Per le albe, per i cammini

Dal terrazzo della casa di Francesca, si vede il golfo di Taranto e se la giornata è limpida si possono nominare una ad una le punte del Pollino, sotto la luce tenue e avvolgente delle albe. Il rosso tinge il golfo quando il tramonto si appresta e tutto assume sfumature singolari mentre le luci di Taranto e dell’Ilva, sbrilluccicano come stelle pulsanti in un irreale panorama pacificato.

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Se volti le spalle, sempre sulla terrazza, ci sono le colline dolci dove domina Sant’Elia e masserie di cui non ricordo il nome. Una muscolatura terrestre davvero mozzafiato se pensiamo alle gravine di questa Massafra o di Palagianello, Mottola, Palagiano che dormono e si insinuano nella terra tutt’attorno; accudendo in sé tante specie di piante pronte ad essere utilizzate negli intrugli delle streghe.

Strega…dall’etimologia si scopre che è attinente alla civetta, uccello che la tradizione popolare occidentale voleva funesto, ma che una tradizione ben più antica collegava niente di meno che ad Atena/Minerva. La civetta vede nell’oscurità, riesce nell’abisso del nero, senza luci elettriche o fiaccole o led a varcare una oscurità che ignora le stesse forme che contiene.

Mi piace tornare a Taranto perchè non solo la città è bellissima, specie nel suo ancoramento di città vecchia sul mare e nel potenzialmente bell’accostamento tra moderno e antico ma perchè c’è una piccola comunità di riferimento a cui tornare, nel cui seno sentirsi un pò a casa…le tante case sparse nel mondo che ognuno appunta nella sua personalissima costellazione.

La zona del tarantino ti ammalia. E’ un grembo enorme fatto di tante forme diverse: le gravine, le colline, i due mari, la costa, i boschi. Se il viaggiatore fosse poco attento o non sapesse, accoglierebbe tutto questo paesaggio naturale e urbano come un canto senza dolore. Ma colei o colui che sa quante ferite attraversa il territorio (dagli inceneritori alla mortale nocività dell’Ilva) guarda la dolcezza del paesaggio cantando con una voce che sempre risuona un pò struggente chiedendosi come tanta bellezza può essere stata così contaminata.

Raccolgo immagini dai miei spostamenti e raccolgo piccole pietre, foglie, bacche, carte da gioco. Ognuno ha un modo di amare la terra ma bisogna farlo sempre con estrema discrezione cercando di non varcare la soglia che dall’amore va verso la smania del possedere. Se raccogliamo conchiglie sceglieremo di portarne una a casa. Se regaliamo rametti di alloro, sceglieremo con cura quali tagliare in modo da non danneggiare la pianta.

Il mio augurio per questo anno alle porte è un augurio di spostamenti, di viaggi buoni che ci permettano di conoscere e sentire questa terra anche là dove l’abbiamo maltrattata, viaggi che ci permettano di conoscere e conoscerci. Proprio ora, in un momento storico che ci vorrebbe immobili, trincerati all’interno di stupide ideologie di frontiera spinata. Proprio ora, che la bellezza che ancora esiste è fragile.

E allora, perchè non ricominciare il cammino proprio dai luoghi che crediamo di conoscere?

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