26 novembre 2016 Non una di meno

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“Non una di meno” foto di Silvia Rodeschini

E’ difficile dire due parole su quello che è accaduto ieri, 26 novembre 2016, a Roma. E’ difficile perché si tratta di un qualcosa che tocca profondamente la vita di ciascuna/o/* di noi. E’ difficile perché è una materia molto complessa, perché non riguarda solo il singolo giorno del 26, perché è facile cadere nella retorica e lasciarsi trasportare dall’entusiasmo.

Ma voglio contraddirmi e lasciarmi trasportare dall’entusiasmo, magari, senza cadere nella retorica.

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“Non una di meno” foto di Marianna Fumai

Ieri in piazza, per manifestare contro la violenza sulle donne, c’era tanta e tanta gente, donne, uomini, bambini, di ogni generazione e di nazionalità diverse. Si manifestava non solo contro la violenza sulle donne ma anche contro la violenza perpetrata verso coloro che la società normata spinge al margine, per questioni di genere, di sesso, per questioni legate a condizioni economiche e sociali. Perché la violenza è una violenza di sistema. E come riprendeva uno dei tanti slogan della manifestazione, la questione del femminicidio: “non è un caso isolato si chiama patriarcato”.

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“Non una di meno” foto di Marianna Fumai

Questa è una materia delicata perché, personalmente, la vivo con i miei compagni, maschi, tra i quali molti pensano che la parità sia stata raggiunta o che manifestare contro la violenza sulle donne sia “esagerato”. Che oggi non sia più un problema o che, semplicemente, non esiste. E tanto avrei voluto che ci fossero stati anche loro, sarebbe stato un segno importante. Perché cambiare il sistema è un fine che dovrebbe appartenere a tutti…tranne, ovviamente, a coloro i quali vogliono che il sistema sia questo marcio e corrotto organismo in cui viviamo.

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“Non una di meno” foto di Marianna Fumai

Durante la manifestazione una donna si è avvicinata e mi ha chiesto: “cosa significa femminismo per te?”. Tra le grida gioiose e la musica sentivo a malapena ma ho risposto, con banalità forse, che per me significa, portare un cambiamento nella società. Dalla base. Ma queste parole significano tanto. Significa cambiare le teste, far affiorare nuovi punti di vista, scardinare mutismi e automatismi, stereotipi e consuetudini. Non solo fra gli uomini ma anche fra le donne. Significa che la madre è importante ma che non è solo madre ma anche una donna con la sua indipendenza, la sua autonomia. Significa rendere i propri figli consapevoli di un luogo dove donne e uomini si amano con rispetto senza considerare come oggetti posseduti, i loro partner. Significa collaborare e non far valere la propria forza come un metro di supremazia sull’altro. Significa dialogare.

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“Non una di meno” foto di Carmen Pisanello

Saremmo dovute scendere tutte in piazza, tutte. Duecentomila non mi basta. E manifestare non è inutile, anche solo per la gioia che abbiamo sentito in una manifestazione come quella di ieri, stando fianco a fianco con chi ti sorride per il semplice fatto che sei un essere umano. La gioia che non ha spazio nei telegiornali e nei media, perché fa paura, perché vedere qualcuno che è capace di sorridere e non solo di inveire crea imbarazzo e la guerra ha forse più sex appeal di un gruppo di esseri umani abbracciati. Perché spazi dove donne e uomini si parlano e condividono esperienze non sono solo per chi ha “problemi” ma sarebbero utili, umanamente, a tutti.

Era un grande spazio ieri, condiviso. Ed io ringrazio le mie compagne del laboratorio permanente di autocoscienza trans femminista di esserci.

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“Non una di meno” foto di Carmen Pisanello

 

Ringrazio mia madre di aiutare me e mia sorella nell’esserci, ringrazio mia nipote di dieci anni che correva e ballava con me, con noi. Perché la consapevolezza nasce anche dai piccoli gesti, come il permettere a chi ci è vicino di avere spazio, luogo e non sottrargli campo.

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E’ ancora lungo il percorso da fare, sia personalmente, che assieme. Divisi ognuno nelle proprie fazioni di appartenenza dovremmo ricominciare costruire ponti tra i vari interessi in gioco. E questo ha a che fare con la relazione con il piccolo, con il quotidiano, iniziando a capire come e cosa si muove tra i muri delle proprie case, delle proprie stanze, dei luoghi che giornalmente attraversiamo.

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“Non una di meno” foto di Carmen Pisanello

E dunque, sarebbe forse il caso di concederci questi momenti di collettività fatti di voci plurime assieme, in piazza, più di una volta l’anno. “Non una di meno” muoveva da una protesta, dalla rabbia, dall’orrore che la violenza quotidiana sulle donne muove nei nostri corpi ed è stata capace di far riaffiorare un sentimento di gioia condivisa, perchè è un grande dono sapere che, nonostante tutto, si possono creare luoghi di ascolto e di condivisione dove dimorano piccole gioie.

Ricordo che “Non una di meno” continua anche oggi con diversi tavoli di discussione (https://nonunadimeno.wordpress.com/portfolio/27nov/) e chiudo con un piccolo episodio accaduto al rientro nei pullman. Un poliziotto ha voluto fermare i nostri compagni della clown army perchè si è sentito preso in giro. Se dovessimo arrestare o fermare qualsiasi persona che fa satira o ironia, nelle televisioni o sui giornali, o attraverso l’arte saremmo esseri umani privi di senso dell’umorismo. Essere parte delle forze dell’ordine significa anche questo? Non si tratta solo di una categoria, perchè è un discorso che potremmo fare anche a noi stessi. Non abbiate timore, a volte, nel farvi prendere un pò per il culo…

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“Non una di meno” foto di Rosalba Trivisani
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“Non una di meno” foto di Carmen Pisanello

*chi vuole contribuire mandando foto della manifestazione, è benvenut*

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