Massafra

Eccoci, qui, nella pancia della terra, ricolma di bocche, di semi, di acqua nei pozzi, nelle cavità raccolte sotto intrichi di rami. Massafra, la casa rimestata tante volte, un po’ amata e un po’ sofferta, la tua casa che solo per averti accolta mi è cara come tu lo sei.

Giorni pieni questi, giorni dove l’ascolto e il dialogo sono indissolubilmente intrecciati, dove bocca nella bocca, abbiamo fame delle nostre molteplici parole, per ritrovarle nel silenzio, quando riprendiamo le nostre strade divise ma attraversate da ponti, perché noi ci tocchiamo, ci tocchiamo attraverso la terra stessa.

Dopo la pelle esposta ai nostri stessi occhi e al mare ancora freddo, dopo la roccia-ossa di Cozze e la rotazione della erre della voce da subito riconosciuta, ecco la polvere del villaggio rupestre di Massafra mi accoglie, ci accoglie.

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Tenere stretto il tempo per essere presente per le amicizie, senza fretta, senza dover scappare…scappare da sé…ma ritagliarci il tempo come si taglia una fetta di torta messa con cura in un fazzoletto e portata ad una precisa persona che ci aspetta.

La polvere bianco gialla, soffice, umida che ci fa scivolare di antro in antro è la pelle che si sgretola del tufo. Il tufo di cui sono fatte le case del villaggio rupestre completamente avvolto ed inghiottito nell’esplosione verde delle piante.

Tu mi lasci camminare da sola, vai avanti senza aspettarmi perché sai quanto è dolce camminare nel canto delle piante, delle rocce e dei piccoli animali senza parole. Sappiamo di ritrovarci lungo il percorso, alla ricerca della grotta del mago.

Io recito nella mia testa un canto curdo che conosciamo e poi le api prendono il sopravvento, su questa incessabile fame di vita che abbiamo, una fame che talvolta ferisce e fa male, anche per questo noi ci siamo, per ascoltare questa ferita senza scappare, trovarne una cura nel semplice ascolto reciproco.

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Tu lo sai quanto le cose del mondo spesso ci sovrastano, lo sai quanto la violenza preme e fa paura, lo sai quanto mi sembra di cadere continuamente nelle crepe del non riuscire mai a- e sai, quanto la terra, questa martoriata, da cui ci vogliamo sradicati ed emancipati, riesce a lenire l’inquietudine e l’imbarazzo di essere un essere umano capace di devastare ogni cosa.

Una carezza, una carezza per le pietre, una carezza per le api, una carezza per questi campi di salvia, una carezza per questo male esploso nelle pieghe del mondo, una carezza per Muna, una carezza per mio fratello, per le insonnie di mio padre, una carezza per le nostre madri dalle quali ci pensiamo così distanti, una carezza per l’animale colpito al fianco, una carezza per te e per me.

Eppure non ti nascondo che a volte, mi sento crollare, cercando una forma che rispetti le forme tutte, cercando di comprendere anche ciò che semplicemente non dovrebbe esistere…non dovrebbe…

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Io lo penso, sì, e tu lo sai, penso che la poesia sia un modo di percepire le cose attorno a noi, sia capace di un volo che è paragonabile solo al volo degli uccelli, che nessun aereo, nessun meccanismo riuscirà mai ad eguagliare e perché è bello così, nella suo essere inarrivabile…la poesia, che non reputano rivoluzionaria e che mi ostino a reputare tale perché rivoluziona il modo di vedere le cose, di sentirle, con tutti i sensi disponibili che abbiamo…e il tempo…un tempo di incendio che abbiamo consumato, affilato ben bene perché ci fosse contro.

Ecco, mi sono dilungata, forse per giustificarmi, forse perché sono stata felice ed è cosa rara e ci hanno insegnato la colpa, a pretendere e possedere…ed è per questo che mi aggrappo alla muta delle stagioni, alla muta dei serpenti, alla nostra muta muta.

C’è una violenza brutale con cui vogliono educare il mondo ma c’è anche una forza, che forse possiamo ancora chiamare amore, con cui possiamo resistere e mutare e che ha bisogno di noi, del timo selvatico, dell’assiolo che chiami in queste notti non ancora calde, degli ulivi, di un mare liberato dai suoi morti

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3 pensieri su “Massafra

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