Miglionico e le affinità elettive

“In questo lasciare e prendere, fuggire e ricercarsi,
sembra davvero di vedere una determinazione superiore:
si dà atto a tali esseri di una sorta di volontà e capacità di scelta,
e si trova del tutto legittimo un termine tecnico come affinità elettive”
da “Le affinità elettive” di Wolfgang Goethe

100_4361a

Ci sono luoghi d’elezione, relazioni d’elezione, rapporti con cose ed esseri viventi d’elezione. Molti, molti anni fa, in una di quelle lunghe estati dopo la scuola, passate ore ed ore nella lettura, mi imbattevo nel libro di Goethe “Le affinità elettive”.

Il romanzo, come tutte le letture di quel periodo, mi impressionò moltissimo, non solo per lo splendido modo di raccontare di Goethe ma anche per la vivida emozione che suscitava in me la storia, nella passione amorosa che creava e al contempo disfaceva, relazioni e coppie. La mia vivida fantasia adolescenziale ne apliava la portata e coloriva il tutto con la bellezza della scoperta e delll’immaginazione. Il libro di Goethe mi inghiottiva nell’offrirmi una molteplicità di formule alchemiche che, in qualche modo, trasformavano relazioni dando vita a forme e legami precedentemente nascosti, o meglio, non visibili.

Questo slideshow richiede JavaScript.

La stessa parola “scelta” ha per me subito avuto un significato e un senso non chiaro. Un senso che non mi poneva al sicuro dalle interpretazioni e dalle manipolazioni: ero davvero libera di scegliere? Da cosa è dettata una scelta? La scelta implica una reale scelta o c’è qualcosa di superiore alla propria volontà che, talvolta, sceglie per e con noi?

Tutto questo non è che un prologo, inutile forse, per introdurre un luogo. Un modo per affermare che nella vita di ognuno ci sono luoghi d’elezione. Luoghi che sono scelti dal cuore e dalla chimica intima che ci muove, come spazi fisici che mettono in atto stati emozionali direi magici.

1

Magia: la parola magia, nel suo derivare dal termine ‘mago’, conduce ai significati di purificare e ingrandire. Ingrandire nel senso di rendere grande qualcosa, forse attraverso un atto di purificazione e quindi di rito/festa. Ma siamo noi che rendiamo e possiamo rendere grandi le cose. La parola stessa è l’atto magico che rende una piccola lumaca su di uno stelo, un essere perfetto, immaginifico, degno di essere figura elettiva di un poema.

100_4323a

Qualcosa che acquista una qualità o una sfumatura magica è qualcosa che, ai nostri occhi, diventa grande, aumenta e colma la misura e non possiamo che onorarne la grandezza che rende noi stessi colmi, attraverso atti magici e purificatori che onorano e rispettano quel determinato luogo.

Magico luogo d’elezione è per me la Basilicata. Ecco, arrivata fino a qui per dire questo: della infinita bellezza di questo territorio capace di scuotere in me forze arcane, di farmi sentire la follia della felicità senza senso che tutti dovrebbero provare almeno una volta nella vita.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Basilicata che appare nel mio primo ricordo come vasta, gialla e come poiana.

Altamura, incuneata fra la Puglia e la Basilicata fa da ponte. Altamura città di una delle donne che amo e di amici preziosi, animelle da tenere al fianco, animelle inquiete. E appena varcato il confine….cos’è poi un confine? Un nome? i sensi si aprono, mi sento felice come una bambina, a cui non importa più niente di niente, sento qualcosa che si strugge dentro il petto e che libra proprio come le poiane sulle nostre teste.

Il giallo domina la terra adesso, terra che mi appare così simile alla murgia ma che invece, mi spiega Alessandro, ne è profondamente diversa. Perchè la murgia non trattiene, lascia che l’acqua vada giù, sempre più giù. Invece qui, nella terra attraversata dal Basento, domina l’argilla, l’argilla che è mobilità, pregnanza, incertezza ma anche estremo piacere dell’abbandono.

100_4309a

La diga di San Giuliano e il piccolo parco attorno, sono tutte creature dell’uomo. Non per questo necessariamente negative. Un’atmosfera surreale si respira andando presso il lago artificiale in cui non si può fare il bagno. L’acqua è davanti ai tuoi occhi, sotto il tuo naso ma irraggiungibile, insidiosa.

La terra, complice il caldo afoso di questi giorni, è bianca, lunare, spaccata. E solo quando andiamo, nel pomeriggio, sull’altra sponda, mi rendo conto di quanto sia alchemico il luogo: gli aironi, le poiane, i gabbiani, le cornacchie e tutta una silenziosa natura animale che ci spia da dietro le siepi e gli alberi.

Questo slideshow richiede JavaScript.

L’altra sponda del lago, presso l’ingresso del fiume smilzo, è quasi inaccessibile ma data la mancanza d’acqua, il letto del fiume è calpestabile e troviamo un acceso per scendere nel lago. Siamo nel lago senza lago. Lungo le sponde secche orme di animali, soprattutto di cinghiali e uccelli. E noi siamo completamente esposti nel bianco assoluto di questa argilla che sotto la zolla è morbida e bagnata e fa vacillare il terreno sotto i nostri passi.

Completamente esposti, con la sensazione che un dito potrebbe grattarci via dalle zolle secche.

In questa precarietà sento tutta la vicinanza con la terra e sento il mio corpo non mio ma parte della stessa terra e del fango. Avrei voglia di spogliarmi ma mi limito a togliere le scarpe. Giochiamo ad avvicinarci sempre di più presso la parte del lago dove c’è l’acqua, fino a quando la sensazione che potremmo rimanere intrappolati nel fango, non diviene così forte da farci retrocedere. Il timore di incontrare i cinghiali mi ricorda i cinghiali e i cervi di Rocchetta ligure e innesca racconti di animali selvatici incontrati durante camminate o viaggi.

Animale e selvatico…selvatico e animale…ancora parole non sicure, che non mettono al riparo dalle domande.

a

L’azzurro, il giallo, il bianco, il blu, il verde, il marrone chiaro, i segni sulla pelle dopo esserci lasciati graffiare. Perchè Basilicata è anche asperità, aridità, case vuote e interi paesi sfiancati dall’ipocrisia della riforma agraria, torri diroccate, sfruttamento, impotenza.

Perchè ti verrebbe anche voglia, nell’immensità di un “paesaggio” che ti toglie il fiato, di sbattere la testa contro le rocce dure delle sue colline.

E’ il cammino che ci salva sempre, lo spostamento, il movimento. Non rimanere fissi su di un punto ma girare attorno ad esso, fare di esso un perno su cui ruotare. Noi, di mani e gambe, che avremmo tanto da imparare dagli alberi senza l’ansia di una ricerca spasmodica delle radici.

100_4353a

Arriviamo a Miglionico, nell’odore delle rose, dell’elicriso e del rosmarino del castello. Miglionico che conta circa 2000 anime è un luogo che mi strega. Mi affascina letteralmente. Lo stupore delle piccole cose. Arrivati in cima la vista è ampia e si vedono in lontananza Montescaglioso, Matera, Pomarico e forse anche Manfredonia. Si vede il mare.

Il paese è bello, il centro storico è vivo e non appare assolutamente desolato.

Le case del centro storico sono progressivamente state abbandonate, bisognerebbe restaurarle e sono piccole per ospitare le famiglie, avvezze ai comfort della vita moderna. Così ci racconta un anziano signore seduto su di una panchina, di fronte ad una delle case che ospitano persone provenienti soprattutto da Nigeria, Mali, Costa d’Avorio, Senegal e Bangladesh.

100_4390a

“Noi prima non avevamo niente ma non ci ammalavamo mai”

Il vento è tornato caldo. Il mio occhio malato, quello sinistro, è dolorante e sento il corpo pervaso da una stanchezza che non chiede ritorno. Non vorrei tornare verso Altamura, vorrei piuttosto proseguire il viaggio ma so che non devo avere fretta, non devo essere precipitosa e che il viaggio fa parte di una essenza/assenza che chiede il tempo di cui ha bisogno. Senza spingere, seguendo il flusso del movimento.

Torniamo verso Altamura e tutta la valle si ricopre di una sfumatura rosa che nessuna fotografia potrà mai riportare.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Mi tornano in mente le parole del primo “miglionichese” incontrato entrando nel paese: “lei è cieca”, riferendosi ad una gattina che continuava a miagolare cercando qualcuno verso cui fare le fusa. “La mia gatta è sorda”, gli rispondo io con leggerezza. Una leggerezza che invita alla parola, al racconto.

C’è un modo intimo che ognuno di noi ha come forma di resistenza necessaria per vivere. Resistenza che contiene anche l’estrema necessità dell’abbandono. La poesia, il movimento, il viaggio sono parte delle mie forme di resistenza. Come essere singolo ma allo stesso tempo, come essere intimamente legato a tutte le cose.

E allora torno alle cose semplici, alle piccole cose che fanno la vita ancora possibile: cosa ho toccato oggi? Cosa resiste nello stupore? Cosa ho scoperto? Com’è la pianta della liquirizia, i sensi nascosti nel letto fangoso di un fiume, il sogno del cambiamento di Ale, l’odore dolce delle rose intrecciato al rosmarino, le fusa di un gattino cieco e la sua estrema fame di vita.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...