voto di perpetua castità, e di non posarsi mai su un ramo verde e di non bere mai più acqua chiara”.

Chiudiamo questo breve viaggio nel mondo delle tortore con uno stralcio tratto dalla poesia “21 settembre-presso la Verna” di Dino Campana:

“Io vidi dalle solitudini mistiche staccarsi una tortora e volare/ distesa verso le valli immensamente aperte. Il paesaggio cristiano/ segnato di croci inclinate dal vento ne fu vivificato misteriosamente./ Volava senza fine sull’ali distese, leggera come una barca sul mare. / Addio colomba, addio! …”

Come ogni uccello, anche la tortora, ci stupisce per ciò che non riusciremo mai a fare, se non con mezzi esterni al nostro corpo, ossia volare. Le ali richiamano in ogni caso leggerezza, sogno e anche slancio, il lanciarsi con passione verso i nostri desideri, o in cose che non osiamo fare, proprio come farebbe, la prima volta un piccolo di tortora, nella infinità vastità di orizzonti azzurri.

Oggi però pioviggina, il cielo è grigio, ed è meglio fermarsi un poco. Magari sotto un albero, respirando l’umidità della terra e sognando, chissà, la nostra prossima migrazione, senza fucili e senza muri.

Tortore in antico codice miniato

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