Dareen Tatour_scritture dal carcere

Dareen Tatour è una scrittrice palestinese di Reineh, paese vicino Nazareth. Nell’ottobre del 2015 è stata arrestata per incitamento alla violenza e legami con il terrorismo palestinese. Il suo crimine, essenzialmente, è stato manifestare attraverso scritti e immagini, il proprio dolore e la propria rabbia per la condizione in cui si trova il popolo palestinese.

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Scrittrici e scrittori e, in generale, artisti che si trovano nelle stesse condizioni di Dareen Tatour ce ne sono davvero molti, in tutto il mondo. Il caso di Ashraf Fayadh, poeta, curatore e artista, arrestato in Arabia Saudita, ne è un altro esempio. Dall’Arabia Saudita all’Iran, dalla Palestina alla Cina, dalla Turchia all’Egitto, molti artisti sono impossibilitati nell’esprimere -attraverso l’arte- il proprio dissenso e il proprio pensiero.

Attualmente Dareen Tatour si trova agli arresti domiciliari, con un braccialetto elettronico che ne segna costantemente la presenza e con l’impossibilità di scrivere e utilizzare internet. Come lei, tra il 2015 e il 2016 circa 400 scrittrici e scrittori palestinesi sono stati arrestati per aver pubblicato sui social network, frasi o immagini non in accordo con la politica di repressione e violenza dello stato israeliano.

Vorrei qui tradurre una intervista rilasciata da Dareen Tatour per un giornale on-line (http://www.salon.com/2016/08/10/dareen-tatour-palestinian-poet-imprisoned-by-israel-for-social-media-posts-shares-her-story/) e alcuni testi (tra cui quello incriminato) scritti dalla poetessa e fotografa.

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Puoi dirci cosa è accaduto dal tuo arresto e imprigionamento?
Sono ancora detenuta, in attesa della condanna, sin dal mio arresto avvenuto l’11 ottobre alle 3.30 del mattino. Hanno fatto irruzione nella mia casa chiedendo ai miei genitori di chiamarmi per portarmi via con loro. Non avevano un mandato, contro le norme basilari delle procedure di arresto.
Dopo l’interrogatorio hanno iniziato il processo e mi hanno tenuta in prigione fino alla fine del processo. Posso dire che sia l’arresto che il processo erano chiaramente una farsa, vergognosa per ogni sistema che si definisce democratico.
Inizialmente sono rimasta in prigione per tre mesi, durante i quali ho cambiato tre prigioni: Jalameh, Sharon e Damon. Dopo questi tre mesi mi hanno messo agli arresti domiciliari a Tel Aviv, lontano dalla mia casa. Sono rimasta lì per oltre sei mesi e mi era proibito comunicare tramite internet, giorno e notte. Solo dopo la protesta indetta per il mio arresto, mi hanno trasferita a Reineh, il mio paese. Non potevo uscire di casa, se non per sei ore alla settimana, con un braccialetto elettronico per monitorare i miei movimenti.

Quali sono le condizioni in progione? Puoi parlarci della tua esperienza o di quella di altri prigionieri?
Prima di tutto, ci sono migliaia di prigionieri palestinesi in attesa di sentenza nelle prigioni israeliane. Tra questi, donne e bambini -detenzione amministrativa- che sono trattenuti senza una accusa e quindi senza processo, per periodi di tempo indefiniti. Questo perché, secondo lo stato d’emergenza. la detenzione amministrativa può essere estesa senza limiti.
Io ero in prigione con alcune donne palestinesi. Ho vissuto la sofferenza dei prigionieri palestinesi in tutti gli aspetti umani. Sono stata testimone della loro sofferenza in prigione, rispetto anche alle condizioni igieniche, di salute e dei trattamenti crudeli a cui sono sottoposti.
I prigionieri, e in particolare le donne, vengono deprivate dei diritti umani basilari, come il diritto di ricevere trattamenti medici.
Le prigioni israeliane sono piene di ingiustizia, niente sarà sufficiente per descrivere le consizioni di vita dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane. Ho incontrato donne innocenti che non avevano commesso nessun crimine.
Per esempio, io sono stata arrestata per una poesia e ho incontrato una ragazza che è stata arrestata perchè aveva scritto una lettera privata a sua sorella, raccontando le proprie condizioni di vita e, dato che c’era scritta la parola “suicidio” l’hanno trattenuta in prigione per tre mesi.

Perchè Israele sta arrestando poeti e altri artisti palestinesi per ciò che scrivono sui social network?
La persecuzione politica, la detenzione e le limitazioni di libertà di espressione, secondo me, son il sintomo della crisi di Israele. Più le autorità sioniste aumentano la repressione e le loro campagne contro i palestinesi, più si sentono deboli e impotenti.
Da un lato tra i palestinesi c’è un crescente rifiuto verso le pratiche coloniali e di oppressione razzista e dall’altro, come risposta al crescente aumento di controllo e odio, una forza di opposizione anti fascista sta crescendo all’interno di Israele . Questo mette Israele nel dilemma, portando il regime verso la repressione e pratiche anti-democratiche.

E’ un atteggiamento ipocrita, quello di Israele, nel chiamarsi democrazia nel momento in cui vengono arrestate persone che criticano il sistema?
Certo. Israele non è uno stato democratico. E’ democratico solo per gli ebrei. Si tratta di una democrazia settaria o falsa, o ancora, ipocrita. Tuttavia penso che il sistema democratico israeliano stia collassando su se stesso come detto prima.

Credi che la lettera firmata da 250 scrittori ha aiutato la tua situazione?
Certo. La campagna di solidarietà portata avanti, incluso la petizione, ha aiutato moltissimo. All’inizio le condizioni della mia detenzione erano veramente dure. Sono stata confinata a Tel Aviv, senza genitori e lontana dai luoghi dove vivevo. Isolata completamente dalla mia comunità. Non potevo lasciare la casa. Era simile ad una cella d’isolamento, in esilio. E così è stato per sei mesi. Prima della campagna di solidarietà, il mio avvocato aveva richiesto il trasferimento a Reineh -il mio paese- ma era stato sempre rifutato. Dopo la comunicazione della petizione, la situazione è cambiata. Il mio ritorno a casa, a Reineh, ha alleviato le mie condizioni di detenzione.

Pensi che una continua pressione pubblica possa influenzare il verdetto finale del tuo caso?
Sì, assolutamente. (…) Credo che l’opinione pubblica possa forzare Israele a riconsiderare la persecuzione sugli artisti e sui giovani attivisti palestinesi, accusati solo per avre espressso la loro contrarietà verso il regime di oppressione.

Cosa ti dà speranza?
La speranza è la base della vita. C’è un detto che ripetevo spesso prima del mio arresto: “Noi sogniamo per continuare a vivere”. Metto in relazione i sogni con la speranza perché, senza speranza, continueremo a morire anche se siamo vivi. Rimarrebbe un corpo vuoto.
La speranza è il senso della vita, della libertà, della salvezza. Dà senso alle esperienze umane. Respiriamo la speranza per vivere vite più ricche di senso.

Cosa possono fare gli attivisti americani e quelli di tutte le altre parti del mondo per te e per i diritti degli altri palestinesi?
Il governo degli Stati Uniti d’America è il più grande sostenitore di Israele. Gli attivisti americani possono fare pressione per sottolineare temi come la libertà di espressione o le molestie subite da coloro che si oppongono alle autorità israeliane.
I palestinesi in Israele devono far fronte a campagne razziste, a livello popolare e ufficiale. Attacchi contro i palestinesi semplicemente perché parlano arabo in spazi pubblici. Questi sono sviluppi pericolosi. Rispetto a questo credo che gli attivisti per i diritti umani debbano gridare questi crimini prima che sia troppo tardi.

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Di seguito riporto la poesia incriminata, di Tatour tradotta in inglese dal poeta Tariq al Haydar. Traduzione mia dall’inglese (http://www.penclub.it/c/137503/18235/-una-poetessa-dietro-le-sbarre–di-dareen-tatour.html)

Resisti, mio popolo, resisti
Resisti, mio popolo, resisti
A Gerusalemme, mi son vestita di ferite
Ho respirato la mia sofferenza
Ed ho portato la mia anima nel palmo
Per una Palestina araba.
Non soccomberò alla “soluzione pacifica”
Mai basse le mie bandiere
Finché non saranno lontani dalla mia terra,
Piegati, per un tempo a venire.
Resisti, mio popolo, resisti
Resisti al furto degli insediamenti
E segui la carovana dei martiri.
Straccia questa costituzione vergognosa
Che impone degrado e umiliazione
E ci impedisce di riportare la giustizia.
Hanno bruciato bambini senza colpa;
Così per Hadil*, colpita in pubblico
Uccisa in piena luce.
Resisti, mio popolo, resisti loro
Resisti all’attacco colonialista.
Non badare ai loro seguaci tra noi
Che ci incatenano con l’illusione della pace.
Non temere le lingue dubbiose;
La verità nel tuo cuore è forte,
Fintanto tu resisti in una terra
Che ha vissuto tra sconfitte e vittorie.
Eccolo Ali, chiama dalla fossa:
Resisti, mio popolo ribelle.
Scrivimi, come parole su legno di agar;
Ciò che di me rimane ti avrà come risposta.
Resisti, mio popolo, resisti
Resisti, mio popolo, resisti

* Hadil Hashla¬moun è una ragazza palestinese uccisa il 22 settembre 2015 ad un check point israeliano presso Hebron. (http://nena-news.it/ragazza-di-hebron-uccisa-non-regge-la-tesi-della-legittima-difesa/)

Una poetessa dietro le sbarre
Traduzione dall’arabo all’inglese di Tariq al Haydar. Traduzione mia in italiano.

In prigione, ho conosciuto persone,
Talmente tante da non poterle contare:
Assassini, criminali,
Ladri e bugiardi,
Onesti e miscredenti,
Smarriti e confusi,
Miserabili e affamati.
Poi, gli ammalati della mia terra,
Nati dal dolore,
Ribelli all’ingiustizia
Fino a divenire bambini dall’innocenza violata.
L’ossessione del mondo li ha lasciati storditi.
Sono cresciuti più vecchi.
No, la loro tristezza è cresciuta,
cresciuta per la repressione,
come rose nella terra salata.
Loro hanno abbracciato l’amore senza paura,
e sono stati condannati per aver detto
“Noi amiamo la nostra terra senza fine”
ignorando le proprie colpe…
Così l’amore li ha liberati.
Guarda, la prigione è per gli amanti.
Ho chiesto alla mia anima
Nei momenti di dubbio e distrazione:
“Qual è il tuo crimine?”
Il suo significato mi sfugge ora.
Ho detto cose e rivelato pensieri;
Ho scritto dell’ingiustizia presente
Auguri in inchiostro,
Un poema, ho scritto…
La colpa ha rivestito il mio corpo
Dalle mie dita alla mia testa,
Perché sono una poetessa in prigione,
Una poetessa nella terra dell’arte.
Mi accusano per le parole,
La mia penna è lo strumento.

Inchiostro -sangue del mio cuore-
Porti testimonianza e leggi le accuse.
Ascolta, mio destino, mia vita
Cosa il giudice ha detto:
Una poesia è stata accusata,
La mia poesia è stata mutata in crimine.
Nella terra della libertà
il destino dell’artista è la prigione.

(scritta il 2 Novembre del 2015, nella prigione di Jelemh, il giorno in cui Dareen Tatour ha ricevuto l’atto di accusa)

Note e articoli utili:

Le scrittrici, gli scrittori, gli artisti e attivisti in carcere, in tante parti del mondo, sono tantissimi. La parola è vista dai regimi come potente arma capace di intaccare il potere e il controllo dello stato sulle libere coscienze. E’ utile continuare a scrivere e parlare di questi autori e autrici che rischiano costantemente l’oblio, all’interno delle carceri. Di seguito alcune suggestioni utili

-Libro di Muhammad Dibo sull’esperienza delle carceri siriane: “E se fossi morto?”, Il Sirente Edizioni. Traduzione Federica Pistono.
-La logica micidiale e perversa degli insediamenti israeliani: http://nena-news.it/israele-dopo-scontri-ad-umm-al-hiran-nuovo-sciopero-del-settore-arabo/
-La detenzione di Liu Xiaobo, attivista e scrittore cinese (http://www.huffingtonpost.it/2014/10/22/liu-xiaobo-nobel-per-la-pace-2010-prigioniero_n_6026530.html) e poesie di sua moglie Liu Xia (https://www.poetryfoundation.org/poetrymagazine/poems/detail/57517)

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