No!

goya
“I disastri della guerra” di Francisco Goya, 1810-20

Non ci sono parole…non ci sono parole eppure..ci sono.

Le parole delle ‘chiangimuerti’ di ora, quelle che lamentano i morti di ieri e i morti di oggi…non ci sono le parole…non ci sono le parole…ci sono le parole…quelle dei tantissimi poeti e poetesse in esilio…quelle sussurrate, quelle gridate nella gioia ancora possibile e nella disperazione.

Non si può ancora pensare il mondo a fette, non si può credere che il mondo possa resistere diviso per assi e supremazie. Questa esplosione che ogni giorno accade e che si incrocia con la tragedia quotidiana non la si può pensare per isole. Siamo tutti coinvolti, siamo tutti legati. Pensare, per fare un esempio, che la questione palestinese sia ristretta ad una determinata cerchia di paesi è una idea folle, insana, incapace di vedere quello che è stato fatto fino ad oggi.

Occidente/Oriente…categorie che forse potevano aiutarci a destreggiarci meglio geograficamente tra le tante bellissime terre di questo mondo martoriato, categorie che hanno finito con esasperare la divisione e il pregiudizio.

Leggete, leggete sempre, leggete quello splendido libro che è “Orientalismo” di Edward W. Said, leggete le poesie di Hikmet che vivono l’esilio senza fomentare l’odio, leggete i bellissimi testi di Joyce Lussu e quel prezioso libro, “Tradurre poesia”, da cui tanto si può comprendere delle miserie e delle bellezze del mondo che vive quotidianamente la guerra. Ma in guerra contro chi?

L’indignazione è una forma di perversione. L’indignazione non basta. L’odio ha radici lontane e la memoria deve essere nutrita. Le nostre scuole sono tutte da rifare. L’insegnamento della storia è tutto da rifare. Cosa si apprende di storia nelle scuole? Davvero basta la storia dei regnanti e degli sconfitti? Ma chi perde? Chi vince? La storia non è più possibile restringerla ad una nazione. L’odio di oggi ha radice nelle azioni di ieri e siamo tutti coinvolti.

Scrive Said: “nella Francia di fine Ottocento, si verificò un concorso di circostanze politiche ed intellettuali che fece della geografia e delle speculazioni geografiche uno dei passatempi più diffusi”. Questo per dire che la geografia non è una questione “neutrale”.

Il mio dolore personale non c’entra nulla. Posso anche piangere davanti al televisore che mi racconta dei 50, 60 dei 1000 morti. Ma continuo a mangiare la mia pasta asciutta, convinta che qui non succederà nulla. E se accade una strage si dimentica quella prima. E i nostri e dico, nostri, morti in mare, i nostri, cioè di tutti, morti in guerra, i nostri, e dico nostri, morti esplosi. C’è un suono ormai divenuto costante che riempie le orecchie e il cuore. Non è possibile non sentirlo.

Quale odio e quale intollerabile situazione rende possibile che una donna o un uomo si facciano saltare in aria? La vediamo come una cosa da barbari? Ma chi e da dove viene il concetto di “barbaro”?

Io non ci sto a cadere in questa colpa senza fine, ereditata da un cristianesimo in cui non credo. Non credo ai credo. Sono nata libera e poi? Non ci sto a creare in me l’odio. Siamo tutti coinvolti. Ho conosciuto ragazze e ragazzi palestinesi in Palestina, ed ognuno aveva perso il fratello, la sorella, la madre, il padre, il cugino, il nonno..in questa stupida guerra.

Eppure quei ragazzi e quelle ragazze parlavano di sogni, di teatro, di sorelle e lune.

Leggete, per favore, conoscete, staccatevi dai computer, ogni tanto, un poco poco, uscite nelle piazze, guardatevi attorno. E non è così lontano. L’università di Bari farebbe bene a fare i suoi eventi di cooperazione non nella piazza dell’Ateneo ma a piazza Umberto, tra i profughi e le donne rumene, tra i senegalesi e gli indiani.

Ed io chi sono? Cosa sono? Tutti noi siamo preziosi e importanti. Bisogna guardarsi negli occhi, partire dal piccolo. E leggere, ascoltare, per capire che ciò che succede non è un atto di follia, campato in aria.

Ogni atto di violenza è violenza ma bisogna anche distinguere le guerre, le guerre di resistenza, le guerre di occupazione e capire cosa ancora si può fare. E pensare che anche le piccole azioni di ogni giorno possono contribuire a cambiare questo disastro. E che l’ipotesi di un cambiamento non è solo una utopia ma che bisogna scavare, farsi male alle mani e prendersi cura delle mani di chi è attorno a noi.

Alcuni testi da “Tradurre poesia” di Joyce Lussu

‘Presa di coscienza’ di Agostinho Neto (Angola)

Terrore nell’aria!
in ogni angolo
vigili sentinelle bruciano sguardi
in ogni casa
si sostituiscono in fretta
i vecchi paletti alle porte
in ogni coscienza
formicola la paura di ascoltarsi.

La Storia sta per essere raccontata
di nuovo.

Terrore nell’aria!
Accade che io
uomo umile
ancora più umile nella mia pelle nera
torni a essere Africa
per me
con occhi asciutti.

‘Voglio essere tamburo’ di José Craveirinha (Mozambico)

Tamburo è vecchio di grida
o vecchio dio degli uomini
lascia ch’io sia tamburo
corpo e anima solo tamburo
solo tamburo che grida nella notte calda dei tropici

E nemmeno fiore nato nello sterpeto della disperazione
né fiume che corre verso il mare della disperazione
né zagaja temprata alla viva luce della disperazione
né poesia forgiata nel rosso dolore della disperazione.

Né nulla

Solo tamburo vecchio che grida nel plenilunio della mia terra
solo un tamburo di pelle conciata nel sole della mia terra
solo un tamburo scavato nei duri tronchi della mia terra

Io!

Solo tamburo che fa scoppiare il silenzio amaro di Mafalala
solo un tamburo vecchio sanguinante il batuque del mio popolo
solo un tamburo perduto nel buio della notte perduta

O vecchio dio degli uomini
io voglio esser tamburo
e non fiume
né fiore
né zagaja per ora
e nemmeno poesia

Solo un tamburo echeggiante canzoni di forza e di vita
solo tamburo giorno e notte
fino a consumazione della grande festa del batuque!

O vecchio dio degli uomini
lascia ch’io sia tamburo
solo tamburo!

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