Nabilah al-Zubair, una scrittrice dello Yemen_I parte

“Ella vide sulle palpebre,
quel mattino,
due ciglia bianche…
e decise di tingere la mattinata
di un desiderio ancor più bianco”
Cancellazione di Nabilah al Zubair

“Questa donna piange…
questa donna raccoglie legna…
questa donna cammina…
Nessuno sa
che facesse questa donna
prima di divenire un albero…”
Oblio di N. al Zubair

(le poesie sono tratte dall’articolo dedicato alla cultura yemenita  curato da Mario Boffo per Wuz http://www.wuz.it/appunti-scuola/1279/Scrittori-Yemen-Mario-Boffo.html)

Intro

Sono molto contenta nel presentare, un passo alla volta, la traduzione di una parte di tesi sulla letteratura femminile yemenita. La curiosità rispetto a questo popolo è nata dalle immagini girate da Pier Paolo Pasolini su Sana’a viste molti anni addietro ma, soprattutto, dalla conoscenza di una donna yemenita molto speciale che vive in Italia da diversi anni e che abita a Bari.

La tesi in questione si chiama “Il genere e la scrittura nella letteratura femminile yemenita” (Gender and the writing of Yemeni women writers, https://pure.uvt.nl/ws/files/704805/0912BW_FSW__Al-Mutawakel.pdf) scritta da Antelak Mohammed Abdulmalek Al-Mutawakel presso la Tilbury University in Olanda. La tesi è stata pubblicata nel 2005 e scritta nel 2004 e anche se non sarà mai esaustiva rispetto alla ricchezza della letteratura che indaga, è ben scritta, lasciando trasparire quanto, il tema in questione, sia importante per la ricercatrice, anch’essa yemenita.

Come si evince dal titolo, la tesi affronta la scrittura femminile yemenita considerando alcune questioni spinose attorno al “genere”, ponendo al centro l’esperienza come donne delle scrittrici in Yemen. Mi soffermo sul capitolo sei che raccoglie la testimonianza di una scrittrice molto conosciuta: Nabilah al-Zubair.

Ringrazio Antelak Mohammed Abdulmalek Al-Mutawakel, Nabilah al-Zubair e tutti coloro che vogliono contribuire alla conoscenza della poesia e delle culture che ci abitano.

nabila-al-zubair
Nabilah al-Zubair

“La storia di una scrittrice: Nabilah al-Zubair” tratto da “Il genere e la scrittura nella letteratura femminile yemenita” di Antelak Mohammed Abdulmalek Al-Mutawakel

(Piccola premessa al capitolo di Antelak Mohammed Abdulmalek Al-Mutawakel)

Il capitolo presenta la vita di Nabilah al-Zubair, scrittrice dello Yemen, che ho intervistato in maniera approfondita durante la mia ricerca. All’epoca dell’intervista la scrittrice aveva quarant’anni. Le teorie femministe hanno dato particolare rilievo alle narrazioni personali delle donne come “documento essenziale e primario per la ricerca femminista…narrazioni che permettono di comprendere l’impatto dei ruoli di genere sulla vita delle donne e di investigare i diversi aspetti a cui, le relazioni di genere, danno luogo nella comunità”₁

Ci sono due approcci principali alle narrazioni personali: uno che mira alla comprensione del sistema del genere dal punto di vista “emeneutico”, “filosofico” e “micro-economico”; l’altro invece si incentra sul contesto nel quale le azioni sociali possono essere raffigurate. Entrambi gli approcci permettono di capire le dinamiche di genere.

In questo capitolo, raccontando la storia di Nabilah al-Zubair, cerco di dare una valutazione delle analisi e dei risultati della ricerca sul campo mostrata nel capitolo precedente. Attraverso la storia di Nabilah al-Zubair, possiamo comprendere alcuni nodi, rispetto alle questioni di genere, sollevati da alcune scrittrici, all’interno del contesto sociale o riferibili al proprio contesto di letterate. Ho deciso di presentare la storia di Nabilah al-Zubair perché lei può essere considerata la pioniera della poesia femminile yemenita contemporanea. Difatti la scrittrice inizia le pubblicazioni nel 1980 per continuare fino ad oggi, pubblicando cinque raccolte di poesie, un romanzo e una raccolta di racconti.

Oltre ai miei primi incontri con la scrittrice, sono riuscita ad ottenere alcune interviste nel 2003 per maggiori dettagli sulla sua vita. Lei mi ha gentilmente dato il permesso di scrivere della sua vita nella mia tesi.
Nabilah al-Zubair è nata in una tipica famiglia tradizionale yemenita, che si è spostata da una zona rurale ad una cittadina, la capitale dello Yemen, Sana’a. Come donna, Nabilah al-Zubair è cresciuta come tipica ragazza dello Yemen tradizionale ma rifiutando e sfidando le tradizioni e le norme sociali della propria cultura.

₁ in ‘Personal Narrative Group (eds.) Interpreting Women’s Lives: Feminist Theory and Personal Narratives’, Bloomington: Indiana University Press, 1989.

Amani Yahya, giovane rapper yemenita che canta per i diritti delle donne in Yemen

Nabilah al-Zubair, bambina e giovane moglie
(Questa parte della tesi riporta le parole di Nabilah al-Zubair)

Se siete alla ricerca del numero zero [il primo e autentico inizio] nella mia vita, non lo troverete; non so quando sono nata perché non è stata documentata la mia data di nascita e non so esattamente quando ho iniziato a scrivere poesie e quale poesia è venuta prima. Io sono la sesta tra le ragazze della mia famiglia, tre delle quali sono morte, facendomi diventare la terza. Un bambino è nato dopo di me, l’ultimo figlio, ma è morto lasciandomi l’ultima. Mi sono ritrovata a vivere in una casa molto grande, una sorta di castello ad al-Hejra, mia città natale in Haraz.

Lì vivevano quattro donne: mia madre, le mie due sorelle ed io. Mia madre e le mie due sorelle erano molto solidali tra loro, perché mio padre era quasi sempre fuori lavorando all’estero per sostenere la famiglia. D’altronde, le tre donne (mia madre e le mie due sorelle, lavoravano anch’esse per mantenere la famiglia: cucivano cinture per gli janbias (coltello tradizionale che gli uomini yemeniti portano alla cinta come parte del costume tradizionale) e quando mio padre tornava, egli andava a vendere ciò che loro avevano prodotto. La vita di mia madre e delle mie sorelle era buona: hanno condiviso l’intimità attraverso la vita casalinga e un lavoro retribuito.

Nella nostra cultura, quando una ragazza raggiunge i dodici anni, diventa donna agli occhi della società. Un divario di cinque decisivi anni separava me e le mie due sorelle più grandi; loro erano considerate donne e io una ragazzina. Loro lavoravano e io giocavo e non appena entravo nella stanza nella quale c’erano le mie sorelle, loro smettevano di parlare. Loro erano donne a tutti gli effetti, io una bambina. Non mi permettevano di lavorare o di partecipare all’economia familiare. In breve, ero sola, ma era una solitudine piacevole. Avevo un sacco di domande a cui nessuno rispondeva perché non avevo il diritto di porle. Le mie domande sembravano senza senso e bizzarre: su Dio, sulla vita o sul Corano.

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Opera fotografica di Asiya al Sharabi

Ora non ricordo con precisione le domande ma ricordo che tutti, attorno a me, erano riservati e per questo non mi rivolgevo a loro. Anche quando ero fuori casa mi dicevano: “Non giocare con quel ragazzo” o “Non giocare in quel posto”. Le redini della mia vita familiare erano tenute dalle mie sorelle, ognuna di loro aveva una serie di regole che dovevo rispettare.

La cosa che ricordo di più della mia infanzia è la solitudine. Ricordo la mia vita con le rocce; cercavo un posto per essere me stessa ad al-Hejra e questo posto era un posto roccioso; anche le case erano costruite nella roccia. Al-Hejra è un luogo chiuso; la città si chiude attorno alle persone che vi abitano; chiusa in tutte le connotazioni possibili: nelle relazioni, nei problemi e i suoi ponti sono simili a quelli delle grandi fortezze che si chiudono ogni giorno al tramonto. Se qualcuno viene da Sana’a dopo il tramonto, deve aspettare affinché la guardia apra i cancelli al mattino. Non c’erano molte persone ad Al-Hejra, ma il villaggio era come una grande prigione. A nessuno era permesso di andare fuori dopo il tramonto. Inoltre il villaggio era circondato da alte montagne che non permettevano vie d’uscita.

Se volevi vedere un altro luogo dovevi andare al villaggio vicino. Per esempio al-Ba’a, un villaggio ai piedi delle montagne considerato differente. Questo è tutto ciò che ricordo della mia infanzia. Non credo di avere avuto una bella infanzia; ho questa sensazione. I colori delle rocce rimangono nella mia memoria, e ricordo chiaramente il Kuttab (una piccola classe dove si insegnava ai bambini il Corano). Ho imparato a leggere e a scrivere lì, oltre a recitare il Corano.

Avevo meno di sei anni quando lasciammo il villaggio per andare a Sana’a. Vivevamo in via 26 Settembre, nel quartiere di Al-Jahdary. Mio padre mi teneva rinchiusa in modo da non farmi giocare per strada e così mi insegnava il Corano ogni pomeriggio nel suo negozio. Quindi il secondo Kuttab fu per me il negozio di mio padre. Leggevo il Corano dal mattino fino al tramonto, solo allora potevo tornare a casa. Quando recitavo il Corano davanti a mio padre, lui diceva solo “mm” quando sentiva un errore e quando io sentivo quel suono sapevo di aver sbagliato. Era molto severo e nervoso, come tutte le persone che masticano il qat (il qat o khat è una pianta che ha effetti simili a quelli prodotti dalle anfetamine); solo sentire la sua voce poteva uccidermi. Quindi non ho imparato il significato del Corano ma recitavo tutto a memoria. Lo recitavo senza errori e questo è stato il mio primo esercizio di linguaggio. Non sono sicura se all’epoca amassi o no studiare ma sicuramente non odiavo farlo.

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Opera fotografica di Asiya al Sharabi

Dopo ho iniziato ad andare a scuola. Ovviamente ero brava nei miei studi dopo tutta quella pratica sul Corano e leggevo molto bene. Anche le mie sorelle frequentavano la scuola ma io ero più brava e loro erano gelose di me. La mia scuola ha avuto molti nomi nel tempo: Al-Thawra, al Waleed e l’ultimo nome fu Scuola Kuwait in via Al `Adl. Era una nuova scuola, quindi facevo parte della prima classe in assoluto che vi accedeva. Nel passare alla quarta classe la scuola si chiamò, infine, Al-Thawra.

Quando ho terminato la sesta classe, mio padre mi ordinò di lasciare gli studi e rimanere a casa. Così ho iniziato a combattere una battaglia con lui. Lui era convinto che ogni ragazza doveva imparare il Corano e stare a casa. Le mie sorelle mi sostenevano e ho così iniziato a parlare un linguaggio più forbito, ragionando. Inoltre avevo un modo inusuale di convincere le persone. Ho detto a mio padre che era un mio diritto studiare, specie se questo non comportava danni per nessuno. Ho chiesto a mio padre cosa avrei dovuto fare a casa. Dovevo aspettare un marito? E se non fosse venuto? Le mie due sorelle all’epoca si erano già sposate, quindi mio padre decise di farmi proseguire gli studi fino al matrimonio. Avevo quattordici anni. Quando mi sono iscritta a scuola avevo due anni in più rispetto al resto della classe. Avevo un pretendente ma era deforme, zoppo e malato. Durante tutto il periodo di studio mio padre minacciava di farmi sposare con questo ragazzo.

Il secondo periodo della mia vita fu l’adolescenza. Il silenzio che c’era in me cominciò a venir fuori attraverso parole che non sapevo come usare. Ero al quarto o quinto livello quando in classe venne un ragazzo, dato che la mia era una scuola mista. Avevamo un piacevole senso di competizione e studiavamo assieme. Eravamo difatti anche vicini di casa. Studiavamo assieme sia a casa mia che a casa sua. A mio padre non interessava perché le relazioni a quel tempo erano più semplici rispetto ad oggi. Oggi la domanda sarebbe stata: “Perché lei dovrebbe?”. Specialmente se il ragazzo ha diversi fratelli. O la gente potrebbe dire oggi: “Guarda quella ragazza che si mischia ai ragazzi”. Io e il mio amico di classe decidemmo di scrivere una lunga storia. Scrivevamo e scrivevamo, costruendo assieme i personaggi. Il risultato fu un mucchio di carte inutili. Avevamo interessi differenti.

Entrambi eravamo ossessionati dai cambiamenti politici e sociali ma ci preoccupavamo di figure diverse: io ero ossessionata da al-Hamdi, il nuovo presidente dello Yemen e lui da Yasser Arafat, il leader della Palestina.

Iniziò il nostro esame finale e ci occupammo di quello, così la nostra relazione di amicizia finì. Inoltre io ero ormai una “donna”. Andammo a scuole differenti. Io andai alla Arwa School e lui alla Abdul Nasser School.

Dopo la scuola primaria trovai un lavoro. Mio padre accettò perché, lui diceva, sapevo come convincerlo. Acconsentì affinché lavorassi fino al prossimo pretendente. Avevo sedici anni quando trovai lavoro e un mio amico mi aiutò ad ottenere una Carta d’Identità in cui la mia età era indicata con due anni in più. Lavorando entravo in un nuovo mondo.

Un pretendente arrivò ed io mi preparavo al settimo livello di scuola. Tre anni prima che arrivasse questo pretendente, mio padre aveva divorziato da mia madre e stava pensando di risposarsi. Lui non voleva nessuno a casa. Mia madre era da mia sorella a Sana’a. Rimase lì finché non si risposò di nuovo. Quando tutto questo accadde io sentì il mondo crollarmi addosso, perché i miei genitori rappresentavano un esempio di matrimonio felice, non solo per me ma anche per chi ci conosceva.

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Opera fotografica di Asiya al Sharabi

Il mio pretendente d’altronde mi aveva già chiesto in sposa gli anni precedenti. A quel tempo mio padre disse no perché quest’uomo era già sposato con figli. Ma dopo il divorzio di mio padre e dopo esser passati tre anni, le cose cambiarono. Mio padre voleva sposarmi così da potersi risposare senza avere nessun altro in casa. Inoltre mi convinsero che il mio pretendente mi avrebbe fatto continuare gli studi e mantenere il mio lavoro. Mia madre mi convinse dicendo di venire a stare da me ma lei stessa si risposò e andò a vivere dal nuovo marito.

Il mio matrimonio non durò che cinque mesi perché tutte le condizioni per cui fu stipulato il matrimonio non furono rispettate. Io volli continuare gli studi ma mio marito rifiutò. Mi trattava come una donna adulta e non come una quindicenne. Non aveva molti difetti ma nel mio immaginario di adolescente non era come io volevo.

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Opera fotografica di Asiya al Sharabi

Lo rifiutavo totalmente. In realtà aveva dei bei modi che avrebbero potuto lenire i piccoli difetti. Avrebbe potuto lasciarmi continuare gli studi finché non mi fossi stancata. Sembra, a volte, che ci sia veramente un Destino. Mi trattava con fare avventato anche in amore, come fossi una donna matura ma io non lo capivo. Il suo comportamento era inintelligibile. Quando ho lasciato la sua casa non ero arrabbiata, avevamo litigato su questioni stupide. Ho pianto molto e camminato prima di tornare a casa dalla mia famiglia. E lui non è tornato a prendermi.

Dopo due giorni risposò la sua prima moglie, ma dopo poco la mandò a chiamarmi per tornare da lui. Lei mi disse che lui era pronto a darmi le condizioni richieste per studiare e lavorare. Lui intanto cominciò a venire sotto casa mia, rimanendo in macchina la notte per tre mesi. Io insistevo per il divorzio perché avevo molti sogni e desideri. Non volevo tornare e avere figli e passare la mia vita in quel modo. Sebbene la mia famiglia non mi credesse inizialmente, mio padre si convinse che mio marito aveva dei comportamenti strani. Inoltre pensava che mio marito volesse vendicarsi di me. Infatti, il mio ex-marito era un artista e non era disciplinato come gli altri uomini. Era gentile, disponibile, passionale, caotico e frivolo. Aveva bisogno di una donna matura che potesse capire il suo temperamento, capace di trattarlo come con un bambino.

Non aveva bisogno di me perché io stessa ero una bambina.

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