8 Marzo. L’inutilità della gioia

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Persone. Col proprio sesso, la propria idea di auto-definizione e autodeterminazione. Eravamo a Bari per manifestare ma anche per stare assieme e costruire un momento di gioia collettiva (cosa non da poco, la gioia). Eravamo a Roma, eravamo a Varsavia, eravamo a Mosca, eravamo a Istanbul, eravamo Buenos Aires. Siamo nel mondo. Il via a questo movimento danzato è stato dato da una protesta: quella delle donne sudamericane contro la violenza maschile che le uccide quotidianamente.

Ma ripeto, questa protesta ha un carattere che include e, allo stesso tempo, va oltre la questione femminile, perché riguarda l’educazione e la rivoluzione culturale di tutti. Culturale, perché è la cultura di un popolo, di una comunità che produce poi leggi, diritti, modi di vivere e convivere. E, come tutti sappiamo, stiamo già navigando nel fondo, in senso ecologico, politico, economico, sociale e culturale.

In questo fondo siamo noi a essere responsabili del cambiamento. Le istituzioni non sono sufficienti. Il delegare non è sufficiente. Lo scontro per lo scontro non è sufficiente.

Una solidarietà internazionale femminile, di questa portata, non si era mai vista. E i media potranno pure non vedere, ma quello che stiamo sentendo non lo cancella nessuno. Nessuno lo cancellerà.

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 “Io sciopero perché ogni giorno ci giungono notizie di brutalità, violazioni collettive, cose che ci fanno rivoltare lo stomaco e ci portano a chiederci come è possibile continuare a vivere in un paese in cui gli uomini crescono odiando le donne.
Io sciopero perché suonano ridicole le riforme neoliberiste proposte da un governo corrotto e illegittimo, che non è al servizio della gente, se non per mantenere l’impunità, mentre il resto della popolazione deve affrontare le conseguenze della crisi.
Ma mi fermo, soprattutto perché confido nelle alleanze che noi donne tessiamo mentre costruiamo insieme un evento in linea con il resto del mondo. Un evento che ha il potere di unire e creare legami perenni. Che lascerà una eredità che andrà oltre l’8 marzo, che ci lascerà più forti e unite contro l’ondata conservatrice che avanza. Siamo una marea che sta crescendo. La forza del cambiamento nel mondo”.

Così scrive una donna brasiliana.

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Ed io mi chiedo il perché alcuni uomini che si ritengono emancipati e che dicono di non aver nessun pregiudizio nei confronti delle donne…mi chiedo perché, proprio loro (e non parlo degli uomini dichiaratamente fascisti e sessisti), mi chiedo perché proprio coloro che non sentono conflittualità con le donne, ogniqualvolta si parli di Non Una Di Meno o di altri movimenti per il raggiungimento di diritti che dovrebbero essere normali e per tutti, inevitabilmente contestano e si oppongono. Mi chiedo perché non accolgano, portando anche la loro, di forza ed energia. Mi chiedo perché ostruiscano il movimento sentendosi esclusi, invece di cogliere la marea e parteciparvi, portando le proprie istanze.

Il femminismo forse non deve chiamarsi femminismo? Oppure chi lo sostiene, e mi includo, deve informare, nel modo migliore, su cosa si intende per “femminismo” e “femminismi”? Per quanto mi riguarda il femminismo, inteso oggi, non è un qualcosa di escludente ma riguarda tutti. Non è qualcosa che riguarda il passato ma riguarda l’oggi. Se c’è parità (nella testa, nel pensiero e non solo nella mera applicazione delle leggi), si può creare lo spazio di una convivenza reale e non fittizia.

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Non è ancora così e bisogna prendere atto. Ed è per questo che le donne stanno lottando. Cercando di fare la loro parte per questo cambiamento. Una parte che non è in opposizione a tutti coloro che si battono per i diritti delle marginalità, dei lavoratori, delle comunità schiacciate dalle guerre ma va assieme. Ognun* cercando di dare il proprio contributo.

La nostra protesta può solo includere anche le altre proteste per una esistenza possibile. Ed è una protesta che include diversi pensieri e che sta elaborando concretezza.

Ho sentito dire che scioperare è inutile…forse sì se inutile è la gioia, il sentirsi vivi.

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Non si può unire tutta la gente in una unica corrente di pensiero. Anche se si ritiene un determinato sentire giusto. Ma il paradosso di Non Una di Meno è che non bisogna necessariamente rientrare in questo nome per farvi parte. Quello che Non Una Di Meno sta facendo è proprio quello di togliere sigle, partiti, appartenenze per una inclusione delle differenze. Ed è per questo che mi sono sentita partecipe, io che non amo gruppi, partiti, definizioni, ho partecipato e mi sento partecipe di NonUnaDiMeno perché non appartiene a nessuno.

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C’è tanto da fare. E molto ha a che vedere con l’educazione dei bambini, non perché sono il nostro futuro, ma per l’oggi, per il qui e ora. Per la nostra educazione. Al di là dei nomi, bisogna costruire spazi di condivisione di esperienze dal basso, di scambi di narrazioni personali cercando di creare una bilancia tra lo spazio individuale e quello collettivo.

C’è tanto e tanto da dire ancora. Ognuno coi propri mezzi. E’ una realtà talmente frammentata che siamo di fronte ad una montagna enorme da scalare.

Io oggi, sono grata a tutte le persone che, con amore, stanno seguendo questo percorso complesso e variegato. A coloro che sono riusciti a non squarciare col proprio personale interesse questo movimento. Ma sono anche grata a coloro che fanno percorsi affini. Che non necessariamente ritengono di rientrare nei femminismi. Coloro che si prodigano nell’informare, nel promuovere relazioni, nel non dimenticare, nel lavorare per una cultura dell’accoglienza. A chi scrive, a chi danza, a chi parla, a chi colora, a chi si occupa di questioni tecniche e manuali, a chi elabora pensiero e cerca di rendere vive le parole.

Non si può stare morti per sempre.

(particolari tratti da immagini scattate da Alessandro Indrio)

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