“A Gerusalemme” di Tamim Al-Bargouthi


(…)
I nostri giorni trascorrono davanti a noi
con i soliti passi lenti.
I nostri giorni passano accanto ai carri dei soldati e diffondono i loro auguri sui dolci pendii:
-Pace sulla terra di Canaan, terra di gazzelle e di porpora-
(…)”
da “Sceglieremo Sofocle” in “Undici pianeti” di Mahmud Darwish, traduzione dall’arabo a cura di Silvia Moresi

 

Dome-of-the-Rock-monument-Islamic-Jerusalem

La lunga guerra, la lunga occupazione che ha stravolto un territorio e i suoi abitanti. La lunga occupazione della Palestina sempre dimenticata, la lunga occupazione sempre permessa, come se un furto comprovato fosse perpetrato davanti agli occhi di tutti, istituzionalizzato. Tutti coloro che hanno il potere di poter cambiare le cose evitano bene di farlo, per interessi economici, per giochi di forza politici, per odi burocratizzati. Noi, esseri umani, siamo questo. L’unica forma di vita al mondo capace di portare una situazione crudele ad una infinita e continua esasperazione, per motivi, che a guardarli da vicino, sono e continuano ad essere banali, futili. Come banali apparivano ad Hanna Arendt le motivazioni del “male”.

Che società costruiamo? Che persone siamo diventate? Quale sapore ha la bava alla bocca che vediamo quando ci specchiamo o quando guardiamo gli altri negli occhi? Palestina…antica storia che appartiene al mondo e che il mondo sta stritolando, con azioni militari che hanno nomi di pace, con generazioni e generazioni cresciute nell’odio. Da una parte e dall’altra. Eppur si resiste! Da una parte e dall’altra. Ma il logoramento è atroce da sopportare.

Le promesse di Netanyahu sono sempre le stesse. Ma chi vuole quelle promesse? Chi permette a questo politico di fare simili promesse? Persone, civili, abitanti di una terra rubata. E come possibile non avere nessun tipo di lucida ragione verso la ragione altrui? Essere così spudorati?

“Questo (piano) è stato ritardato per sei anni e mezzo – ha detto ieri Netanyahu – Ho dato istruzioni per pubblicare immediatamente il piano per costruire 3.500 case in E1″. Appena una settimana fa un annuncio simile: 2.200 nuove unità abitative nella colonia di Har Homa, tra Betlemme e Gerusalemme (dove fino alla fine degli anni ’90 sorgeva una foresta usata dai palestinesi nel tempo libero), e altre migliaia a Givat Hamatos, nella stessa zona. Nello specifico le nuove abitazioni di cui il premier ha parlato ieri dovrebbe sorgere tra le colonie di Kfar Adumim e Maale Adumim, tra le più ampie dei Territori Occupati. Un piano che non solo dividerebbe in due la Cisgiordania, già spezzettata in enclavi e sistemi amministrativi diversi (le Aree A, B e C disegnate dagli Accordi di Oslo del 1993), ma che provocherebbe l’espulsione forzata di almeno 2mila beduini palestinesi che in quelle terre vivono da decenni, molti da prima della creazione dello Stato di Israele e tanti altri dopo la Nakba del 1948, cacciati dal deserto del Naqab”.

Questo è uno stralcio tratto da Nena News da un articolo del 26 febbraio 2020 sulle elezioni imminenti. Case, promesse di case, che spesso rimangono anche vuote ma che sono l’elemento cardine per affermare il possesso della terra. Colonie. Siamo nel 2020 e nulla è cambiato rispetto alla pratica coloniale e di invasione. Non solo in Palestina, si badi bene, le forme sono apparentemente cambiate ma la questione coloniale rimane e forte, e sembra che facciamo una difficoltà assoluta a riconoscere il fenomeno coloniale nelle pieghe della nostra storia. Italia compresa.

Case, quindi. “La casa è il luogo della nostra identità, il luogo dove siamo nati” scrive la poetessa Choman Hardi nel suo libro “La crudeltà ci colse di sorpresa”. Un altro popolo, quello curdo, tradito, spezzato.
La casa diventa un nido fragile, un sogno impossibile.

(Video realizzato da Yuval Abraham e Rachel Shor per +972 magazine di giornalismo indipendente su Israele e Palestina)

Vengono in soccorso i poeti. E questa volta non scriverò di Mahmud Darwish, le cui parole sono luce che illumina il mio cammino, nonostante nulla io sappia della terra che lo ha nutrito…Mahmud Darwish, il cui villaggio natio fu letteralmente cancellato dalle mappe, dopo essere stato raso al suolo dalle ruspe israeliane. E non è una favola ma la brutale realtà. Una casa c’era, una casa non c’è più.

Scriverò di un poeta che un bel giorno, nel 2007, arriva in un famoso show arabo e legge la sua poesia “A Gerusalemme”. Un passo indietro…sì, nei paesi arabi la poesia ha sempre avuto un ruolo centrale nella vita delle persone. Mahmud Darwish riempiva gli stadi, per l’appunto. Il mainstream televisivo contemporaneo ha cercato, con il programma “Prince of Poets” , di mettere al centro la poesia e, incredibilmente, si è riusciti a creare un programma televisivo di successo. Scrivo questa nota solo perchè, nel momento in cui sono venuta a conoscenza del programma, ho pensato a come in Italia sarebbe impossibile proporre una cosa simile. Diciamo pure che scrivo di Prince of poets per puro stupore. Ma facciamo un passo indietro e torniamo alla poesia di Tamim Al-Barghouti. Il poeta.

La sua poesia parlerà per me di Palestina, in questo articolo. Provo di seguito a tradurla in attesa di più autorevoli traduzioni, basandomi su alcune traduzioni in inglese trovate in rete, i cui link riporto a fine articolo.

A Gerusalemme
di Tamim Al-Bargouthi

Siamo passati davanti alla casa dell’amato e ne fummo allontanati dalle leggi del nemico e dai suoi muri.

Mi sono detto “forse è una benedizione”
Cosa vedrai a Gerusalemme quando la visiterai?
Tu vedrai tutto ciò che non puoi sopportare
quando le sue case ti appariranno da ogni lato.
Quando incontri i suoi amati, non tutte le anime gioiscono
Né tutte le assenze feriscono,
Se anche sono felici quando si incontrano prima di ripartire
questa gioia non resta.
Vista l’antica Gerusalemme una volta
l’occhio la vedrà per sempre.

A Gerusalemme, un fruttivendolo della Georgia, stanco di sua moglie
pensa alla prossima vacanza o a come pitturare la casa.
A Gerusalemme, un uomo di mezza età venuto dall’Upper Manhattan
insegna alla gioventù polacca le leggi della Torah.
A Gerusalemme un poliziotto etiope chiude una strada nel mercato,
una mitragliatrice è imbracciata da un colono che non ha neanche vent’anni,
un uomo con la kippah* si inchina al Muro del Pianto,
bionde turiste europee che non guardano affatto Gerusalemme
si fotografano tra loro
accanto ad una venditrice di ravanelli che gira le piazze tutto il giorno.
A Gerusalemme ci sono muri di basilico.
A Gerusalemme ci sono muri di cemento.
A Gerusalemme siamo forzati a pregare sull’asfalto.
A Gerusalemme l’esercito avanza, calpestando le nuvole.
A Gerusalemme, tutti sono a Gerusalemme, tranne te.

E la Storia si volta verso di me e sorride:
“Pensavi davvero che non li avresti notati, che avresti visto altro?
Qui loro sono di fronte a te, essi sono il corpo del testo e tu sei una nota a pié di pagina, al margine.
Pensavi che la visita avrebbe rimosso dal volto della città, figlio mio,
il velo spesso del suo presente, solo per farti vedere ciò che desideri?
A Gerusalemme, tutti sono a Gerusalemme, tranne te

A Gerusalemme tutti sono giovani uomini tranne te.
Lei è una gazzella errante,
il tempo segna la separazione,
tu continui a correrle dietro da quando ti disse addio con i suoi occhi.
Quindi, trattati con gentilezza ora, perché sei diventato debole.

Oh scrittore della storia, aspetta
ha quindi la città due tempi
il tempo dello straniero è calmo, non muta la sua andatura e procede come se stesse dormendo
e c’è un altro tempo, latente, quello di colui che che cammina in silenzio, con precauzione.
E Gerusalemme conosce se stessa,
chiedi a chiunque, tutti te lo diranno.
Ogni cosa ha una sua lingua,
per cui quando chiedi ti sapranno rispondere con eloquenza.
A Gerusalemme la curva della mezzaluna si piega come un feto
una gobba inclinata sulle altre mezzelune sopra le cupole
E lungo gli anni, la loro relazione cresce come tra un padre e un figlio.

A Gerusalemme gli edifici sono costruiti con pietre prese dalla Bibbia e dal Corano
A Gerusalemme la definizione di bellezza è ottagonale e blu
E su di essa -possa la tua gloria durare!- c’è una cupola d’oro*.
Sembra, secondo me, uno specchio convesso dove puoi vedere il volto del cielo.
Lo specchio culla il cielo e lo avvicina,
lo distribuisce in soccorso ai più meritevoli durante l’assedio,
se solo la gente stendesse le sue mani dopo il sermone del venerdì.
A Gerusalemme il cielo si confonde tra la gente, ci protegge e noi proteggiamo lui
lo portiamo sulle nostre spalle
se i tempi opprimono le lune.

A Gerusalemme le colonne di marmo sono scure
come se la profonda radice delle colonne fosse di fumo.
Le finestre, alte sulle moschee e sulle chiese
afferrano l’alba per mostrare come si usa il colore per dipingere.
L’alba dice: “non così”.
E le finestre dicono: “no, non è così”.
E dopo un lungo conflitto viene il compromesso
perché il mattino è libero oltre la soglia.
Ma se l’alba vuole entrare attraverso le finestre
deve convivere con la legge di Dio.

A Gerusalemme c’è una scuola costruita da un mammalucco*, venuto da oltre il fiume.
Fu comprato al mercato degli schiavi a Isfahan da un commerciante di Baghdad che andava ad Aleppo,
per portare il mammalucco al principe.
Ma il principe temeva il blu del suo occhio sinistro
e lo dette via ad una carovana che andava verso l’Egitto
e divenne, anni dopo, sultano e vincitore sui mongoli.

A Gerusalemme un odore riassume la Babilonia e l’India
in un negozio di profumi a Khan El-Zeit*.
L’odore ha un linguaggio che puoi capire se ascolti.
E mi dice, mentre piove su di me gas lacrimogeno: “Non preoccuparti”
E riemerge, dopo che il gas è sparito, dicendomi: “Vedi?”

A Gerusalemme la contraddizione è a suo agio e le meraviglie non possono essere negate,
Meraviglie come pezzi di stoffa rivoltati, vecchi e nuovi assieme.
E ci sono miracoli che possono essere toccati con mano.

A Gerusalemme se stringi la mano ad un aziano o tocchi un edificio
troverai inscritto sui tuoi palmi, amico mio, il testo di una poesia o due.

A Gerusalemme, nonostante la successione delle catastrofi, un vento di innocenza è nell’aria, un vento di infanzia.
Così puoi vedere le colombe volare e annunciare, tra due spari nel vento, la nascita di uno stato.

A Gerusalemme, le file delle tombe sono la storia della città e il libro, la sua anima.
Tutti sono passati da qui.
Gerusalemme accoglie chiunque voglia arrivare, infedele o credente.
Io ci sono passato e ho letto sulle sue lapidi ogni lingua del mondo.
Troverai africani ed europei, caucasici, slavi e bosniaci
cumani e turchi, credenti e miscredenti
i poveri e i ricchi, gli immorali e i pii.
Tutti loro camminano sul suo suolo
essi erano i margini nel libro e divengono ora il testo della città.
Pensi che la città opprima solo noi?
Oh Storico! Cosa ti è successo per averci escluso?
Prepara la scrittura un’altra volta, perchè vedo che stai sbagliando.

Gli occhi chiusi, poi aperti un’altra volta,
l’autista del taxi giallo sterza verso nord,
lontano dalle sue porte,
Gerusalemme cade dietro di noi.
L’occhio la vede attraverso lo specchietto retrovisore di destra
il suo colore cambia nel sole, prima del tramonto.
Un sorriso si insinua, non ero certo di come poteva essere apparso sul mio volto.
Mi avvicino per guardarlo meglio, ed esso:
“Oh tu che soffri dietro il muro, sei forse pazzo? Folle?
Non piangere, per essere stato espulso dal corpo del testo
Non piangere, arabo, e sappi che
a Gerusalemme, nonostante tutti siano a Gerusalemme,
io non vedo che te”

*Kippah: copricapo circolare utilizzato dagli ebrei maschi nei luoghi di culto o quotidianamente.
*Muro del pianto: luogo di pellegrinaggio e di preghiera, sacro agli ebrei.
*Cupola d’oro: fa riferimento al santuario “Cupola della Roccia” (Qubbat as-Sakhrah). Luogo sacro nel mondo islamico, sito a Gerusalemme.
*I mammalucchi erano membri di una classe militare, originariamente composta da schiavi, al servizio del sultanato d’Egitto. Il mammalucco in questione, “era un mamelucco (o mammalucco), uno schiavo di origini turche. I mamelucchi avevano prestato servizio come schiavi soldato sotto i sultani ayyubbiti del Cairo. Nel 1250, però, avevano soppiantato i loro signori assumendo il dominio dell’Egitto”.
*Khan el Zeit è la più affollata e colorata strada del mercato, nella parte antica di Gerusalemme, con un famoso mercato delle spezie.

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Il poeta
Tamim Al-Barghouti è un poeta attivista palestinese, molto noto nel mondo arabo, analista politico e giornalista. Nato al Cairo nel 1977, dal poeta palestinese e diplomatico Mourid Al-Barghouti e dalla scrittrice egiziana Radwa Ashour. “È stato definito un “poeta di strada” dopo aver riconosciuto nella poesia un linguaggio di resistenza: la sua perfezione estetica costituisce un rifiuto delle ingiustizie, una risposta ad un fallimento, la negazione di una immagine negativa che l’occupante vuole associare ad altri”.
Nel 2007 appare nel programma “Prince of Poets” con la sua poesia “A Gerusalemme” e nel 2011 vince il contest dello stesso programma. Nelle sue composizioni utilizza sia il verso classico arabo che il verso libero per una poesia apertamente politica e di resistenza.
La poesia “A Gerusalemme” è il vero e proprio lancio della sua popolarità. Per capire la popolarità di Tamim Al-Bargouthi si pensi che dopo la lettura della poesia nel programma “Prince of Poets”, poster con la sua immagine sono apparsi per le strade di Gerusalemme e di altre città palestinesi e portachiavi con la sua foto venivano venduti in strada. Mentre parti del poema sono diventate suonerie di telefoni cellulari in tutto il mondo arabo. La poesia “A Gerusalemme” è inserita nella prima raccolta delle sue poesie tradotta in inglese: “In Jerusalem and Other Poems, 1997-2017, Tamim Al-Barghouti, Interlink Books (2017)”. La traduzione dall’arabo in inglese è stata curata dal poeta  con la madre, radwa Ashour. Tamim Al-Bargouthi crede fortemente che la responsabilità dell’arte sia nell’aiutare la gente a ricreare un immaginario del mondo, per dare spazio a un futuro possibile: per una “forma più bella di governo, per una forma più bella di relazione tra uomo e donna; per una forma più bella di relazione tra gli esseri umani e la natura”.

Note:
1) Traduzione in inglese della poesia “In Jerusalem” a cura di Houssem Ben Lazreg https://scholarworks.wmich.edu/cgi/viewcontent.cgi?article=1175&context=transference
2) Traduzione in inglese della poesia “In Jerusalem” a cura di Carly Melissa Uebel nella tesi carrying palestine: “Preserving the “postmemory” palestinian identity and consolidating collective experience in contemporary poetic narratives” https://scholarsbank.uoregon.edu/xmlui/bitstream/handle/1794/19099/Thesis%20Final-Uebel.pdf?sequence=1&isAllowed=y
3)Traduzione in inglese della poesia “In Jerusalem” a cura Adib S. Kawar e Mary Rizzo in http://www.a-w-i-p.com/index.php/poetry/2010/01/29/in-al-quds-in-jerusalem-a-1578-a-1605-a-1587ù
4) Per informazioni sulla bio e sulle opere dello scrittore: https://nena-news.it/poesia-tamim-al-barghouti-gerusalemme-nel-linguaggio-della-resistenza/ – Per info sulla raccolta: https://electronicintifada.net/content/poetry-steeped-sarcasm-and-politics/21671
5)https://www.newyorker.com/books/page-turner/sometimes-people-write-poetry-with-their-feet-a-conversation-with-tamim-al-barghouti

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