43 poeti per Ayotzinapa

Vivos se los llevaron, vivos los queremos

La voce della poesia non ha un inizio né una fine. Chi scrive è già su di un solco cominciato nella notte dei tempi. Una poesia contiene mille e mille voci; in essa risiede un tempo disancorato, non progressivo ma fatto di pieghe su pieghe che aprono, chiudono, disvelano, accendono tempi diversi, mischiando passato, presente, futuro e ciò che solamente fu immaginato.

Non so come questo amore sia nato, ma esso è così forte in me che talvolta mi sconquassa fino nelle ossa come un qualcosa di infinitamente bello e infinitamente orrorifico. La poesia ha a che fare con qualcosa di così intenso, misterico, profondo e leggero nello stesso momento, che essa è impossibile da definire.

43 poeti per Ayotzinapa è una raccolta di poesie molto importante, arrivata ai miei occhi come un amico inaspettato, come inaspettato è stato l’incontro con Lucia Cupertino, che ha curato l’edizione della raccolta per Arcoiris (traduzione da “Los 43 Poetas por Ayotzinapa” antologia messicana a cura di Ana Matías Rendón).

Da cosa nasce questa raccolta? Nasce dal desiderio e dal bisogno di non scordare la scomparsa di 43 studenti durante la notte del 26 novembre del 2014 a Iguala, Messico. Studenti tutti provenienti dalla Scuola Normale Rurale “Raúl Isidro Burgos” di Ayotzinapa. *

Messico-ayotzi-striscio-blanco-y-negro

Studenti. Ragazzi sui 20 anni con una forte coscienza critica e consapevolezza politica. Ragazzi a cui è chiaro il declino del narco-stato in cui risiedono.

Questi studenti dal 26 novembre del 2014 non sono mai stati trovati. Desaparecidos.

Non posso fare a meno di collegare ciò che avviene in Messico ad una pratica della violenza istituzionalizzata che si sta diffondendo, in diverse maniere, in diversi luoghi di questa nostra amata terra. E la violenza genera violenza. “Sembra non esservi scampo”, scrive Lucia Cupertino nell’introduzione, “il dolore alimenterà generazioni impregnate di dolore e questo fino alla notte dei tempi. E’ invece proprio il lavoro e lavorio con la memoria -quella individuale e collettiva- a poter rompere la catena perpetua, attivando il processo di rigenerazione profonda che viene dalla tessitura di quei fili addolorati in una nuova manta”.

Memoria, scrive Cupertino. Sì, perché la pratica della condivisione delle memorie e delle storie, partendo da noi, è una pratica di cui c’è fortemente bisogno. Che non appartiene alla lettera morta di un passato ma è nutrimento vivo del presente, per comprenderlo, per non essere soli all’interno di un gioco di poteri che vuole la gente isolata e inebetita.

Sono passati circa due anni da quel 26 novembre e i genitori dei 43 desaparecidos ancora cercano, chiedono, lottano. Il ricavato dello stesso libro “43 poeti per Ayotzinapa” è destinato proprio all’Associazione dei genitori della Scuola Normale Rurale “Raúl Isidro Burgos” di Ayotzinapa.

La attuale storia del Messico appartiene anche a noi; appartiene ai movimenti e alle strategie dei nostri stati nazionali, dei nostri governi. “Le armi in possesso dell’esercito e delle narcomafie in Messico”, ricorda Fabrizio Lorusso, “arrivano in gran parte dagli Stati Uniti e dall’Europa, cioè dalle regioni che più ricevono e riciclano i narco-capitali e che più consumano le droghe prodotte, o in transito, nei Paesi latinoamericani”.

Così come ci appartengono le storie di coloro che scappano dai paesi in guerra o in miseria, di coloro che vivono anni di muro e privazioni, di coloro che dimorano silenziosi ai margini delle città.

Mordiamo l’ombra
E nell’ombra
Appaiono i morti
Come luci e frutti
Come coppe di sangue
Come pietre di abisso
Come rami e fronde
Di dolci viscere

I morti hanno mani
Impregnate di angoscia
E inclinati gesti
Nel sudario del vento
I morti si portano appresso
Un dolore insaziabile

Questo è il Paese delle fosse
Signori e signore
Questo è il Paese dei guaiti
Questo è il Paese dei bambini in fiamme
Questo è il Paese delle donne martirizzate
Questo è il Paese che ieri esisteva appena
E adesso non si sa dove sia

Restiamo persi tra boccate
Di maledetto zolfo
E falò che radono il suolo
Restiamo con gli occhi aperti
E gli occhi li abbiamo pieni
Di vetri aguzzi
Restiamo a cercare di dare
Le nostre mani di vivi
Ai morti e ai desaparecidos
Ma si allontanano e ci abbandonano
Con un gesto di infinita lontananza

(…)

Questi versi sono tratti dalla poesia “Ayotzinapa” di David Huerta, Messico. La parola desaparecidos appare continuamente nei versi dei poeti e delle poetesse della raccolta. Sono versi che vivono, che vengono alla luce già colmi di una assenza assaporata all’interno di una quotidianità. Partorire un vuoto. Il vuoto di corpi che non hanno né sepoltura né “la consolazione finale/ di chiuder loro gli occhi”, come dice un verso di “Conugazione del 43” di Miguel Santos, Messico.

Candida di Irma Pineda Santiago, Zapoteca (Messico)

Mia madre ha decifrato per i miei occhi
il linguaggio delle stelle
Ha depositato nelle mie orecchi i canti della gente nube*
Mi ha insegnato i segni del mio nome
A usare l’aglio nel cibo
A misurare il dolce e la cannella
a evitare il limone quando arriva il ciclo
a non temere lo scricchiolio del tetto di legno e tegole
quando la terra trema
Lei risolveva i dubbi
Ma non ho mai domandato a mia madre
come trascorre la vita
quando i soldati si portano via il marito
Come si affronta la quotidianità
con l’incertezza fra i piedi ad ogni passo
Con quali parole si spiega ai figli
cos’è un “desaparecido”
Con quale unità si misura l’assenza
i giorni bui
i comunicati senza risposta
Come dare nome così di colpo
alle città percorse alla ricerca d’un volto
agli spiriti consultati per avere indizi
su dove trovare un desaparecido

Assenza, ancora assenza. Non una ipotetica assenza ma una mancanza di fiato e corpi amati.

Lungo le scanalature differenti dei versi presenti nella raccolta si annidano bisogni di libertà, di voce, di vita. Spazi possibili per esserci, per dare luogo ad una presenza a cui si vuole togliere anche la strada, quella “arteria vivente dove l’uomo senza paura nasce senza museruola e senza veli”, come scrive Jorge Miguel Cocon Pech (Maya, Messico), in “Non vogliono che scendiamo in strada”.

Perché cosa rimane alla gente quando l’oppressione e il dolore diventano insostenibili?

I testi della raccolta dicono molto, toccano luoghi del cuore diversi, luoghi che bruciano. Non c’è solo la storia di un governo corrotto, di una economia mondiale su cui poggia il narcotraffico ma c’è anche la storia molteplice e attuale della colonizzazione, la storia di terre sfruttate e depredate, la storia di coloro la cui storia è stata erosa fin dentro alle ossa.

Hanno rubato il mio nome di Natalio Hernández, Nahuatl (Messico)

Hanno rubato il mio nome:
Il nome che definiva il mio volto
il nome che pronunciava la mia lingua
Il nome della mia terra Ayotzinapa

-Fiume delle tartarughe si chiama-.

Azteco era il mio nome
Azteco il mio lignaggio
Azteca la mia radice

la mia storia, la mia origine
la mia essenza.

Azteco è adesso uno Stadio
Azteco è un canale televisivo
Azteco il nome di una Banca

Per questo adesso dico
Per questo adesso grido:
Hanno rubato il mio nome
Hanno cancellato il mio volto
Hanno sconquassato la mia vita

il mio essere, la mia esistenza.

Hanno dilaniato il mio cammino
Hanno distrutto il mio sogno
Il sogno d’essere parte
della nazione Azteca
della nazione messicana.

Piangono dli Ahuehuetes -alberi vecchi
di Ayotzinapa-.
E i nostri padri lottano
per rompere il silenzio

e le catene che ci avvincono,
che ci schiavizzano,
che ci escludono.

Tlalpan, inverno 2014

Sono tanti i versi e tante le poesie che chiamano e domandano in “43 poeti per Ayotzinapa”. Ci chiedono dove siamo, che sogni abbiamo, di che vite viviamo. Chiedono voce e soffio per coloro che sono scomparsi, i 43 che purtroppo si aggiungono ad un numero altissimo di desaparecidos in terra messicana.

Dove può arrivare uno stato che non permette più di abitare le piazze, di manifestare per le strade, di cantare proteste, di esercitare il diritto alla critica e all’opposizione? Dove può arrivare un governo che non ascolta se non la propria sete di potere?

Non molto tempo fa credevo che la limitazione della libertà di parola e di opinione fosse un problema che riguardava altri stati, altri governi, differenti da quello in cui vivo. Invece è una questione che ci riguarda tutti da vicino, che riguarda la sfera pubblica come quella privata.

Sono convinta che la ricerca della felicità sia ancora una degli assi portanti della ricerca umana. Ma quali mezzi abbiamo utilizzato fino ad ora per ottenerla? E quale felicità? La felicità di chi e per chi?

Concludo con un’ultima poesia, impregnata di pioggia, che odora di terra. La stessa terra che bisogna imparare nuovamente ad amare.

Dialogo di canto di Lorenzo Hernández Ocampo, Mixteco (Messico)

Non riposerà il nostro canto di pioggia,
simboli che dipingono e danzano le nuvole,
suoni mitici nati da ciò che ci circonda
e assillo per i figli della pioggia.

Canti sacri riversati sulla cima,
sul cervo, sull’amate* e sulla roccia,
preghiera tessuta dalla notte poco a poco
tra folate e luminescenze di coleotteri.

Non andrà persa l’identità nascosta
nell’ingannevole copia del sentiero,
brillerà nel silenzio magico del tempo,
nello sciroppo, nel canto e nel rito.

*Per un breve sunto dei fatti http://www.dinamopress.it/news/ayotzinapa-guerrero-e-il-terrorismo-di-stato. Per una conoscenza della Scuola Normale di Ayotzinapa https://www.vice.com/it/article/scuola-messico-studenti-scomparsi-935
*Nube: nome con il quale si autodenomina il gruppo indigeno zapoteco.
*Amate: dal nahuatl amatl, tipo di carta vegetale risalente all’epoca precolombiana; veniva adoperata nei codici mesopotamici e anche come adorno personale
*Sito della rivista online La macchina sognante: http://www.lamacchinasognante.com/
Rivista, di cui fa parte Lucia Cupertino, “fondata da scrittori e poeti che sentono la necessità di costruire uno spazio, un contenitore di scritture dal mondo, per scritti e dibattiti, sia nazionali che internazionali, che, per la loro natura dirompente, stentano ad emergere in altri contesti letterari ed editoriali”.
*Nomi dei 43 studenti: Abel García Hernández, Abelardo Vázquez Peniten, Adán Abrajan de la Cruz, Alexander Mora Venancio, Antonio Santana Maestro, Benjamín Ascencio Bautista, Bernardo Flores Alcaraz, Carlos Iván Ramírez Villarreal, Carlos Lorenzo Hernández Muñoz, César Manuel González Hernández, Christian Alfonso Rodríguez Telumbre, Christian Tomas Colón Garnica, Cutberto Ortiz Ramos, Dorian González Parral, Emiliano Alen Gaspar de la Cruz, Everardo Rodríguez Bello, Felipe Arnulfo Rosas, Giovanni Galindes Guerrero, Israel Caballero Sánchez, Israel Jacinto Lugardo, Jesús Jovany Rodríguez Tlatempa, Jhosivani Guerrero de la Cruz, Jonas Trujillo González, Jorge Álvarez Nava, Jorge Aníbal Cruz Mendoza, Jorge Antonio Tizapa Legideño, Jorge Luis González Parral, José Ángel Campos Cantor, José Ángel Navarrete González, José Eduardo Bartolo Tlatempa, José Luis Luna Torres, Julio César López Patolzin, Leonel Castro Abarca, Luis Ángel Abarca Carrillo, Luis Ángel Francisco Arzola, Magdaleno Rubén Lauro Villegas, Marcial Pablo Baranda, Marco Antonio Gómez Molina, Martín Getsemany Sánchez García, Mauricio Ortega Valerio, Miguel Ángel Hernández Martínez, Miguel Ángel Mendoza Zacarías, Saúl Bruno García.

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2 pensieri su “43 poeti per Ayotzinapa

  1. Questo testimonia, semmai ce ne fosse il bisogno, che la guardia non si deve mai abbassare e che quello che pare acquisito (la libertà) in realtà può venir tolto in un attimo, perché qualcuno che certi ordini li esegue si trova sempre, anche se appare impossibile, ma qualcuno si trova sempre.

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  2. sì, caro Gianni ed è anche una questione molto difficile da districare, perchè riguarda tanti governi, tanti luoghi…come anche il nostro…d’altronde, testimoniare, anche attraverso la scrittura, e ascoltare la storia degli altri è cruciale per la comprensione e per il superamento del conflitto

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