Parlate di luce

Un ringraziamento_o del bene ricevuto

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“non c’è una forma giusta
ma tentativi e desideri
e una dedizione nell’accordatura
che non teme sbagli o smarrimenti

a F.”

due giorni molto intensi, che sono entrati quasi in sordina nella mia pelle già abbastanza smarrita, per gli odori della primavera, per un bisogno d’amore e di carezze, letto negli occhi della gente, occhi bellissimi forse anch’essi un po’ smarriti, occhi umidi, di un tepore di cui sono diventata custode, senza saperlo prima

occhi negli occhi tra campi di papavero e fave, nella casa dismessa di una infanzia lontana, il cui dono non è per nulla scontato e che incontra un ringraziamento sincero, un abbraccio che chiede corpo

“vieni, ti faccio vedere dove sono nato
il forno, i binari, i mattoni sgretolati
e i fichi che con la loro esplosione di vita
abitano ormai le mie finestre senza vetri”

non è il godimento di qualcosa di bello, confezionato ma qualcosa che sfugge all’impacchettamento…e allora senza plastiche e fiocchi ci addentriamo nelle vie di Taranto attraverso viaggiatori del 1700, su di una terrazza piccola e accogliente che abbraccia i due seni di Taranto; la madre Taranto, il padre Taranto, colei che non partorisce, colui che ama negli anfratti, il sale Taranto e l’acqua dolce delle sue sorgenti, avvolte dalle strutture ferrose degli stabilimenti che hanno mangiato l’anima al mare

“l’acqua salata laverà le tue ferite
chi ti mangia la vita al fianco
mollerà la presa; Alfredo
come si mangia la poesia?”

come si fa una esperienza? a volte c’è bisogno di un tempo breve, un attimo, come le apparizioni di Amalia, lei che non sa che nel vestito abbandonato a terra, vuoto guscio o ricordo….ci sono anche io, anche noi…e allora prenditi cura dell’abito rosso, del volto dalla nuca chiodata, uno ad uno togli ogni spillo

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a volte c’è bisogno di un tempo dilatato e questo è il tempo dei luoghi che sto imparando, io che fuggo da tutto, che non sto mai ferma, il tempo di un attraversamento lento che solo gli alberi, le canne, l’acqua, le libellule possono insegnarti

io non ho parole per “Parlate di luce” rassegna che non vuole essere rassegna, ma che sorge come un ibrido sotto le ciglia di Carla, Silvia, Francesca, Biagio, Johnny, Michele, Candida, Roberta, Calogero….ma non riuscirei a dire tutti i nomi di coloro che senza neanche saperlo, hanno lasciato dei segni sulla tela inondata di succo di papavero, mentre la voce piccola di Alessandra disegnava piccoli rituali poetici fluttuanti sulla pelle e sui fiori di Jara

“ma tu ricorda, con mani protese alla carezza
che la tua paura di morire è la mia”

e mentre ritorna la voce di Franco, il canto delle lingua madre, la voce di Silvana delicata come la sua immagine, mentre ritorna il volto arrossato dal sole di Andrea e il caffé di Tommaso, mentre tutto ri-accade sempre differente a sé…ritorno sola, questa volta, nel luogo che forse più di tutti è esploso dentro di me facendomi un po’ male, con dolcezza; ritorno nella casa abbandonata, nel luogo intimo di un altro, così vicino al mio, così prossimo all’approssimarsi degli abbandoni

…e una voce mi canta una piccola canzone in arabo mentre tra le macerie alberi di fico, orchidee, soffioni e lentisco fanno la loro splendida dimora ed io non so più chi sono

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2 pensieri su “Parlate di luce

  1. Bello questo sperdersi tra le macerie profumate di natura selvatiche e la nenia di una canzone araba…
    ho amato il desiderio

    Mi piace

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