Lettera aperta agli esseri umani, in occasione del 26 novembre, manifestazione nazionale “Non una di meno”, Roma

Siamo piccole cose su questa terra ma capaci di tanto, nel bene e nel male, se vogliamo seguire questa distinzione binaria forse un po’ stantia.
Eppure sì, siamo capaci di orrendi atti di distruzione e di violenza reciproca e, allo stesso tempo, siamo forieri di azioni e gesti umanissimi, belli, di condivisione e di vita.

Tutto ciò che si sta muovendo attorno al 26 novembre, e attorno alla questione “violenza contro le donne” mi spinge a fare alcune considerazioni, forse, anche solo nel desiderio di condividere punti di vista e necessità.

E’ la prima volta che partecipo ad una manifestazione di piazza con consapevolezza e desiderio di tutta me stessa di prendervi parte. Per tanti motivi che interagiscono anche con il fatto evidente che il mio sesso ha la forma bellissima e umanissima di una vulva. Anche ma non -solo-.

Tengo a sottolineare “non solo” perché troppo spesso si delega la questione suddetta ad una parzialità degli esseri umani ed invece è una questione che riguarda tutti. E bisogna avere tempo di conoscere, dedizione nell’ascoltare, mezzi per comprendere e non porre un muro che dica, a priori, no.

Non è qui il luogo né il momento per attraversare la storia del femminismo e degli atti che sono stati fatti per dire una cosa semplice: la donna è uguale all’uomo, uguale nei diritti e nell’essere cittadina di questa società globale.

Perché, se ci penso e ripenso, si è fatto della differenza -utilizzata in chiave di esclusione,  marginalizzazione e sfruttamento- un sistema politico, sociale ed economico. Differenza che ha unito nella lotta per i diritti tutte quelle marginalità che ancora oggi chiedono voce e che stanno tutt’ora promuovendo un diverso valore della parola “differenza”, carpendo in essa un valore positivo e non negativo.

Per chi mi dice che il femminismo è obsoleto o “vecchio”, io rispondo che sì, è obsoleto nel momento in cui non lo si conosce per quello che rappresenta ancora oggi, è obsoleto nel momento in cui non lo si contestualizza al mondo in cui si vive. Dico, sì, è obsoleto se lo si considera sotto la montagna di stereotipi con cui viene disegnato.

E quindi, dico no, non è obsoleto, nel momento in cui esso viene considerato come azione inclusiva e non esclusiva delle donne, come motore per mettere in discussione valori e funzionamenti delle nostre società “civili”, come discorso con il quale costruire una società diversa, più umana, non dominata dal settarismo e dal conflitto.

Ma il discorso è lungo, molteplice, ecco perché è importante condividerlo non solo fra donne ma fra esseri umani tutti. Ed è importante ascoltare e affidarsi a chi può offrire la propria competenza in materia, senza porre, ripeto, un muro a priori.

Il rischio è grande, perché sono tanti i punti di vista e tanti gli scivolamenti verso la chiusura. Ma è un rischio che dobbiamo correre…perché…semplicemente, ne va della vita.

Durante l’incontro dell’8 ottobre, organizzato dalla rete IoDecido, D.i.Re- Donne in rete contro la violenza- e Udi –Unione Donne in Italia-, nell’aula della Facoltà di Psicologia della Sapienza di Roma, sono emerse alcune considerazioni che condivido a pieno.

Tra queste, voglio soffermarmi sulla questione mediatica e sull’uso delle parole. Qui uno stralcio della comunicazione post 8 ottobre pubblicata nel blog “Non una di meno” (https://nonunadimeno.wordpress.com/2016/10/27/non-una-di-meno/)

– Vittoria Tola, una delle due responsabili nazionali dell’Udi ha subito sottolineato l’importanza di ridare nuovo significato e contenuto al 25 novembre (Giornata internazionale contro la violenza sulle donne) superando la ritualità che lo contraddistingue e di farlo a partire dai fatti concreti per fermare la violenza: la prevenzione, i diritti sociali ed economici, il lavoro. E’ questo il punto. Dalle analisi fatte in assemblea si è definita “una lettura sfaccettata della violenza: non come fatto privato, che avviene unicamente tra le mura domestiche, ma come fenomeno continuamente generato e riaffermato anche dalle politiche istituzionali – educative, sociali ed economiche – e dalle narrazioni tossiche prodotte dai media. La violenza sulle donne, quindi, non può più essere trattata in termini emergenziali e securitari, laddove si tratta di un problema complesso, stratificato e, quindi, strutturale.
Con forza anche le donne dei centri antiviolenza, nati dal movimento femminista, hanno sottolineato in molti interventi come la violenza maschile sulle donne sia un fatto sistemico, che può essere affrontato solo con un cambiamento culturale radicale che contrasti anche il tentativo di istituzionalizzazione degli stessi centri antiviolenza, trasformandoli in luoghi di accoglienza neutri delle donne, riaffermando piuttosto il loro ruolo politico di agenti di cambiamento”.-

Sono parole per me significative: “le narrazioni tossiche prodotte dai media” e “cambiamento culturale radicale”. Sì, sono parole importanti perché le immagini, le parole con cui ci bombardano quotidianamente (e che noi, più o meno consapevolmente riproduciamo) sono capaci di creare e generare un ciclo senza fine di violenza, ripetuta ed emulata.

La donna vittima, il sangue, gli squarci, le botte…creano stereotipi e non aiutano, in nulla, la presenza in chiave plurale e matura, di quello che è la donna all’interno delle società. Non si tratta di stabilire chi sia il più/la più forte, non si tratta di stabilire chi sia il più o la più dotata. Si tratta di ri-creare forme di convivenza tra esseri umani. E per fare questo c’è tanto da fare ancora.

Il gusto del sangue e della dissezione sono entrati così radicalmente nella nostra società, che bisogna fare uno sforzo enorme per non cadere nella trappola mediatica e nella proliferazione di parole che creano mondi distorti e violenti.

Questo non significa iniziare ad usare termini e immagini fiorite o solari ma significa utilizzare con consapevolezza parole, linguaggi, figure, immagini, azioni. Perché le parole creano mondi e se queste rimandano visioni di violenza e vittimismo senza metterle in discussione o senza una reale elaborazione che metta in moto menti e discorsi, allora, queste parole, non fanno altro che confermare e appoggiare un sistema marcio.

E dunque c’è tanto da fare, mettendosi in discussione, ripensandoci, senza dare nulla per scontato, assieme a compagne e compagni sparsi nel mondo. Mondo, della cui esistenza, noi tutti siamo i soli responsabili.

*In questa pagina potete trovare il report dell’assemblea dell’8 ottobre: https://nonunadimeno.wordpress.com/2016/10/23/report-dellassemblea-nazionale-non-una-di-meno-roma-8-ottobre-2016/

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...