Mona Haydar tra rap e attivismo

“Siamo per loro delle barbare
bellissime, facciamo paura
capaci di scuotere la terra
selvagge ancora

Siamo per loro delle barbare
il gelsomino e l’incenso li inonda
bellissime barbare

Dillo ancora
bellissime barbare
e se prima ero una bestia
ora loro vogliono la mia pelle
Non li lasceremo vincere
bellissime barbare

(…)

Dicono che il personale è politico
donne, vi dico che il futuro è nelle nostre mani
dobbiamo essere indivisibili

questo naso, da decolonizzare
questi capelli, da decolonizzare
questo corpo, da decolonizzare
questa mente, da decolonizzare”

dalla canzone “Barbarian” di Mona Haydar

Nel mio vagabondare nella cultura altra, soprattutto nella cultura poetica di protesta e nella letteratura d’esilio, mi sono imbattuta nella musica rap-pop di diversi gruppi o artiste/artisti di cultura araba. Sono davvero tante le cose che ho scoperto e che probabilmente i cultori di questo tipo di musica già sanno, e tra le tante, che il rap (non mi dilungo sui vari generi di rap) fiorisce come contro-cultura e cultura di protesta non solo in Europa o negli Stati Uniti d’America ma anche in Palestina, Siria, Yemen, Iraq e così via.

Non sono mai stata una cultrice del genere ma ultimamente posso ammettere che non mi dispiace affatto essermi imbattuta in questo mondo pieno di energia e necessità di mettersi e mettere in discussione.

Tra queste mie ricerche, mi sono imbattuta in Mona Haydar. Come si può leggere nella sua biografia, Mona Haydar, è “rapper, poeta, attivista, pratica permacultura, mediatrice, devota al compostaggio, amante della montagna e della forza del sole e instancabile appassionata di Dio”. Mona è una forza della natura, nata da genitori siriani, cresciuta a Flint, nel Michigan, e vissuta a Damasco per approfondire i suoi studi di arabo e sulla spiritualità islamica. Dopo una tappa in Messico e nel Nord Carolina, si è infine “fermata” con la famiglia in Marocco.

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Mona Haydar inizia la sua attività artistica come poetessa e nel 2015 comincia ad utilizzare la poesia nella musica rap. La sua musica è dichiaratamente di protesta, contro l’oppressione della donna, come nel singolo “Hijabi” (che denuncia una cultura religiosa autoritaria da una parte e l’accanirsi di stereotipi dall’altra), o ancora come nella canzone “Dog” (dove si denuncia il patriarcato come forma culturale, politica e sociale a danno non solo delle donne ma anche degli uomini), o ancora nel bellissimo singolo “Barbarian”, canto di protesta che richiama al bisogno di decolonizzare il linguaggio e con il linguaggio il pensiero di una supposta supremazia che si ha verso l’altro. In questo caso, “barbaro”, che richiama l’etimologia di greca memoria, è colei o colui visto sotto la lente della discriminazione e del senso di superiorità della cultura bianca.

Mona, non è solo attivista e femminista. Assieme al marito Sebastian, si impegna nel combattere l’islamofobia. Del 2017 è la loro campagna “Chiedi ad un musulmano”: la coppia, presso l’università di Cambridge, si rendeva disponibile ad incontrare la gente per una chiacchiera o per rispondere a delle domande e a delle curiosità rispetto al mondo arabo e ad ogni incontro mettevano a disposizione della gente caffè e ciambelle.

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L’artista, nelle sue canzoni, denuncia con forza e ironia, le derive di una società misogina, capitalista e islamofoba, unendo l’hip-hop americano con la tradizione della musica orientale. Difatti, come lei stessa ripete, la donna musulmana la lotta ha una duplice valenza, sia contro il patriarcato all’interno della propria società, sia contro l’islamofobia, all’esterno della propria comunità. Questa duplicità si ritrova per esempio, nel come viene considerato il velo dalle diverse parti sociali. La canzone “Hijabi” denuncia proprio questa ambiguità, laddove il velo può essere una forma di oppressione, un peso personale, una forma di feticismo o, dall’altro lato, un simbolo di liberazione, una liberazione contro due forze opposte che vogliono la stessa cosa: l’oppressione delle donne. E così, indossare hijab, diviene per donne di diverse nazioni e paesi, ma di cultura musulmana, una forma di protesta e sorellanza. Ma, ricorda la stessa Mona, non è sempre così, indossare il velo può essere una forma di oppressione e se c’è una scelta femminista di protesta, è una scelta consapevole, di liberazione.

Mona ha una attitudine solare alla vita nonostante le difficoltà incontrate lungo il suo percorso. Quando le chiedono della sua vita a Flint, risponde: “credo di avere una attitudine positiva alla vita. Bisogna fare in modo che si realizzino le speranze per un mondo diverso attraverso questa attitudine. Per esempio, io sono ora in Francia. E’ una cosa particolare per me, perché la Francia ha colonizzato la Siria. Potrei essere in collera, prendermela con tutti oppure potrei approfittare del caffè francese e dei cornetti, senza dimenticare la mia storia! Non voglio che le scelte delle persone possano ricadere negativamente sulla mia vita e decido di essere libera. Poco importa la maniera in cui mi trattano, poco importano i miei traumi, io vivrò una vita migliore!”. Ho tratto questo frammento da una intervista che Mona rilascia alla rivista on-line francese Dialna, nel 2017, per far capire quanta forza e ironia si cela nell’arte della musicista, che considera il rap una forma di vita, di esistere al mondo.

Ma non c’è solo il rap. Haydar è anche attivista e lavora con gruppi di donne per superare i pregiudizi anche all’interno delle stesse prospettive femminili. La narrazione personale, l’arte e la musica possono creare uno spazio per le donne per combattere le insidie del patriarcato, dentro e fuori la comunità. Questo spazio e questa parola da riconquistare ha a che vedere con la gioia. Come lei stessa dice: “La gioia è una dichiarazione politica. La propria gioia è la resistenza davanti all’oppressore dominante che ci vuole stanchi, abbattuti, isolati. Se si vive felicemente, non si rispettano le regole del gioco! State rigettando il sistema che vi dice come dovete essere. Si suppone che voi dobbiate essere sempre insoddisfatti, mai troppa felicità altrimenti non riusciresti ad ingoiare i loro discorsi idioti. Bisogna svegliarsi e dire «Hey, io sono già felice di essere vivo, riconoscente. Non ho bisogno di una grossa macchina o di soldi. Poco importa, vivo la mia vita pienamente». L’oppressore vuole la vostra felicità, perché lui è incapace di provarla”.

Una cosa simile può essere ugualmente valida per il video girato da alcuni attivisti palestinesi, nel quale si vedono ragazzi e ragazze palestinesi rispondere alle armi israeliane con la danza, la dabka, una reazione di gioia che solo la resistenza può dare e che non scorda assolutamente il dolore, ma lo incorpora.

Concludo l’articolo sul pensiero di Mona Haydar riguardo alla relazione tra l’essere femminista e la religione: “il profeta Maometto, pace e benedizione su di lui, era il più grande femminista. Attraverso la rivelazione ricevuta, egli ha insegnato agli uomini a non sotterrare le proprie donne, quanto le donne avessero gli stessi diritti all’eredità degli uomini, il diritto di scegliere il proprio sposo ecc..E mi dicono che se fosse vivo sarebbe contro il femminismo? Avete torto, rispondo. La misoginia e il patriarcato sono fisicamente violenti. Le donne sono violate, aggredite, violentate, uccise. Cosa fa il femminismo agli uomini? Se il femminismo ci fa giustamente detestare gli uomini, di certo non li uccide. Il femminismo è buono, perché protegge le donne. E se credete nell’amore, nella legalità e nella giustizia, credete al femminismo. (…) Sono arrivata alla conclusione che il patriarcato e la misoginia non sono legate alla mia religione. Questo è quello che penso e chi pensa siano legate alla religione, non l’ha studiata fino in fondo”.

(…) mentre il mondo è in guerra
noi dormiamo profondamente in America
lontani, nella terra dei liberi
casa dei coraggiosi.
Mentre i siriani muoiono di fame
e la libertà è la sola cosa
che la loro pancia desidera.
Il dovere di ogni persona libera
è portare la bellezza della libertà
ad ogni singolo pezzetto di terra
ecco perché guardiamo alla Siria
e ci affanniamo a portarle la libertà
ma non solo…se hai petrolio!

da una poesia di Mona Haydar

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