Per una calda stagione

“(…)
Moi, mon âme est fêlée, et lorsqu’en ses ennuis
Elle veut de ses chants peupler l’air froid des nuits,
Il arrive souvent que sa voix affaiblie

Semble le râle épais d’un blessé qu’on oublie
Au bord d’un lac de sang, sous un grand tas de morts,
Et qui meurt, sans bouger, dans d’immenses efforts.”

da “La cloche fêlée” in “Les fleures du mal” di Charles Baudelaire

Cosa si può scrivere per una primavera che non arriva mai? Che non arriva se non la si sa cogliere, forse. Che è già arrivata, basta chiudere gli occhi e attenderla tra le pieghe dei temporali. E l’estate? L’estate, l’estate…arriverà.

Ho sempre rincorso le stagioni, lavorando sulla ciclicità del tempo percepita attraverso il cambio non solo specificamente metereologico ma attraverso i cambiamenti con cui il tempo interviene sulle cose vive naturali: foglie che cadono, germogli che si aprono, il tempo delle rose, quello degli asfodeli, la pietra bollente sotto la mano, il giallo del grano, la terra senza erba, il tumulto degli alveari, il noce che mette i frutti e l’albicocco che rapidamente li perde.

Percepire il tempo attraverso questa tipologia di cambiamento non è semplice ma attraverso questa osservazione si può “sentire meglio” il proprio mutamento e imparare ad amare anche le cose di se stessi che cambiano e che non vorremmo cambiassero, come i capelli bianchi, il seno che appare nell’adolescenza, l’ispessirsi delle rughe, uno sguardo più profondo e meno leggero…ognuno vive i propri cambiamenti all’interno di una società che esige di stare “al passo coi tempi”.

Riappropriarsi del tempo è una grande conquista ma anche una rivoluzione nei confronti di come abbiamo impostato le nostre vite all’interno della società attuale e globale. La natura, la resistenza verde, diventa quindi prioritaria nella mia vita personale e artistica. E vivo il momento del mio qui e ora come uno splendido ramo di ciliegio colto da una gelata. E mentre rifletto sulle cose del mondo, sulle amicizie, sulle persone che amo e quelle lasciate lungo un percorso ancora aperto, mi affaccio alla finestra cercando una estate che, sono certa, mi coglierà all’improvviso, alla sprovvista.

 

Eppure gli alberi di fronte casa, stanno cimando tranquillamente, come ogni maggio, forse, un pò più lenti. Ed ecco che prendere consapevolezza del proprio tempo è un atto rivoluzionario nei confronti del tempo della produzione.

Ma perché parlare di tutto questo? Perché scrivere del tempo e che non ci sono più le mezze stagioni e dispiacersi per una estate che stenta ad arrivare? E quando nasce la nozione di tempo? Il sentire il tempo che scorre, che avanza?

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Forse sono i rapporti che abbiamo con le cose tutte che fanno la qualità e la sostanza del nostro tempo. Allenare la mente a ricordare, allenare il cuore a non perdere di vista gli altri, allenare il fisico a rimanere attivo, dedicarsi la cura e il riposo, permettersi la dimenticanza.

Credo e confesso che il motivo che mi spinge a scrivere del tempo, in un giorno piovoso, nell’ennesimo giorno piovoso di maggio, sia la sensazione che qualcosa mi sfugga sempre di mano.

Come possedere la sensazione di non avere la presa sul tempo, sulle cose che accadono. E’ quella incrinatura che imparai da Baudelaire e che credo non mi abbia mai abbandonata del tutto, in una delle immagini poetiche più belle che popolano il mio universo letterario.

L’incrinatura della propria voce, simile a quella di una campana incrinata (o, come traduce Raboni, “crepata”) non ha in realtà la presa che il suono di una campana pur “incrinata” continua ad avere sul mondo, nel momento in cui canta, felede al proprio credo. La voce incrinata, talvolta, diventa più forte della voce sicura del proprio credo, nei momenti in cui ci si rialza. Ma quale credo? Quale senso? La sensazione, in questi casi, è quella di cadere in una piccola morte, che non è la petit mort francese ma una piccola morte del tempo, perché non si riesce ad accordare la propria voce alla voce del mondo, che scivola continuamente sotto le mani.

Ma forse, in fondo, torneremo a rialzarci domattina, quando uno spiraglio di sole aprirà le nuvole e ci accorgeremo che tutto questo pensare non è altro che il frutto di una incorreggibile tendenza ad essere metereopatici.

Intanto, scrivendo e imbattendomi in Baudelaire mi accorgo di due cose. La prima è che senza volerlo, ho nominato la mia gatta “Cloche” a cui avevo dato questo nome in una giornata d’estate, perché miagolava come una campana non facendomi dormire. Un ricordo, una vita passata nella mia vita. Presente. La seconda cosa è che aprendo il libro “I fiori del male” di Baudelaire (Meridiani Mondadori, 1996) trovo tra le pagine una fotografia: mia nonna e mio nonno, i genitori di mio padre, in un bianco e nero che non sbiadisce, impresso nell’incrinatura che la mancanza produce nella pelle. Un altro ricordo. Una vita passata nella mia vita. Presente.

Perché siamo quello che siamo per ciò che abbiamo vissuto e per quello che costantemente viviamo. A noi la scelta.

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