Inverno: la felicità?

“La felicità? cos’è la felicità?”

Ho voglia di danzare, ho voglia di danzare come in un rito. Un rito che sia la mia consumazione e allo stesso tempo una forma di rinascita. Ti sembra così strano che i serpenti cambino pelle? Che la cicala lasci il suo guscio per una pelle lucida, bagnata, nuova?

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La trasformazione del fiore in frutto, la saliva delle api, la resina degli alberi, il germoglio verde che squarcia il bianco levigato del ramo del fico, il guscio di un uovo che si spezza, il sangue che si riversa nei cicli, la saliva delle bocche, le lacrime, il calore delle mani, il carbone ancora caldo dei rami di ulivo, la schiuma tra gli scogli…è tutto un fermento…è tutto un fermento.

In questa notte c’è amore. Io mi vedo contro il vento nel deserto. Mi vedo correre. Sento a me la vita. Strappo le mie gambe al fango. Sono Artax che scende e risale dalle paludi della tristezza, scende e risale, sono i cavalli selvaggi visti in Albania ed è esattamente questa, la visione, questa e nessun’altra ora. Questa visione è nei miei occhi: la bellezza dei cavalli che corrono nell’erba, senza redini, senza sentieri battuti, senza uomini. E la paura e il fascino che la visione di questi corpi mobili ha aperto nel mio petto.

Ho preso la tua maglia per coprirmi in questo inverno, e per annunciare la primavera, brucerò con i tizzoni ciò che mi hai offerto con amore nel momento stesso dell’abbandono. “Ti regalo queste cose affinché tu possa ricordarti sempre di me”. Brucerò te e me, attraverso la tua felpa. Tutto brucerà con i rami degli ulivi. I rami della potatura bruciano con la mia e la tua effige. Questo inverno così lungo mi ha insegnato tante cose, cose che mai avrei immaginato.

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Tutto è iniziato in autunno, sempre correndo. Sempre la stessa strada di campagna. Accompagnando la vigna, l’albicocco, il gelso, il noce nei loro rossori, nel loro lento abbandono di foglie. Poi, l’inverno. Un inverno bianco che contiene tutto: il ghiaccio e il fuoco. In cui lentamente, gelandomi e sporcandomi, ho imparato a fermarmi, ad amarmi un poco. Ad accettare la mia solitudine, la posizione statica della siepe e il suo potenziale altissimo di volo. Spaccandomi e squarciandomi, ho imparato ad ascoltare gli uccelli, a respirarne il frullare di ali, ad abbandonare il mio respiro per cogliere il tremito leggero dei loro corpi.

Se solo potessi, farti sentire ciò che io sento. Insegnarti la dolcezza e la bellezza di tutto questo.

L’inverno, sento che ride un poco di me, mi permette l’illusione che stia passando, rende man mano più remota, adesso, la possibilità di un suo ritorno. Il bianco della neve ritorna con il primo fiore. Il secondo fiore è rosa come la lingua. Svela la vita delle lingue che guizzano come pesci nelle nostre bocche meno gelate. Il terzo fiore è arancione come mandarini, il colore della cura e della carezza verso l’altro. Il quarto fiore è il fiore dell’estate, il giallo. Il colore della luce, della germinazione. Altri fiori verranno. Altri mutamenti. Il ciclo ripete se stesso in apparenza, ma ciò che ripete, in realtà, è la sua costante differenza.

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http://www.iulamarzulli.com/fotografia/nudo/

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