In Patagonia_Bruce Chatwin

Vi voglio parlare di un libro. Tutto è cominciato molto tempo fa, con “Le vie dei canti”, ma “questa è un’altra storia e si dovrà raccontare un’altra volta”. Il nostro libro si chiama “In Patagonia” e l’autore, è sempre lo scrittore de “Le vie dei canti”, Bruce Chatwin.

mappa patagonia 2005

Quello di cui voglio raccontare non è altro che un mucchio di impressioni che hanno preso forma di immagini viventi negli occhi (proprio lì dove le palpebre avvolgono con il loro velo scuro), come solo succede quando un libro ti accompagna per giorni.

In realtà, non cercavo un libro per me. Mentre sceglievo un libro da regalare, un’unica copia di “In Patagonia” mi cade letteralmente tra le mani. No, non era il libro giusto da regalare ma bisognava ascoltarne la chiamata. Chatwin era una vecchia conoscenza e il viaggio è per me una fonte inesauribile di r-esistenza.

Se si cerca una lettura lineare, che segue il percorso rassicurante dell’inizio, dello sviluppo e della fine, non è il libro che fa al caso vostro. L’autore non potrà impegnarsi nel definire un percorso chiaro, perché il viaggio, dopo tutto, se viaggio si vuole chiamare, si apre a tante piccole storie che lo frammentano, destabilizzano, ne variano di passo in passo, la rotta. Accanto a questo primo spiazzamento, che ha a che vedere quindi con una serie di storie, in qualche modo unite tra loro, ma che delineano un percorso, per così dire, esploso e frammentato, c’è la rassicurante presenza -quella sì- del milodonte.

milodonte

Milodonte, animale preistorico, sulle cui tracce si mette il narratore di “In Patagonia” per arrivare alla caverna di Last Hope Sound, nella Patagonia cilena. Il pezzettino di pelle del milodonte innesca un viaggio, compiuto veramente da Chatwin nel 1974, nella estrema parte meridionale dell’America latina.

Le varie parti che compongono il tessuto del libro seguono una narrazione semplice e discorsiva ma che, allo stesso tempo, s’intreccia con momenti molteplici di allucinazione visiva. Ci sono numerosi momenti in cui il lettore si chiede: “ma è invenzione o realtà?”. Noi ci appropriamo della concretezza del racconto e anche delle sue infinite varianti onirico-letterarie e ci lasciamo guidare.

A dir la verità, quello che mi ha colpito di questa narrazione, è che si tratta di un vero e proprio racconto che mostra, in maniera indiretta e non, la storia di una dominazione coloniale che non ha risparmiato nessuno. Coloni e colonizzati.

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Chatwin, inconsapevolmente o no, fa luce su di una parte della storia umana, per niente poetica ma abbastanza cruenta e concreta. Ci sembra, leggendo, di camminare con lui, attraverso i grandi raccordi stradali, le praterie, i fiumi, sostando tra estancia e rientranze di siepi e alberi. Ci sembra, camminando con il narratore, di percorrere la Patagonia e di assistere ad un grande calderone di gente e situazioni che riguardano il passato ed, allo stesso tempo, il nostro comune presente.

Camminiamo tra gauchos, peones, indio, russi, italiani, spagnoli, scozzesi, inglesi, missionari, banditi, arrivisti. Tra persone che hanno cercato in queste terre una nuova vita, una possibilità di re-inventarsi. Ma fondamentalmente, ciò che si respira, camminando con Chatwin, è la questione coloniale.

Gli esseri umani si sono spostati da sempre, da una parte all’altra del globo. Nel momento in cui questi spostamenti avvengono in maniera sistematica e massiccia, dettati da un principio di superiorità socio-politica e sfruttamento incontrollato delle risorse, senza rispetto per la popolazione che vive originariamente in quel territorio, si parla comunque di colonialismo.

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Il libro è davvero molto bello. Chatwin compie il suo viaggio senza giudicare. Riporta le storie e le vicende con estrema semplicità. A noi la cura dell’approfondimento, a noi la cura della critica delle vicende, a noi la cura della memoria e della presenza della stessa nella contemporaneità.

“La storia di Buenos Aires sta scritta nel suo elenco telefonico. Pompey, Romanov, Emilio Rommel, Crespina D.Z. de Rose, Ladislao Radziwil ed Elizabeta Marta Callman de Rothschild -cinque nomi scelti a caso sotto la R – raccontavano una storia di esilio, delusioni e ansie nascosta dietro una cortina di merletti. Ci passai una settimana con uno splendido tempo estivo. I negozi erano decorati per il Natale. Era stato appena inaugurato il mausoleo di Perón a Olivos; Eva era in perfetta forma dopo la sua ispezione alle cassette di sicurezza nelle banche d’Europa. Alcuni cattolici avevano fatto celebrare una messa in suffragio dell’anima di Hitler e stavano aspettando un golpe”.

Così scrive Chatwin, e ancora:

“presi il treno per La Plata per vedere il miglior museo di storia naturale del Sud America. nello scompartimento c’erano due delle vittime di ogni giorno del machismo, una esile donna con un occhio pesto e una ragazzina malaticcia attaccata alla sua sottana. Seduto di fronte, un ragazzo con la camicia stampata a disegni verdi. Guardai meglio e vidi che i disegni rappresentavano lame di coltelli”.
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Il libro è stato scritto nel 1977. Le tracce della storia disseminate lungo il suo percorso sono le tracce della nostra storia. E’ un libro che parla all’oggi. Al nostro presente di nazioni esplose e implose.

“Tierra del Fuego, Terra del Fuoco. I fuochi erano quelli di un campo di indios fuegini. Secondo un’altra versione, Magellano vide solo fumo e la chiamò Tierra del Humo, Terra del Fumo, ma Carlo V disse che non poteva esserci fumo senza fuoco, e cambiò il nome. I fuegini oggi sono scomparsi e tutti i fuochi si sono spenti. Soltanto le fiamme degli impianti petroliferi innalzano una nuvola nera nel cielo notturno.”

E ancora:

“Nel 1890 una crudele interpretazione della teoria di Darwin, nata a suo tempo in Patagonia, ritornò in Patagonia e sembrò incoraggiare la caccia agli indios. Uno slogan: «la sopravvivenza dei più forti», un Winchester e una cartucciera diedero ad alcuni europei l’illusione di essere fisicamente superiori agli indigeni, in realtà molto più forti. Gli Ona della Terra del Fuoco erano andati a caccia di guanachi da quando il loro antenato Kaux aveva diviso l’isola in trentanove territori, uno per ciascuna famiglia. (…) Poi arrivarono i bianchi con un nuovo guanaco, con le pecore, e un nuovo confine, il filo spinato. (…) la soluzione approvata fu di radunarli (gli indigeni) e civilizzarli nella Missione, dove essi morirono a ausa di vestiti infetti e per la disperazione della prigionia”.

Le storie nel libro sono tante e molto coinvolgenti. Storie che attingono le proprie fonti dalla scienza, dall’archeologia, dalla mitologia, dai racconti di viaggi, dalla viva memoria della gente. Un libro in cui il viaggio non è edulcorato ma è un vero e proprio viaggio fatto con la bellezza e la fatica dei muscoli in movimento. La bellezza selvaggia dei luoghi si intreccia alla cruda esperienza degli uomini e delle donne presenti nel libro.

E se il canto presente ne “Le vie dei Canti” può apparire più dolce e poetico, il canto presente nel libro “In Patagonia”, a ben guardare è lo stesso: il canto di esseri umani in conflitto. Un canto di resitenza. Un canto che richiama una bellezza che non ha ancora trovato le vie possibili per la realizzazione della convivenza e del rispetto, tra tutte le creature che abitano questa sola terra che abbiamo.

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