Nota di un pomeriggio d’estate

“In sostanza, l’intellettuale – per come io intendo il termine –
non è né un pacificatore né un artefice del consenso,
bensì qualcuno che ha scommesso tutta la sua esistenza sul senso critico,
la consapevolezza di non essere disposto ad accettare le formule facili,
i modelli prefabbricati, le conferme acquiescenti
e compiacenti di ciò che i potenti e i benpensanti
hanno da dire e di ciò che poi fanno.
Una capacità che non si riflette soltanto nel rifuito passivo,
bensì nella volontà attiva di usare la parola in pubblico.”
Edward Said, Orientalismo.

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Il cielo si sta a poco a poco annuvolando ma non sento odore di pioggia. I limoni, i ciliegi, i mandorli nei campi hanno le foglie ripiegate su se stesse. Implorano acqua ed io ho sempre la stessa immagine in testa. Mani tenute a coppa, che trattengono l’acqua offrendola ad una bocca…una bocca…

Tanti anni fa scoprivo la poesia. Prima ancora di scrivere essa aveva già fatto casa nel mio modo di vivere e vedere le cose. Persino nella mia irascibilità e rabbia verso il mondo, verso i miei genitori, verso tutto ciò che non mi riusciva a comprendere e credevo, allora, neanche ad amare.

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Poi è venuta la scrittura. Molto presto, ingenua e infantile, ma già era una forma data al sentire, al comprendere e all’accogliere. Una forma che dava forma e che inscrive, ancora oggi, la rabbia, la mancanza, la gioia, il desiderio del volo, la fame di libertà e l’amore che mi nutre e mi informa.

E allo stesso tempo la parola scritta mi permette di mettermi da parte, perchè in quel segno scritto smetto di esserci, non sono più che un sussurro in segni e suoni che diventano altro nella bocca e nelle mani di altro che c’è o è a venire.

Perchè scrivere questo oggi? Perchè un senso di abbandono pervade il mio corpo, ultimamente attraversato da molteplici sensazioni. Come la necessità della durezza e della determinazione nella comprensione del bene che bisogna volersi, prima ancora di pretendere amore da chi è attorno a noi. Immagini che scardinano immagini e su tutte, ora, l’abbraccio di Anna in una notte di San Lorenzo che perde qualsiasi riferimento spaziale, per poi ritrovarsi a San Vito, come sorelle, come conchiglie, come impercettibile cielo notturno.

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Ci vuole forza e tenacia e desiderio e onestà per resistere alla tentazione di tirar giù la tovaglia dal tavolo con tutte le posate, i piatti, il cibo, i bicchieri. Ci vuole forza per vedere il sorriso e la dolcezza nelle pieghe di questo groviglio che siamo.

Tra l’uomo di latta e l’uomo di paglia ci si chiede cosa sia più importante: la testa o il cuore? In questo nostro sistema duale Dorothy non riesce a scegliere. E nemmeno io. Io/tu; tu/noi; noi/voi. Ci si continua a chiedere dov’è il confine. Dov’è il bordo sul quale planare per essere felici, per mutare pelle.

La primavera ha creato lo smarrimento, l’estate ha dato luogo all’abbandono e al fuoco. Tutto continuando sempre a camminare. Camminare. Come fa Dorothy che perduta la via per il Kansas ha un unico modo per ritrovare casa: camminare, appunto.

Il suono degli uccelli non è mai stato così presente come quest’anno. Piccole creature che nessuno ascolta ma che dimorano con noi. Non perderò le mie insoddisfazioni o paure ma posso essere capace di mutare e mettere in discussione la mia pelle, per una pelle altra mai ferma. Il punto di equilibrio non è un punto fisso e neanche un punto immobile ma la bellezza del movimento che ti tiene vivo e che ruota su tanti altri punti. Come la piccola danza di Paxton.

Quando comincio a credere che siano gli altri la questione, ecco, mi fermo, mi vesto, prendo le scarpe e inizio a camminare in campagna. Il solo respiro capace di far cadere ogni schermo che ho di me e del mondo. Vorrei insegnare questo, non solo a me stessa, vorrei portarti con me ma alcune cose devono essere fatte in solitudine prima di essere aperte. Ed ecco la carta dell’eremita che ci viene incontro. Un/una eremita innamorato/a, nonostante tutto e con il tutto che ci strazia, ci fa sognare, ci accarezza.

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3 pensieri su “Nota di un pomeriggio d’estate

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