Se un giorno di settembre, nel bosco…

non è un esercizio da cronometrare. forse un appuntamento da mantenere
è visione, aria, vita che entra ed esce dalla tua pelle, è un metodo per sentire. per richiamare i sensi dell’esistenza

uscire dalla propria zona di comfort, conquistata da anni di lotta per l’emancipazione dell’uomo dalla natura, per il progresso e il sogno del corpo immortale
uscire dalla propria zona ben limitata d’asfalto, luce ed elettricità, cibo economico, gabbie e gabbiette per l’essere esotico da tenere a distanza. uscire. uscire per non soffocare, per non perdere quel residuo di “umanità” che mi rimane e mi fa ancora essere partecipe della vita sulla terra…o di ciò che ne rimane

ognuno sceglie se seguire la propria inclinazione. io mi sento come un albero il cui tronco vira tutto verso il sentiero. una chioma diseguale, spostata come un’onda verso l’interno del bosco. il bosco si muove nelle mie orecchie come la migliore quadrifonia umana non potrebbe mai fare. ad ogni verso di uccello corrisponde la visione di una piuma. perché nell’intrico dei rami so già che sarà difficile scorgere gli uccelli che cantano e allora li invento, li dipingo nell’occhio che non vede e che la mano esalta

pazienza. sapienza. passione. furore. vincoli. teorie. pratiche.
furore. esaltazione di carattere divino che provoca l’amore. divinità. rito. natura.
“La verità, che è infinita, non può essere racchiusa in nessun sapere finito”.
le mani. Bruno. Giordano Bruno. empatia. Stein. Edith Stein.
pensieri che si affollano disordinati nella mente, poi, entro. entro nel bosco. ed esco, dalla mia zona di comfort.

il bosco mi mette a nudo. mi sento osservata. come se una moltitudine di occhi e di creature non viste ma vedenti, si celasse dietro le foglie per guardarmi. mi sento un’estranea nel bosco. fuori posto. c’è bisogno di tempo per “ambientarsi”. mi vedo nuda. ecco…solidale. vorrei solo un corpo solidale che mi tranquillizzasse. solidarietà tra le specie. convivenza.
la paura di essere cacciata, da un cinghiale per esempio, deve avere una radice antichissima, antichissima come l’inizio della vita umana sulla terra. sono una preda. e mi eccita e mi abbatte allo stesso tempo questa sensazione di essere in balia, di non poter avere pienamente tutto il controllo
quello asettico, neutrale, poliziesco, totalizzante

tutto questo è anacronistico. noi, esseri tecnologici e tecnologizzati. resi potenti dalle mani. le mani. quale dolcissimo strumento di tortura. entro. entro nel bosco.
segni in ogni dove, della volpe appena passata, delle farfalle, dei cinghiali, dei cavalli, di piedi umani. il bosco dove la paura incontra l’indicibile bellezza dell’esistenza.

continuo a pensare che l’essere umano, se non in rarissime situazioni, è il solo essere che non sappia cosa convivenza significhi. o, non lo sappia ancora, ci sta lavorando, tra le specie e tra la sua stessa moltitudine umana. ma il bosco, senti, mormora

nessuna poesia potrà eguagliare la poesia del vento tra le foglie, il vento che con il suo movimento da’ voce al tutto.

mi guardo intorno e capisco quanto la poesia sia, delle umane pratiche, quella più bella, come il canto, che una madre canta alla figlia e al figlio, per scongiurare la nudità, per ritrovarla bella e poterla vestire con letizia e gioia.

continuo a camminare, commossa, il semplice cadere delle foglie, che non sono affatto morte, e quel cadere è vivo come la splendida figura della volpe, che se sapesse cosa le gira attorno tremerebbe.

un tempo, in uno spettacolo, dicevo queste parole, solo queste parole che Jabés mi aveva sussurrato all’orecchio: “Ah! Se tu sapessi quanto sono vulnerabili le nostre dimore, e quanto tu stesso lo sei, ne tremeresti” ma questo tremore è la ricchezza che abbiamo. un tremore che ci mette in empatia con noi stessi, con gli altri, con ciò che è vivo ed è diverso da noi

lotto ogni giorno per non imporre me agli altri e imparare la convivenza, non è semplice, non hanno mai detto che sarebbe stato facile ma già l’essere consapevoli di questo ti spalanca gli occhi, ti disarma il cuore

per anni non ho mai capito Brecht, che scriveva che il destino dell’uomo è l’uomo, ho pensato alla natura o ciò che resta di lei…lei…a qualcosa di sacro in cui rifugiarmi, per placare la rabbia con cui la violenza degli uomini mi nutriva, che non comprendo tutt’ora e che mi fa vergogna, mi ammutolisce…ma la natura non è qualcosa in cui rifugiarsi, non un esercizio da compiere per riequilibrarsi
è la natura è il nostro mondo da sostenere, da far riemergere dall’abisso del nostro stomaco

specchio della mia esistenza curva sul sentiero
come un’onda in cui vibrano i pesci, le balene, le nostre visioni azzurre, forse, il cielo

 

15 settembre 2019, Bosco di Sant’Antuono, Mottola (Taranto)

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