Nelle stanze della soffitta_Tahereh Alavi

Ed è così. Entro in libreria per regalarti un libro. So cosa voglio prenderti ma il mio autore non c’è. Mi giro verso lo scaffale degl ultimi arrivi…ultimi arrivi…in realtà il libro che comprerò è stato pubblicato per la prima volta nel 2014, eppure…

Mi giro verso lo scaffale e vedo un libro: Nelle stanze della soffitta. Leggo nella quarta di copertina:

“Non ti piacciono i cani? Certo che mi piacevano. E anche molto. Chi mai oserebbe non amare i cani nel paese in cui odiare i neri è accettabile, ma detestare gli animali è cosiderato un peccato imperdonabile?! E io li amavo tutti, dai volatili ai rettili, dai pesci ai mammiferi; insomma amavo molto tutte le specie, forse anche più dei miei cari”.

Va bene, lo prendo. E’ il libro che ti porterò in dono. E’ il libro per te, anche se non è “Notturno cileno”. E’ il libro di una scrittrice iraniana e, forse non lo sai, io adoro la poesia persiana femminile; è di una donna e tu sai che mi occupo -anche se senza costanza- di letteratura scritta da donne; è un romanzo breve e agile come fosse un libro di poesie -perfetto; il logo della casa editrice è uno splendido uccello verde scuro, sembra un pavone…sì…è il libro perfetto che ti porterò in dono.

E invece eccolo lì, mi ha sedotto. E’ sul mio comodino, mi guarda e dice: «leggimi…assaggiami…dai, dai…». Per un attimo penso ad Alice, non può farmi male leggere un pochino…e comincio. Dopo un paio di giorni, sono andata in un’altra libreria ho preso quel bellissimo libro che è “Notturno cileno” di Bolaño e ho tenuto per me “Nelle stanze della soffitta”…perchè il romanzo di Tahereh Alavi era ormai pane per i miei denti, scrittura che chiama.

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“Butterfly series”, 2009, Shadi Ghadirian

Il romanzo si snoda in piccoli quadri che si inseguono, in un gioco di incastri e rimandi: 105 quadretti in cui personaggi singolari, provenienti da varie parti del mondo, si incontrano, sfiorano, parlano, guardano in una Parigi che parla della migrazione, di un melting pot vivace, rispettoso e bizzarro. L’americano, l’indiana, l’afghano, l’iraniana, lo spagnolo, la francese, la famiglia africana, la serba, il portoghese. Origini diverse che sembrano accadere in una Parigi quasi neutra, che si intravede appena attraverso i vetri delle finestre della casa della protagonista di cui non sapremo mai il nome. Come se il personaggio narrante, accogliesse nel suo essere senza nome, la pluralità umana che si insegue nelle stanze della soffitta.

Eppure, la questione dell’identità, è una questione cruciale del libro:

“In quel periodo mi sentivo profondamente nazionalista e tendevo a giudicare ogni persone attraverso la sua nazionalità: i russi erano passivi, gli africani erano primitivi, gli americani erano senza radici e i francesi erano pigri e fannulloni. E gli arabi stavano ancora mangiando lucertole antiche come la storia umana ma non ancora fossilizzate.
Finché un giorno conobbi una ballerina. Era nata in Giappone da genitori coreani, ma era cresciuta negli Stati Uniti e disponeva anche di un passaporto canadese. Mi raccontò di essere stata in Arabia Saudita solo per imparare la danza del ventre e di esservi rimasta per dodici anni. Ora si trovava a Parigi e, avendo sposato un francese, si considerava, anche solo per metà, una cittadina di questo paese. Finalmente un giorno, di fronte alla mia insistenza sul chiarire la vicenda della sua nazionalità in modo che io potessi regolare la mia posizione nei suoi confronti, fece spallucce e mi disse serenamente: -Io sono io, tutto qui. Rimasi a bocca aperta di fronte alla semplicità della risposta, la risposta di una semplice ballerina all’enigma che aveva turbato anni e anni della mia vita.”

Bellissimo romanzo, che parla di vita quotidiana, di amore, di conflitto, di differenza attraverso ironia e leggerezza, leggermente velate da malinconia. Vicende di esseri umani talmente simili da non riconoscersi. Nel silenzio la vita accade. Negli sguardi spesso narrati le storie si dipanano. Esseri che vagano in cerca della propria storia mentre la nostra protagonista, per sbarcare il lunario, entra nelle zone bianche della morte, accettando di essere temporaneamente una lavamorti nell’obitorio musulmano. Laddove i corpi tornano alla loro disarmante umanità nel gesto antico della cura dell’altro attraverso la sapiente azione del lavaggio del corpo.

Come finisce questa storia? E poi, finisce?

  • Nella immagine dell’articolo: “Miss Butterfly” 2011, Digital photography, Shadi Ghadirian

5 pensieri su “Nelle stanze della soffitta_Tahereh Alavi

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