Mahmud Darwish_La cella della prigione

Mahmud Darwish è uno dei poeti da me più amati. Un giorno mi prenderò il tempo e la calma di scrivere su quest’uomo, su questo poeta, il cui villaggio natio è stato letteralmente cancellato, a seguito dell’occupazione israeliana, dalla Palestina.

Emblematica figura di poeta dell’esilio, come un altro poeta da me amato, Nazim Hikmet, nelle sue poesie esprime tutta la resistenza di un popolo che da ormai 69 anni è cresciuto nella violenza sistematica che nessuno stato ha voluto fermare.

Il colonialismo e le grandi guerre del 1900 non hanno fatto seguito a quel processo di pace e giustizia ricordato come necessario da Martin Luther King: “Non può esserci giustizia senza pace e pace senza giustizia”. Le responsabilità della condotta di uno stato occupante, come Israele, hanno le loro profonde radici negli stati che firmarono la pace dopo la seconda guerra mondiale: una pace che ha tolto la pace.

Bisognerebbe sempre ricordare, sempre ripercorrere tutti i passaggi, sempre non escludere una propria responsabilità nell’andamento delle cose nel mondo.

Per ricordare ma anche per resistere e continuare a dare voce, la poesia continua ad essere per me, una testimonianza della diversa possibilità di essere al mondo.

Le ferite, i lutti, le privazioni, la violenza non possono essere dimenticati. D’altronde, come chiedere ad una donna, ad un uomo, di dimenticare la propria casa bruciata? Il figlio ammazzato? Non è dal dimenticare che procede una possibile riconciliazione. Ma dal raccontare, dall’esporsi, dall’ascolto, dal riconoscimento della propria violenza.

Questa poesia di Mahmud Darwish mette in atto la presenza del cruciale binomio vittima-carnefice/carnefice-vittima. Tutto si ribalta e il carnefice è vittima di se stesso, chiede libertà alla propria vittima.

Quanto ancora ci vorrà alla resa dei carnefici? E’ devastante pensare come un essere umano diventi guardia e carnefice di un altro, totalmente indottrinato e immerso in un sistema che della violenza e dell’odio verso l’altro, ha fatto il suo vessillo.

I libri di storia devono essere riscritti soprattutto dalle persone che hanno vissuto il conflitto, attraverso il loro pianto, la loro testimonianza, la loro presenza con l’assenza di chi non c’è più.

E dunque, ecco la guardia e il prigioniero nelle parole di Mahmud Darwish:

La cella della prigione

(trad. dall’inglese di Iula Marzulli)

E’ possibile…
E’ possibile almeno qualche volta…
E’ possibile specialmente ora
Cavalcare un cavallo
Nella cella di una prigione
E scappare via…

E’ possibile che i muri della prigione
Scompaiano
E la cella diventi una terra lontana,
Senza frontiere:

Cosa ne è stato dei muri?
Li ho riportati alle rocce.
E cosa ne hai fatto del soffitto?
L’ho trasformata in una sella.
E la tua catena?
Tramutata in matita.

La guarda si arrabbiò.
Mise fine al mio dialogo.
Non gl’importava nulla della poesia
E sprangò la porta della mia cella.

La guardia tornò al mattino.
Urlando disse:

Da dove viene tutta quest’acqua?
L’ho portata dal Nilo.
E questi alberi?
Dai frutteti di Damasco.
E la musica?
Dal battito del mio cuore.

La guardia s’infuriò;
Mise fine al mio dialogo.
Mi disse che non gli piaceva la mia poesia,
E sprangò la porta della mia cella.

Ma la guardia, la sera, tornò:

Da dove viene questa luna?
Dalle notti di Baghdad.
E il vino?
Dai vigneti di Algeri.
E questa libertà?
Dalla catena con cui mi hai legato la scorsa notte.

La guardia divenne così triste…
E mi pregò di darle indietro
La sua Libertà.

*Questa ed altre poesie del poeta, possono essere lette in inglese dal sito PoemHunter.com

The prison cell di Mahmud Darwish

It is possible…
It is possible at least sometimes…
It is possible especially now
To ride a horse
Inside a prison cell
And run away…

It is possible for prison walls
To disappear,
For the cell to become a distant land
Without frontiers:

What did you do with the walls?
I gave them back to the rocks.
And what did you do with the ceiling?
I turned it into a saddle.
And your chain?
I turned it into a pencil.

The prison guard got angry.
He put an end to my dialogue.
He said he didn’t care for poetry,
And bolted the door of my cell.

He came back to see me
In the morning,
He shouted at me:

Where did all this water come from?
I brought it from the Nile.
And the trees?
From the orchards of Damascus.
And the music?
From my heartbeat.

The prison guard got mad;
He put an end to my dialogue.
He said he didn’t like my poetry,
And bolted the door of my cell.

But he returned in the evening:

Where did this moon come from?
From the nights of Baghdad.
And the wine?
From the vineyards of Algiers.
And this freedom?
From the chain you tied me with last night.

The prison guard grew so sad…
He begged me to give him back
His freedom.

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