Bari-Irsina

Piove ad Irsina ed io non posso bighellonare nel paese anche se sono riuscita a camminare lungo la periferia prima di rientrare per la pioggia. Così scrivo, un po’ in anticipo sui tempi, alcune parole su questo breve viaggio o breve fuga verso il materano.

Bari-Irsina: treno delle Ferrovie Appulo Lucane, con cambio a Gravina. Una volta giunti alla stazione -chiusa- di Irsina, un pullman, che non è un pullman, vi porterà al paese.

Se il viaggio comincia da Bari alle 18, agli inizi di settembre, andando verso Irsina, progressivamente diventerà tutto scuro. L’imbrunire scivola lungo i vetri del treno fino a quando da Gravina ad Irsina, si sprofonda nel nero. Il treno, piccolo e con vagone unico, va letteralmente scomparendo nell’oscurità. E sembra di essere scollati dalla terra, finendo nello spazio quasi come nel cartone animato “Galaxy Express 999”. Poi, la sagoma di qualche albero più alto, stagliata contro il cielo leggermente meno scuro delle colline, vi conferma la vostra presenza sulla terra.

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La gente è molto cordiale, tutti si conoscono. E la prima cosa che mi colpisce, andando a zonzo per la periferia del paese, è la presenza nutrita di ragazze e ragazzi.

La prima notte che dormo qui, la via è gremita di bambini. Li sento dalla stanza, verso le 23.00, che giocano, gridano, canticchiano assieme delle cantilene. Vorrei trascriverle ma sono pigra e mi lascio prendere dal libro che sto leggendo: “ Ogni mattina a Jenin” di Susan Abulhawa…ne scriverò.

Cani di piccola taglia girovagano di qua e di là mentre scovando il “bordo” del paese mi rendo conto di quanto Irsina sia in alto rispetto al mare. Montepeloso, nome di Irsina fino al 1895, è circondato da valli, altipiani e dalle nuvole di questa giornata grigia. Mi sembra di camminare sul limite di un baratro. La cosa mi affascina e mi spaventa, come sempre mi capita nei luoghi di collina e montagna, abituata ai piani marini del barese e del Salento.

La via dove temporaneamente alloggio è abitata da una famiglia araba. In realtà ad Irsina dimorano diverse famiglie straniere e mi chiedo che tipo di interazione ci sia tra le famiglie e che tipo di dialogo -se esiste- si intesse. Il libro che sto leggendo, l’ipotesi di tornare in Palestina, e l’incontro con la famiglia araba, qui, ad Irsina, per un attimo rendono il tutto surreale. Come surreale è la stupida guerra che uomini e donne continuano a portare avanti su questa misera terra.

“Come può una parte del mondo abbandonare il mondo?” scrive Rumi. Come può il mondo abbandonare il mondo? Come può l’umanità dimenticare la propria umanità?
Una sottile rabbia mi attraversa per poi tornare alla visione degli altipiani attorno. A questa natura antropizzata non semplice ma che si lascia amare.

Qui è diverso dal Pollino. La murgia ha tutto un suo sapore, un suo colore, una sua sfumatura che la rende diversa dalle altezze e dai paesaggi del Pollino. La murgia ti prende come una tenaglia allo stomaco. Il Pollino invece prende all’altezza del viso, esattamente alla bocca e agli occhi. La murgia riverbera più giù, con le sue grotte, le sue pietre, il grano, i grandi spazi lasciati a pascolo. “Parlava come pietre una sull’altra”, queste alcune parole di Antonio Verri, poeta salentino. Parole che ritrovo anche qui…qui, tra la murgia e gli Appennini.

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Levi si respira anche qui ad Irsina. Irsina che mi ricorda Acerenza, Oppido ma anche Aliano o Craco. La Basilicata è una terra sorella e vicina. Una terra dura con braccia larghe.

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La pioggia non smette e mi priva delle lunghe camminate di cui avrei bisogno per non pensare, per lasciarmi attraversare. Strano come, venuta ad Irsina per danzare, non ho danzato ma sono diventata tramite e osservatrice, lasciando che il cuore si allargasse alla vista dei bambini e dei ragazzi presi dai movimenti e dai suoni proposti da Sofia. Il sorriso o le mani carezzevoli che emergono durante il laboratorio sono il dono più grande di questa fuga ad Irsina.

Solo alle 19.00 del secondo giorno la pioggia si placa, lasciando foschia e nuvole. Corro fuori cercando il centro storico. E qui torna il baratro: il centro storico plana sulla pietra. Ho voglia di lasciarmi ingoiare dall’oscurità…poi delle voci tra il tedesco e l’inglese mi scuotono da questo desiderio di annullamento. E riprendo a vagare per il centro storico, grande e bello, di questo piccolo paese.
L’autista mi dirà in seguito, che ci sono circa quaranta famiglie straniere che hanno comprato casa ad Irsina, specie nel centro storico e che questo ha contribuito, in parte, al recupero delle case. Perché, è vero, molte delle dimore sono lasciate a sé.

Santa Eufemia è la patrona del paese. Bellissima Santa Eufemia con il leone che le mangiò la testa. La chiesa ha delle sculture pregevoli, come quella della stessa santa attribuita ad Andrea Mantegna.

Continuando il veloce cammino nel centro storico, mi perdo tra le stradine deserte. Case buffe e case antichissime formano la trama di questo centro storico che avrebbe bisogno di maggiore sostegno e cura, a detta dei suoi abitanti.

Mi dicono che ad Irsina ci sono sempre feste, sia religiose che laiche. Tra pochi giorni ci sarà anche la festa patronale (14-17 settembre). In questi giorni d’altronde si sta svolgendo il FreeFlowFestival con musicisti e artisti che si misurano in una improvvisazione sonora, attraverso i loro strumenti: pianoforte, trombe, violini, voce, chitarre preparate e altro. Anche nei piccoli paesi la tenacia di chi fa ricerca artistica riesce a portare un vento differente, oltre le sagre e le esibizioni dei cantanti popolari.

Torno con il mio fedele mal di stomaco verso Bari. Una inquietudine che deve necessariamente prendere forma, ormai mi segue ovunque. Ritorno un po’ indietro con la memoria, ad un prezioso ricordo che sta al limite tra il sogno e la percezione reale: un lettino, forse una culla e due occhi aperti nell’oscurità della stanzetta della prima casa a Bari.

Scavare nel nero. Ritornano le parole del romanzo che sto leggendo e allo stesso tempo rivedo Muna che mi racconta del suo desiderio di scrivere storie per bambini. Ho ancora il suo braccialetto, prezioso regalo che parla di un popolo massacrato e ancora tenuto in una morsa.

Che c’entra tutto questo con Irsina? Non so. Non so rispondere a tutte le domande, ma con questo interrogativo, ferma alla stazione di Irsina, aspetto il treno che mi riporterà a Bari.

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