“Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.

L’infinito di Giacomo Leopardi

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La tentazione di fare seppuku con la propria identità digitale è oggi fortissima. Mi sveglio, apro facebook e anche le attività e le notizie di chi anima il web, con buone intenzioni e ricerca di un senso di comunanza, finiscono ai miei occhi nel grande calderone che livella tutto.
Ogni immagine, notizia, suono, video vengono come passati da una macina digitale che sminuisce e svilisce ogni cosa. A’ livella. Accanto alla rabbia gratuita, perversa, c’è la leggerezza, la gioia. Accanto alla tragedia quotidiana, vicina e lontana, c’è cibo in abbondanza. Accanto alla violenza, il gioco.

Ogni cosa si perde per un elemento fondamentale, quello che non è presente, se non in maniera distorta, e che ha un nome bellissimo: esperienza.
Experio ossia provo, tento, esperire: “conoscenza diretta, personalmente acquisita con l’osservazione, l’uso o la pratica, di una determinata sfera della realtà (…) fare esperienza (di qualche cosa), provare direttamente” e ancora “tipo di conoscenza fornita dalle sensazioni o comunque acquisita per il tramite dei sensi”.

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Sono cresciuta all’interno di un contesto in cui il corpo, con i suoi sensi e il suo “pensiero”, era considerato sicuramente centrale per il maturare della personalità e per sostenere una buona qualità delle proprie relazioni con il mondo. Non escludendo gli apparati tecnologici, affermo -in tutti i sensi- la centralità dell’esperienza fisica. Ma che significa esperienza fisica? Sicuramente anche il rapporto che si ha con il mondo attraverso il web, lo schermo e gli schermi a disposizione oggi, è una esperienza ma, dal mio punto di vista, una esperienza limitata che non fornisce la pienezza dell’esperienza stessa, che -invece- ha bisogno di quei tentativi, contatti, sensazioni, che solo l’approccio fisico alle cose può dare. Gli odori, i sapori, gli occhi, il tatto, l’ascolto, non sono semplicemente dei “sensi” che il corpo ha, ma sono i nostri strumenti e le tecniche maturate nei secoli che i corpi hanno a disposizione per crescere.

Uno schermo, piccolo o grande che sia, anche invisibile è sempre un filtro, una sorta di muro che non identifichiamo come tale. E’ una cosa che abbiamo davanti agli occhi e che costituisce un tramite con il mondo. Se a questo filtro manca il sostegno fondamentale dell’esperienza fisica qualcosa si perde, qualcosa di molto prezioso, direi fondamentale, che ha a che fare con il concetto di “umanità”. Ma cosa è l’umanità? A cosa fa riferimento questa parola?

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Cito le parole di Antonella Bonavoglia, in un articolo sulla scuola del 2015 sul Sole24ore: <<L’umanità è un sentimento, quello che sottende alla solidarietà reciproca, di comprensione e indulgenza verso l’altro. Come tutti i sentimenti, può essere sviluppato attraverso l’educazione e soprattutto oggi, come non mai, sento forte la necessità di comprendere se i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze, sappiano davvero “essere umani”. Essere umani vuol dire superare quei comportamenti che ci riducono molto simili a dei robot; la società in cui viviamo, basata sulla competizione e sulla prestazione ci rende vulnerabili e poco inclini ad accettare gli errori, i difetti, le storture, le frustrazioni, le imperfezioni fisiche, tutto ciò che risulta “diverso dalla norma”>>

Umanità ed esperienza. La situazione che stiamo vivendo attualmente non fa che rendere più evidenti le profonde discrepanze esistenti nella vita degli esseri umani. E’ come se dal fondo -che abbiamo coperto in tutti i modi e cercato di allontanare dalla vista e dal cuore- emergessero mostri sepolti, avanzi, resti, sui quali però è costruita la vita che abbiamo adesso. E con i mostri ci si deve confrontare prima o poi. Forse meglio prima, che poi.

Stamattina mentre spegnevo, con il mio compagno, un incendio in campagna, di una delle tante persone che si divertono ad incendiare le sterpaglie -e non era un contadino-, pensavo : “eppure i buoni devono essere la maggioranza, altrimenti ci saremmo estinti da tantissimo tempo!”.
I buoni…i cattivi…come nelle migliori saghe americane! Ma chi sono i buoni? Cosa è giusto? Cosa è sbagliato? D’accordo la verità non esiste, tutto è relativo, eppure un criterio per definire le coordinate di una esistenza comune deve esserci. E se il confine tra la bontà e la cattiveria è sottilissimo eppure non possiamo non riconoscere una azione che tiene conto della vita dell’altro, in ogni sua forma, da una azione che invece sfrutta o consuma l’altro. No, non tutto è relativo.

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Sono grandi le domande che ci stiamo facendo e grandi le risposte da trovare. Le proposte, i tentativi da fare. Anche la cura, il prendersi cura di-, ha bisogno di tempo, tentativi e risanare la ferita richiede tempo, volontà, dedizione e impegno. Anche alimentare la gioia richiede impegno.

In questi giorni di forzata chiusura sono tanti i pensieri che risalgono da quel fondo pieno di mostri e di avanzi che tentiamo disperatamente -nella velocità della quotidianità e nella “esclusività” della norma- di far tacere. La vita umana è davvero rumorosa, davvero invadente e si prende tutto ciò che trova attorno, senza rispetto, senza amore.

Intanto sono arrivati i falchi grillai di cui non mi ero accorta gli anni passati, perché anche io ho sempre avuto il terrore di fermarmi, di cedere il passo, ammettiamolo. Perché fermarmi mi avrebbe messa davanti ai cocci. Ed ecco che loro appaiono, in tutta quella “straziante bellezza del creato”, di pasoliniana memoria.
Cerchiamo di non disturbarli e di convivere con loro. Accanto ai falchi grillai ci sono i piccioni, le tortore, le taccole, le gazze, i fringuelli, le ballerine e sono arrivate anche le rondini. E’ ciò che ascolto e vedo dal tetto, piccolo ritaglio sul mondo che “il guardo esclude” dalla città, dalle strade, dalle piazze, dalle fabbriche, dai condomini, dalle ville, e lascia scorgere un orizzonte minimo fatto di cielo e piccola sacra, preziosissima vita.

3 pensieri su ““Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”

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