Vivian Lamarque_della madre e della poesia

“Pin Penin
valentin
o mio ben,
te serco inte’l fogo inte’l giasso
te serco e no ghe riesso
te serco e no ghe la fasso”
Andrea Zanzotto

La parola sedimenta. Essa si posa nell’arco quieto della lettura. Una lettura intima tra sguardo e pagina, una lettura che sfoglia mondi. E allora particola, postino, pino mugo, albero, cicatrici, quieta, addio, fiorita, bambina, carezze, madre…una parola dopo l’altra le parole fluttuano in quel letto liquido che informa il nostro essere vite.

pin-penin

Vivian Lamarque con “Madre d’inverno” mi disarma. Dopo l’onda tumultuosa di Amelia Rosselli, approdo alla raccolta di Lamarque con il cuore a pezzi ma come calato in un’acqua tipeda. Leggere i testi di “Madre d’inverno” mi disintegra ma ogni frammento rimane come sospeso in una deflagrazione morbida che parlando di assenze e addii parla alle mie assenze e ai miei addii, a quelli di ciascun lettore che si concede il tempo -la vita- di leggere.

Noi, quasi disabituati ad ascoltare, aspettare, stare fermi, dobbiamo assolutamente fare, scrivere e rendere visibile, fotografare, filmare, dire, dire, dire e aggredire, la vita che ci è attorno.

Lamarque, col suo chiamare la morte per nome, attraverso i nomi di coloro che furono cari al cuore, ci invita all’ascolto, attraverso il suo segno intimo e delicato ma profondo.

“Madre di inverno” inizia con una dedica, intessendo un filo rosso e forte, che non ha fine. La figlia, la scrittrice, la madre e la madre altra, con in mezzo tutte le vite degli altri. Vivian Lamarque è capace come non mi capitava da tempo, -dalla lettura de “La storia infinita” di Ende-, di farmi fare dimora tra le parole.

neve-fellini

E questa madre d’inverno perduta ci accoglie nella bellezza effimera della neve che come una trama leggera è onnipresente in tutto il libro. E le poesie di Lamarque, hanno la stessa qualità della neve. Esse sembrano leggere, semplici, fresche, racchiuse in una forma piccola e perfetta. Una ad una scendono lente lungo il tempo della lettura e oltre, e non fai in tempo ad accorgertene che la neve ha già ricoperto il terreno. La neve ha fatto la sua coltre di bianco e silenzio.

Ritratto con neve

Era ora, così si fa:
d’inverno si nevica!
Che fuori si nevichi dunque
che dentro si guardi nevicare.
Neve leggera ti sfiora
cade due volte, cade anche
la neve che fu.
Tu, protetta dal vetro
del tuo giardino d’inverno
-di morta in inverno-
esamini seria il merletto nevoso
e da vicino (come da miopi, ma tu
non lo eri, che per vederci meglio
togliamo gli occhiali) da vicino
esamini per bene il suo ricamo punto
per punto, esame superato pare,
nessun punto di neve sbagliato,
niente da disfare.

“Madre d’inverno” è un libro che rievoca la madre. Per la madre, che significa per, attraverso e con. Non a caso Caproni è presente con la giovane Annina che scende le scale. E tra le poesie di “Madre d’inverno” ne troviamo una scritta in milanese, testo già pubblicato in “La gentilèssa” del 2009 ma la cui inclusione mi pare quanto mai in accordo con tutta la raccolta ultima. Un suono, il milanese della madre adottiva, che aggiunge un’altra sfumatura a questa madre tanto invocata, con immagini che appartengono quasi ad una filastrocca o ad una fiaba.

Gajna malada

Da quel dì là
n’è capità ‘n quaicoss
me interèssa pù nient
l’è minga giust se fa no inscì
ma me interèssa pù nient e alura

alura me mètti in d’un cantun
come’na gajna i alter gajnn
vedi tuscoss ma m’interèssa nient
l’aqua fresca de bev
i granitt giald de mangià
nient, col crapin sotta l’ala che bèl scur
che bèl caldin ch’el fa
par de vèss un poresin denter la mama
che bel sentì i rumur luntan luntan
col crapin sotta l’ala che bel caldin
che bel caldin ch’el fa.

Suono che addensa e impasta questo biancore di neve che accomuna i ricordi e le vite. Neve la cui stessa esistenza pare reggersi su di un filo fragilissimo.

Sciare

Una sciava al Tonale, l’altra a Pragelato
neve cadeva su una madre e neve anche
sull’altra, poi come neve al sole svanita
una madre e come neve al sole l’altra
mi era rimasta solo lei, la neve, ma
si è surriscaldato il pianeta e proprio
come fanno le madri, sei svanita
anche tu, non ti si vede quasi più.

Tutte le poesie di Vivian Lamarque sembrano librarsi leggere nell’aria e la struggente forza delle parole arriva solo dopo, quando esse sono già forti e radicate nel lettore. L’immediatezza o l’apparente semplicità del tessuto linguistico, con le ripetizioni, le parole quotidiane, l’ironia e la fanciullezza contengono l’inquieta domanda di essere, con amore, al mondo.

clown

Tutta la raccolta è un perfetto ricamo-richiamo cucito con estrema sapienza.

Incontrata per caso, un giorno di tanti anni fa, per un esercizio teatrale, Vivian Lamarque torna a me con tutta la forza della poesia. E proprio alla poesia è dedicata l’ultima sezione, dove l’essere generati si intreccia col generare mondi o accadimenti che l’evento parola chiama.

Fare una margherita (scrivere)

Allora non è facile fare una poesia?
non basta prendere un pezzo di carta
e una matita? non è come per la terra
fare un filo d’erba, una margherita?

Nota: mi si potrebbe chiedere il perchè delle immagini tratte dai film di Fellini con Vivian Lamarque. Questi due autori hanno nel mio vissuto -immaginario ed effettivo- un forte legame con l’infanzia, il sogno e la disperazione. Un legame del tutto arbitrario e personale che ha a che fare con la memoria e le memorie.

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