Gentile, come un unicorno

“Fatemi quello che siete”
da “Antenata” di Mariangela Gualtieri

Questa è la storia di un attraversamento. Un lento attraversamento che realizza una presa di coscienza, una conoscenza che non ha bisogno di nomi e avviene attraverso la pratica della performing art. Come può il lento passaggio di un corpo, che sfila davanti ai miei occhi, muovere un meccanismo di conoscenza?

Forse avviene nel momento in cui, il corpo che si espone, si espone consapevolmente, ponendosi in modo centrale e affermandosi come vivo e presente ai miei occhi. Non posso girare lo sguardo, devo fare i conti con ciò che accade perché abbiamo creato uno spazio -quello dell’incontro attraverso la performance- in cui io ho accettato di essere testimone e partecipe. Ho accettato che la performer “mi facesse quello che è”. Meccanismo non troppo semplice.

Una convenzione che si stipula non detta nel momento in cui accettiamo di esserci. Non si può tornare indietro, è la sconfitta della conoscenza, la nostra sconfitta.

Chiara Bersani, la performer di cui scrivo, si prende tutto il tempo, lo spazio e la forma per portare il mio essere a considerare la sua presenza. Considerare che il corpo individuale è parte del corpo collettivo, e che il corpo individuale e il corpo collettivo giocano una partita comune per quello che possiamo chiamare il corpo sociale di una comunità. Di conseguenza, possiamo parlare di corpo politico. Perchè politico è il nostro modo di stare al mondo.

Il mio corpo di donna, sui 37 anni, di donna bianca, italiana, artista, che lavora strenuamente con la poesia, che sente la terra che le freme nel grembo, è un corpo politico. Un corpo che con il suo esserci e il suo fare, crea connessioni, entra nelle dinamiche delle cose del mondo, dice, esprime, tace.

Il corpo di Chiara Bersani, corpo di donna, sui 35 anni, performer italiana, corpo la cui forma ha su di sé e in sé i segni della osteogenesi imperfetta, il cui percorso di artista parte anche dal ritenere importante stabilire un rapporto consapevole con il proprio corpo come pratica personale di crescita e mutamento e come pratica fondamentalmente politica, è un corpo politico.

Guardare, secondo l’ottica medievale, era un portare le cose al cuore, attraverso canali linfatici che partivano dall’oggetto della visione per arrivare all’occhio di chi guarda. Affinché si possa arrivare a riconoscere quel determinato “oggetto”, dall’occhio esso deve passare dal cuore. Un piccolo viaggio quindi che va dall’esterno all’interno e ancora all’esterno attraverso un con-tatto sensoriale: l’occhio è qui tattile, acquoso.

Chiara Bersani porta lo spettatore a compiere una prima semplice azione: quella di guardare. Passando lentamente vicino al pubblico Chiara si fa guardare. “Eccomi, io ci sono, e sono ciò che vedi, ciò che ti faccio vedere di me. Ciò che tu vuoi vedere di me mentre ti permetto di farlo”. Una azione performativa eseguita nei dettagli del movimento delle mani, dei piedi, della bocca e degli occhi. Una azione lenta, lentissima -il tempo è relativo, frutto di una esperienza personale- che restituisce all’occhio il tempo della visione. E Chiara cammina, lentamente, cammina con le ginocchia e i pugni ben serrati che sembrano quasi due zoccoli; gli zoccoli del suo “Gentle Unicorn”. Un unicorno gentile che espone tutta la sua fragilità e la sua forza e ci mette faccia a faccia con noi stessi. Perché, paradossalmente, l’azione performativa di Chiara Bersani, ci porta a considerare non lei sola, ma anche noi stessi.
“E io che me ne faccio del corpo mio? Quale privilegio porto con me? Quale limite mi pongo? Quali limiti creano al mio corpo gli altri? Come prendo il mio spazio? Come rispetto lo spazio altrui?”.

Allora negli occhi avviene una trasformazione. Deve avvenire. Nessun orizzonte è fisso, nessun colore. E la donna, il corpo dalla forma inusuale si trasforma ancora in animale, un animale fantastico o, un fantastico animale, a cui tende il pensiero e il corpo. La forma alla quale si decide volutamente di approdare. Come un animale ferito, braccato per la sua particolarità, questo unicorno canta delle note lamentose che si fanno più chiare. Le note diventano richiamo. L’unicorno essere fantastico che unisce purezza e desiderio sessuale. L’unicorno che solo una vergine poteva domare, l’unicorno essere unico come ogni essere vivente, in ogni sua manifestazione.
E allora Chiara Bersani, trasformata in unicorno invita tutti a vestire i panni di unicorni unici, di rispondere al suo richiamo, di essere ferito che scopre, copre e riscopre la propria fisicità, il proprio lamento, il proprio canto.

Ed io, accanto a lei, non posso fare altro che chiedermi a quale richiamo rispondere, in questa notte senza luna che non lascia scampo.

-Il presente articolo è stato scritto a seguito della presentazione di “Gentle Unicorn” durante il BIG Bari International Gender Film Festival, presso lo Spazio Murat.-

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