Per amore, solo per amore_Prima Parte

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Camille Claudel, dettaglio di Sakountala, 1886-1888

Perché nessuno parla d’amore? Perché eliminare dai discorsi e dalle questioni l’amore? Dovremmo partire da premesse ampie e dettagliate ma, seguendo un discorso che va per frammenti e suggestioni, porremo alcune domande, lasceremo alcune tracce che ruotano attorno alla questione amorosa.

L’amore, amore tra gli esseri umani, amore tra gli esseri viventi, anche in relazione alle cose. Amore di sé. In tutti questi casi si tratta sempre di un movimento che va dalla relazione col proprio io alla relazione con l’altro e con il mondo. Queste relazioni fondate sull’amore sono state scalzate da tante altre questioni, che hanno esiliato l’amore dal territorio stesso del pensiero e del discorso, ritenendolo poco opportuno, effimero, inconsistente.

Io ritengo che l’amore sia, al contrario, di estrema attualità. Non stiamo parlando di amicizia ma di un amore pieno che riguarda l’essere nel mondo e in relazione al mondo. Se in taluni casi l’amore e l’amicizia sono “sentimenti” molto vicini, l’amore è comunque sempre qualcosa che eccede da sé. “Per amore, per amore, tutto per amore”. Per esempio se l’amore possiamo legarlo alla passione*, l’amicizia già non rientra nei termini delle passioni.

Legare l’amore alla mera questione sentimentale svierebbe il discorso, dato che il sentimento è comunemente legato alla accezione negativa di “sentimentalismo”. Eppure, recuperare i sensi per sentire è un’altra delle prerogative dell’amore. L’amore mi permette di interagire con le differenze, di ascoltare le voci delle cose, dell’altro, di rispettare la dignità di ogni creatura. Perché, secondo una mia pur sempre personale visione, l’amore va a braccio con il disinteresse, l’inutilità e contro il concetto di proprietà. Contrariamente a quanto per secoli si è voluto vedere, ossia il rapporto amoroso nel solco del possesso e del proprio.

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Camille Claudel_L’aurora

Cominciamo con una citazione da Nancy. Il libretto “Sull’amore” è uno di quei testi da rileggere più e più volte. Nella rilettura emergono significati e lampi di suggestioni che non erano emersi al primo sguardo. Cito:

“Non è tuttavia un caso se -quando la violenza degli uomini tra loro è apparsa come la regola da quel momento ostensibile e quasi eretta a principio di una Europa che inventava, al di là della guerra degli Stati, il massacro dei popoli- uno dei più fini pensatori dell’essere umano, Sigmud Fredu, abbia potuto scrivere, ne Il disagio della civiltà, che soltanto il comandamento cristiano dell’amore rispondeva a questa violenza all’altezza necessaria. Probabilmente, egli aggiungeva, questo comandamento non era praticabile e, per questo, neanche credibile. Ma, nondimeno, egli constatava che l’«amore» poteva simbolicamente -al di là di ogni verosimiglianza pragmatica -prestare il proprio nome alla possibilità stessa del rapporto in generale. Detto altrimenti, nessun altro legame -d’onore, di nascita, d’interesse, d’amicizia, di sollecitudine, di solidarietà, e beninteso nessuna specie di cura, anche nel senso di talking care, della stessa psicoanalisi – era più in grado dell’amore di contenere la violenza omicida aperta in seno alla civiltà.”

Nancy precisa che i gradi della violenza sono esponenzialmente aumentati, dopo Freud e continua scrivendo:

“più ancora di Freud e del suo tempo, noi abbiamo compreso che la violenza non soltanto può diventare ben più mostruosa di quella delle trincee, delle mitragliatrici e dei gas, non soltanto può propagare e disperdere le proprie piaghe ben al di là del teatro dei combattimenti, fino al cuore di ogni vita, ma ancor più può diventare violenza inerente all’ordine o al disordine sociale, economico, culturale, violenza ideologica, finanziaria, tecnica, amministrativa, ecologica…Non è più un «disagio della civiltà» quello al quale noi assistiamo, è la civilizzazione stessa come disagio, o piuttosto come mal-essere, e come barbarie nel senso preciso di un’impresa di conquista e di espansione privata di veri scopi, presa dalla sola vertigine di accumulazione di ricchezza e di performance che non designano alcun altro orizzonte al di fuori della loro stessa espansione indefinita. Allora, come non credere che si stia producendo un disastro dell’amore?”.

Nancy continua procedendo verso una distinzione tra infinito negativo e positivo. L’amore, difatti, è legato all’infinito, al senza fine privato dall’accezione negativa di un infinito legato all’indefinito. E’ una questione complessa su cui ritornare. L’infinito dell’amore è legato sostanzialmente al suo essere invalutabile:

“Perché si dia amore non è necessario né valore né significato. C’è bisogno dell’invalutabile e dell’insensato, ma a partire da un gesto- o piuttosto come questo gesto- di valutazione e di significazione assoluta (in senso proprio: separata da tutto, senza legame). Amare è valutare un invalutabile. E’ amare caramente, sentire caro (chérir), cioè rendere caro (faire cher), dare un prezzo, un prezzo assoluto -inestimabile, come di dice: amare è stimare l’inestimabile. E’ lasciare la propria facoltà o la propria capacità di valutazione o, per meglio dire, lasciare la propria stima -questo sentimento sicuramente molto forte, ma di per se stesso soltanto e quasi freddamente morale-, lasciarsi guidare da un inestimabile, o ancora lasciarlo stimare al di là e lontano da qualsiasi altra valutazione che non sia questa scelta elettiva: l’elezione del «ti amo». Abbiamo l’impressione che questa stima iperbolica, con l’impegno che richiede nell’incondizionato di un infinito in atto, sia messa in pericolo in un mondo comandato da troppi calcoli, aspettative, valutazioni, stime. Abbiamo l’impressione che oggi amare sia sottoposto a troppe domande. Amare -sì, ma secondo quale misura di gusto? Secondo quale aspettativa di durata, secondo quale modo d’esistenza? Secondo quali rischi e quali chance? (…)
A questa batteria di domande sospettose che ci preoccupano, sono tentato di opporre due altre forme di sospetto. E se, innanzitutto, non stessimo prendendo come riferimento, implicito o esplicito, un solo modello esclusivo, e forse esso stesso mutilato dall’amore, cioè il modello cristiano ripiegato sulla sua versione coniugale, e al contempo sacramentale e familiare, legata però a una forma economica e sociale di famiglia ristretta, nucleare? E se dall’altra parte, stessimo ignorando le chance che, senza nemmeno saperlo, le disposizioni dello spirito contemporaneo possono preparare?”.

Mi fermo qui nella citazione di Nancy, perché il testo passa ad analizzare le questioni in maniera più densa e noi abbiamo bisogno di respirare.

Ciò su cui voglio riflettere sulla scia di queste prime parole di Nancy, è la possibilità che l’amore sia ancora un concetto rivoluzionario, attuale, nostro e vivente.

Camille Claudel La Valse, 1891 (4)
Camille Claudel, Il valzer, 1891

Le nostre società tendono a rendere neutro e analizzabile ogni aspetto della nostra vita. Il sentimento stesso, come vediamo nei media, viene strumentalizzato e deprivato degli stessi sensi, che vengono anestetizzati e nel caso peggiore, addomesticati alla violenza.

La violenza si poggia su questo meccanismo. Il ripetersi di immagini in cui per esempio vediamo l’inscenarsi di un “amore violento”, toglie all’amore il suo carattere rivoluzionario e aperto e lo unisce ad un concetto, quello di violenza, che, in realtà, non gli è proprio. L’amore, d’altronde, non è presente nei luoghi di lavoro, nel lavoro, nell’ambito della sanità, nella politica e via dicendo. Perché parlare di amore…è sconveniente.

Perché, come dice Maria Zambrano: “una delle indigenze dei nostri giorni è quella che si riferisce all’amore. Non è che non esista, ma la sua esistenza non trova posto, accoglienza, nella mente, nonostante sia nell’anima del soggetto. Nell’illimitato spazio che in apparenza la mente oggi apre a ogni realtà. l’amore si imbatte in barriere infinite. E deve giustificarsi e dare ragione senza fine, e deve rassegnarsi infine ad essere confuso con la moltitudine dei sentimenti, o degli istinti, se non vuole occupare quell’oscuro posto della “libido”, o essere trattato come una malattia segreta, dalla quel bisognerebbe liberarsi”.

Io voglio dare una risposta, che sia piena di domande, che sia tracce e frammenti, alla fame di amore che comunque è in ogni essere vivente. Forse si tratta anche di riscoprire l’amore, di imparare ad amare, cominciando a decostruire o détruire, le impalcature che pensando di sostenerlo lo hanno invece nascosto e deformato, piegato ad altro.

E allora, riprendendo Nancy, una delle cose che il filosofo suggerisce, è quella di dare dignità all’amore, come questione non legata solo all’intimità della sfera privata ma ad una possibilità di essere al mondo, di essere con il mondo.

* Il concetto di passione è un concetto sicuramente da approfondire. Inoltre sono emersi altri punti importanti che vanno ad ampliare il nostro ragionamento sull’amore : sentimento/sensi ; amore/corpo. Se l’amore è legato al corpo e ai sensi è ancor più avvallabile l’ipotesi che l’anestetizzazione dei corpi (nel campo medico, della cura, politico, sociale ed economico) sono strumenti di controllo e coercizione e che, per l’appunto, anche l’amore viene addomesticato, anestetizzato, sminuito e marginalizzato, sottratto al suo potenziale rivoluzionario.

Nota: le riflessioni sopra riportate fanno parte del materiale di ricerca utilizzato per la conduzione del laboratorio teatrale “L’immagine sonora 2017”. http://www.iulamarzulli.com/category/immagine-sonora_seconda-stagione/

Fonti :
Jean-Luc Nancy « Sull’amore », Bollati Boringhieri, 2009
Maria Zambrano « Frammenti sull’amore », Mimesis Edizioni, 2011

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4 pensieri su “Per amore, solo per amore_Prima Parte

  1. Riflessioni profonde, parli di cose vere. Credo anch’io che l’amore sia qualcosa che sta sopra a tutto, e per essere credibile, come dici giustamente, deve essere senza interesse, non deve pensare al tornaconto. L’amore e la nostra capacità di viverlo nell’esperienza della vita è l’unica cosa che può elevarci, credo.

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      1. questa , sicuramente, una delle differenze più importanti ma è molto difficile resistere alle logiche del possesso. Eppure sarebbe una grande sfida, in tutti i sensi

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