Poesia curda_donne che scrivono, donne che resistono

“Anche se dovessimo spegnerlo nel mare
questo fuoco brucerà per sempre:
emette luce nell’oscurità.
Brucia. “
Bejan Matur

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Per comprendere l’importanza della poesia femminile curda nel contesto contemporaneo, è necessario, prima di tutto, illustrare la condizione dell’identità curda, indipendentemente dal genere, nell’attuale Medio Oriente. La posizione del popolo curdo all’interno della società contemporanea è forse meglio rappresentata dal vecchio proverbio curdo: “I curdi non hanno amici se non le montagne”. La fine della prima guerra mondiale ha dato luogo ad una ridefinizione profonda dei confini mediorientali e alla creazione di un nuovo paesaggio geopolitico. All’interno di queste forze di potere, il popolo curdo, è diventato un’entità disgiunta, priva di uno stato e dispersa attraverso territori montuosi ora compresi nei confini iraniani, ora iracheni, siriani e turchi.

Negando ai curdi un proprio stato indipendente e cancellando per sempre il Kurdistan dalla mappa, si inaugurava un’era di oppressione per mano dei regimi dei quattro paesi menzionati. Dal momento che non erano più considerati una nazione legittima, ma piuttosto una numerosa minoranza all’interno di un paese, i curdi hanno spesso subito azioni di pulizia etnica (sia all’epoca del caduto Impero Ottomano sia, per esempio, per mano del dittatore iracheno Saddam Hussein), attraverso reinsediamenti involontari o forzati tentativi di assimilazione con divieti di utilizzo della propria lingua.

In questo vortice di tentativi per sopprimere l’identità curda, spogliando il popolo dei diritti di avere una propria lingua e abolendo i diritti alla libertà di espressione, ci sono state numerose insurrezioni armate nel tentativo di reclamare una auto determinazione contro le identità assegnate. Accanto a queste insurrezioni si è organizzata anche un’altra lotta, inizialmente più segreta, la lotta delle donne. Nel mezzo dell’apocalisse culturale curda e del “linguicidio” perpetuo, le donne hanno combattuto -e ancora lo fanno- una propria battaglia sia nella sfera pubblica che in quella domestica.

Le donne cominciarono non solo a lottare contro il “culturicidio” perpetuato dai paesi precedentemente menzionati, affrontando direttamente l’oppressore sul campo di battaglia, ma decisero anche di opporsi a un altro nemico meno visibile, ma mai così pericoloso, ossia la mentalità patriarcale radicata in ogni poro della società: una mentalità che dettava ogni aspetto della vita quotidiana. In un certo senso, le donne curde, sono state vittime di una “doppia oppressione”, quella del regime che ha trasformato il curdo in un ‘altro’ innominabile, un’entità indesiderabile, a mala pena inesistente, il cui linguaggio e cultura sono una minaccia per la società – e l’oppressione derivata dalla penalizzazione del genere femminile, ancora profondamente radicata nella società mediorientale. Le donne si sono così ritrovate ad affrontare una serie di ostacoli specifici di genere nello sforzo di salvare la propria identità dall’estinzione.

“La lotta politica delle donne, soprattutto quando armata, è stata spesso soffocata con violenza di stato, che utilizzava una grossolana combinazione di razzismo e sessismo, incentrata sulla tortura sessualizzata, lo stupro sistematico e campagne di propaganda che ritraevano le donne militanti come prostitute, perché osavano mettersi in posa come i nemici degli eserciti iper-maschili. Nel discorso occidentale, l’azione delle donne curde è stata spesso negata da affermazioni che vedevano le donne “strumentalizzate per la causa nazionale” o che consideravano la partecipazione delle donne alla lotta come semplice lotta di liberazione per sfuggire alle loro tristi vite, come fossero semplici “vittime di una cultura arretrata” . (“Feminism and the Kurdish Freedom Movement”, Dirik, paragrafo 3)

Nel brano citato, Dilar Dirik, riesce a illustrare perfettamente le problematiche vissute dalle donne curde a causa della prevaricante mentalità patriarcale. È diventato chiaro che la liberazione delle donne curde non può essere raggiunta solo attraverso i mezzi della lotta armata, dal momento che gli sforzi compiuti sono indeboliti dal maltrattamento delle donne in altri aspetti della vita. Per combattere il regime, si deve prima distruggere la nozione di maschio dominante e considerare la donna non come un’estensione sottomessa di un uomo, ma come una eguale. Quindi, per poter riconquistare la propria cultura, la donna curda ha dovuto prima riconquistare se stessa.

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Dilar Dirik a Rojava, Kurdistan siriano

In una società in cui le azioni delle donne sono pesantemente dettate dalla volontà degli uomini, dove c’è poco spazio per le donne nel contesto della sfera pubblica, nonché in una quotidianità regolata da uno stato-nazione oppressivo, intento a ridurre l’identità culturale e linguistica al nulla assoluto, la letteratura diviene un nuovo fronte di battaglia, un atto di sfida e una resistenza incondizionata. La poesia sostituisce le armi, e i versi scritti in curdo diventano proiettili che sparano attraverso le mura che incastrano la donna curda e i fori penetrati, per quanto piccoli, permettono alla donna di farsi vedere dal suo oppressore e tuttavia di rimanere protetta da lui. L’ambiguità della poesia ha permesso alla donna curda di esprimere ed esplorare una miriade di problemi – da quelli che affrontano il tabù della sessualità femminile, a quelli che forniscono una dura critica politica abilmente camuffata sotto forma di una riflessione apparentemente innocente. Pur rimanendo al sicuro, utilizzando i “muri” socialmente imposti, la donna combatte l’oppressione riempendo sempre con veemenza ogni sua parola, nel caso di una qualsiasi forma di oppressione patriarcale.

Si può dire che i concetti sopra esposti siano simili alla nozione della donna algerina velata nel saggio di Frantz Fanon, “L’Algeria svelata”:

[Nel saggio] il tentativo del colonizzatore di svelare la donna algerina non trasforma semplicemente il velo nel simbolo della resistenza; diventa una tecnica di camuffamento, un mezzo di lotta: il velo nasconde le bombe. Il velo che un tempo proteggeva il confine della carne – i limiti della donna – ora maschera la donna nella sua attività rivoluzionaria (…) (Bhabha, pag 63)

Proprio come la donna algerina del saggio di Fanon, la donna curda ha imparato come trasformare l’oppressione sofferta dalle donne a proprio vantaggio (…). La sua sottomissione è simboleggiata dal velo che di contro le permette di opporsi all’oppressore e trasmettere le sue idee rivoluzionarie agli altri forse anche più efficacemente di un uomo – semplicemente perché non ci si aspetta che intraprenda nessuna di queste attività a causa della “natura” del suo genere. Le sue pagine piene di parole scritte in curdo, che descrivono sottilmente la lunga storia del popolo curdo, sono un’arma tanto efficace quanto una pistola impugnata da un uomo che combatte con fervore in prima linea, forse anche di più. A differenza della furiosa sparatoria nel bel mezzo di una battaglia che manda un chiaro messaggio di sfida e riluttanza a cedere, la poesia invia un messaggio molto diverso, ma ancora più convincente.

Mentre la guerra sul campo include anche la morte dei soldati, leggere e scrivere poesie assicura che la nozione di “curdo” non potrà mai morire, anche perché una volta che il poema è completato, non dipende più dal poeta. Il poema diventa una parte della società, facendo lentamente la sua strada da un individuo all’altro e rimanendo per sempre nella mente delle persone. Dopo la prima lettura di una poesia scritta, la parola non può essere distrutta. Le copie fisiche di un poema possono essere distrutte o bandite, ma l’impatto che ha lasciato sul lettore è qualcosa che non può mai essere portato via poiché è nella propria mente, dove riposa e attende di essere trasmesso agli altri.

Perciò la poesia e la scrittura hanno più potere di ogni altra arma usata per combattere l’aggressore. La poesia esiste in modo provocatorio e indistruttibile, inviando un chiaro messaggio: “Noi esistiamo. Siamo curdi. Noi siamo donne. E la nostra esistenza non può mai essere cancellata.”

La poesia seguente forse illustrerà meglio tutto ciò che è stato detto fino ad ora. Si intitola “Separazione dalla terra” ed è stata scritta da una poetessa curda, Kajal Ahmad:

Quando sono esplosa
come l’orizzonte, i miei capelli
divennero una cintura attorno alla vita della Terra.
Per i poli ghiacciati a sud,
mi sono tramutata in un paio di calze,
per i brividi del Nord, dai fili della mia anima
ho indossato cappelli e turbanti.
La patria era malata per la mia presenza:
voleva strapparmi via come un vecchio cappotto,
ma mi sono appesa alla grazia della sua barba
e dalla terra sono stato gettata tra le braccia dell’universo.
Nel cielo sono diventata una stella
e ora ho il mio posto e la mia passione
e io sono più densa di vita della stessa Terra. “

In questo avvincente poema originariamente scritto in curdo, Ahmad racconta non solo la propria storia, non solo fornisce la propria esperienza del mondo, come potrebbe sembrare a prima vista. La sua poesia è la sua storia, ma dietro il velo di vaghezza accuratamente drappeggiato dalle parole, c’è contemporaneamente anche ogni donna e ogni donna curda. Mentre parla della sua esperienza e del rimodellamento della propria identità, Ahmad parla anche per ogni donna che soffre di oppressione per mano del maschio dominante. Parla per ogni donna che disperatamente distorce e trasforma il proprio senso di sé, in un tentativo disperato di conformarsi alle aspettative della società, diventando un’estensione sottomessa di una figura maschile. (…)

Gli stessi versi che parlano delle donne parlano anche della condizione della cultura curda nella società di oggi. Allo stesso tempo, sottovoce, la poesia narra anche la storia dei curdi come una nazione senza stato, dispersa e costretta a vagare per la terra alla ricerca di una patria che non potrà mai essere trovata. Evoca sottilmente pulizie etniche e reinsediamenti forzati, atti che hanno svolto un ruolo significativo nella creazione della moderna identità curda.

Ancora più importante, il poema trasmette un messaggio di speranza. Nei suoi ultimi due versi si ribadisce come, di fronte alle avversità, l’autrice, le donne e i curdi hanno la possibilità di diventare più forti e più resistenti, per ciò che deve ancora venire. Essendo stato scritto e letto, questo poema ha ora trovato il proprio posto nel mondo. Il suo messaggio di resistenza si è incorporato nella vita di donne e di donne e uomini curdi, permettendo così alla donna di utilizzare il proprio potere nella lotta contro l’oppressione patriarcale. Le donne curde riescono a stare fianco a fianco con le loro controparti maschili e a reclamare la propria identità parlando, scrivendo e leggendo in lingua curda e vivendo apertamente la propria cultura curda. Solo quando le donne saranno libere dalle catene della mentalità patriarcale i curdi saranno in grado di contrastare efficacemente la propria cancellazione socio-culturale, perpetrata dalle mani di altri paesi, per poter diventare veramente liberi – e qui la poesia e i suoi lettori, e più specificamente, la poesia femminile , può giocare un ruolo cruciale.

 

***Traduzione dall’inglese di Iula Marzulli dal sito: http://philosophyismagic.com/kurdish_poetry_resistance/

***Scritto originariamente in croato, luglio 2017, da Katarina Pavičić-Ivelja nel sito https://libela.org/prozor-u-svijet/8829-kurdinje-i-poezija-kao-sredstvo-borbe-za-slobodu/. Fb: https://www.facebook.com/PortalLibela/

***Nell’immagine di copertina, montagne nel Kurdistan iracheno, al confine con l’Iran

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