Percorsi: prossimità o caduta?

“ed ai narcisi sopraggiungeranno gli iris
saranno vivo colore per i campi
seta per le tue labbra aperte;
cosa abbiamo visto negli occhi delle volpe?”

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Arriva un momento in cui le parole, semplicemente, mancano.

Pale di fico d’india che cadono per la forza del loro stesso peso, la forza di gravità e la stanchezza della fibra consumata.

Così nel bel mezzo di un cammino silenzioso tra le campagne di marzo, mentre sei alla disperata ricerca di un luogo per poter mettere alla prova il tuo corpo, senti un suono: ti volti, non c’è nessuno, eppure conosci quel suono.

Una pala si è staccata dal fusto ed è caduta sul terreno, è il suono dell’abbandonarsi, del mancare a sé.

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Se potessi farlo anche io, lascerei che membra ed estremità si staccassero da me, o forse, cadere tutta intera su di una spiaggia e vedere il mare, così, con occhi, bocca e naso allo stesso livello dell’orizzonte. Dal basso.

Mai come quest’anno sento il cambiamento degli stati naturali così tumultuoso e vivo. La natura parla in me attraverso semplicissimi gesti, movimenti furtivi, improvvisi voli, germogli che fino ad un giorno prima non erano neppure visibili, l’aprirsi veloce dei fiori e poco dopo, l’abbandonarsi (anche qui) dei petali dei fiori di mandorlo.

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“il primo fiore è bianco come la neve/ il secondo fiore e rosa come la lingua/ il terzo fiore è arancione come i mandarini/il quarto fiore è giallo come il sole”. Così dico nella performance “Inverno (primavera) esperimento #2. Ma continua a sfuggirmi qualcosa. Qualcosa che riguarda il tempo. Il tempo della vita e della morte. Il tempo dello stare e dello spostarsi. Il tempo che scava segni sulla pelle, nella terra, sulle lingue.

Una verità semplice ma per niente scontata, venuta solo dall’osservazione silenziosa, di ogni elemento incontrato giorno per giorno sulla stessa via. Scoprire o forse, riscoprire, un senso profondamente solidale con le “cose della natura” che diventa intima quanto può esserlo una persona.

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“La tua forza è la mia…la tua debolezza è la mia”, il che non denota una appartenenza verticale verso qualcosa quanto, piuttosto, una prossimità.

Condivido con il noce, con l’albicocco, con la ghiandaia, la medesima bellezza, la medesima forza, la medesima fragilità. Riconoscere questo è riconoscere un soffio che ci accomuna pur manifestandosi in forme ed energie differenti.

Ascoltare, ascoltarti. Abbandonare, abbandonarsi. Sentirsi prossimi a, approssimarsi.

Cosa mi spinge a continuare a scrivere? Cosa ti spinge a scrivere? Cosa mi porta ancora ad essere qui?

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3 pensieri su “Percorsi: prossimità o caduta?

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