Siria-Iraq_la scrittura dell’esilio

Dal sito “Words without borders” http://www.wordswithoutborders.org/article/exiled-in-europe-an-interview-with-three-women-writers, scelgo un articolo che parla di tre scrittrici in esilio: due siriane e una irachena. Si tratta di Samar Yazbek, Rosa Yassin Hassan e Inaam Kachachi.
Tre esperienze di scrittura che, nonostante la lontananza dalla propria terra in guerra, si fanno portavoce di desideri, speranze, lotte, difficoltà che risiedono in Siria e in Iraq, tra devastazione e vita.

Samar Yazbek

yazbek

Samar Yazbek, giornalista siriana, scrittrice e attivista, nota in Occidente in seguito alla pubblicazione del libro “A Woman in the Crossfire” (Fuoco incrociato), un diario degli inizi della rivoluzione in Siria per il quale la scrittrice ha vinto il premio PEN Pinter. Yazbek è in esilio politico a Parigi sin dal luglio 2011 ed è d’accordo con la nozione di Wole Soyinka, per la quale uno scrittore è sempre in esilio, un esilio non solo fisico o geografico.

Yazbek si riferisce in parte alle sue origini alawite. Come la sua compatriota Rosa Yassin Hassan, in opposizione al regime di Assad, le donne entrate nel conflitto sono state esiliate dalle loro stesse comunità, che fanno capo alla stessa fazione del regime.

Yazbek afferma che la propria identità è la propria scrittura. “La mia casa è il mio linguaggio; il mio paese, la mia anima e la mia vita è nei miei testi”.
“Prima della rivoluzione volevo rimanere in Francia. Credevo fosse l’unica cosa che potesse permettere di sviluppare la mia scrittura…ora penso sia esattamente l’opposto. L’unico posto in cui posso andare è la Siria. E’ il mio unico destino ma, ovviamente, non posso tornare”.

La nozione di esilio che gli scrittori hanno evocato in passato, è ora cambiata con i social media, spiega Yazbek: “Oggi ci sono mezzi immediati di comunicazione. L’esilio non è solo legato alla questione della nostalgia. Sei in un luogo in cui gli odori e i rumori non sono quelli del tuo paese, ma è possibile comunicare costantemente e questo rende peggiore la situazione. Non si tratta semplicemente di ‘disconnettersi’ con qualcuno o qualcosa”.

L’esilio di Samar Yazbek a Parigi è stato intervallato da viaggi all’estero, conferenze sulla Siria, e da un viaggio clandestino in Siria. “Il mio libro più recente non è un romanzo, non c’è nulla di inventato” spiega Samar Yazbek. “Per scrivere narrativa devi essere in grado di concentrarti. Ho iniziato a scrivere il mio nuovo romanzo ma non so dove sta andando, in quale direzione. In questi ultimi due anni la letteratura è stata molto lontana dalla mia mente perché mi sono dedicata nel portare testimonianze raccontate dalle persone incontrate”.

NOTE:

●L’ultimo lavoro di Samar Yazbek, non ancora tradotto in Italia, è del 2015, il cui titolo potremmo tradurre con “L’attraversamento: il mio viaggio nel cuore distrutto della Siria”. In arabo:
“Bawwabat Ard al ‘Adam” e in inglese “The Crossing: my Journey to the Shattered heart of Syria”.
●Sul romanzo “The Crossing”, dal sito “SiriaLibano”: (http://www.sirialibano.com/siria-2/samar-yazbek-in-viaggio-nel-cuore-in-frantumi-della-siria.html) Nell’agosto 2012 Samar Yazbek è ritornata in Siria illegalmente, attraversando a piedi il confine turco. Questo è solo il primo di una serie di attraversamenti documentati in The Crossing. Una volta dentro, la scrittrice ha visitato le zone “liberate” dal controllo del regime e si è impegnata in prima persona per costruire scuole e offrire sostegno alle persone bisognose, ma ha anche raccolto storie di persone e famiglie intere di cui parla nel suo libro. È questo il miglior pregio di The Crossing: documentare le brutalità e le privazioni subite dai siriani, esaltando l’aspetto umano delle vicende. Se è vero che è un romanzo, The Crossing è anche e soprattutto una testimonianza, un’immagine veritiera della realtà siriana, come lo sono stati altri romanzi per il passato.
●Di Samar Yazbek sono disponibili in italiano: Il profumo della cannella, traduzione di Claudia La Barbera, Castelvecchi, Roma, 2010 e Lo specchio del mio segreto, traduzione di Elena Chiti, Castelvecchi, Roma, 2011.

Rosa Yassin Hassan

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Rosa Yassin Hassan, il cui libro terzo, Hurras al-Hawa (Guardiani dell’aria), è stato a lungo nella lista per il Premio Internazionale per il Romanzo Arabo, è fuggita due anni fa in Germania con suo figlio. I suoi sentimenti, riguardo all’essere in esilio, sono comprensibilmente in conflitto.

“Ho lasciato la Siria, ma la Siria non mi ha lasciato” spiega Hassan “non è facile lasciarsi alle spalle la propria storia, anche se lo si desidera. In pochi minuti ci ritroviamo come alberi sradicati lontani dal nostro paese, le persone che amiamo ed i dettagli della nostra vita. . . Siamo circondati da sicurezza e stabilità ma sempre preoccupati. . . il rapporto tra l’esilio e il proprio paese di accoglienza è definito da una intensa sensazione di impotenza”.

“Detto questo ci sono aspetti positivi anche nell’esilio” dice Hassan “che senza dubbio influenzano la mia scrittura. Forse il mio punto di vista si è ampliato -essere lontana mi ha permesso di vedere particolari che non riuscivo a vedere da vicino. Ho avuto modo di conoscere culture differenti e questo mi ha portato ad una forma di ibridazione che in ogni caso arricchisce. La consapevolezza dell’importanza della scrittura è cresciuta durante l’esilio. Questo mi ha permesso di immergermi più profondamente nella scrittura analizzando differenti personaggi e le lotte politiche e religiose nelle società arabe. La mia partenza precipitosa mi ha fatto rendere conto che noi eravamo prigionieri di una serie di superstizioni consolidate ed ereditata senza poterle mettere in discussione. Questo ha avuto un’influenza negativa sulla nostra evoluzione sia come individui che come comunità”.

Proprio nella scrittura Hassan ha trovato il modo di poter esprimere le proprie identità: “Io posso scrivere ovunque. Ho scritto in situazioni davvero difficili –ho solo bisogno di un computer e di una tazza di caffè. Scrivere è la cosa più importante della mia vita e io vivo per scrivere”.

Hassan ha recentemente finito un racconto ambientato in Siria tra il 2011 e il 2012: “Si chiama ‘Coloro che sono stati toccati dalla Magia.’ Ho scritto di siriani che non sono menzionati nella stampa, persone che nessuno conosce, persone che vivono e muoiono nell’oscurità. Ho scritto di coloro che sono a favore e contro il regime, di rivoluzione, di amore e di morte e di tutte le sue contraddizioni. ”
Tutti i precedenti romanzi di Hassan sono stati vietati in Siria, e lei pensa che il suo nuovo lavoro, che sarà pubblicato a Beirut, avrà la stessa sorte.

La scrittura, per Hassan, è “estrarre ciò che è segreto. Trovare ciò che è stato fatto sparire, dire ciò che è non detto o nascosto. Tutte queste cose che sono sepolte nel profondo delle persone e nel cuore della società…Credo che la scrittura, oltre ad essere un’arte estetica che piace al lettore, è soprattutto un metodo di porre domande, di provocare e ci obbliga a pensare in modo diverso. La scrittura non offre risposte durante la vita ma crea domande. Non credo che la letteratura consiste nel creare un mondo immaginario in cui si può sprofondare. Il romanzo, in particolare, è la storia segreta dell’umanità perché la storia ufficiale è una grande menzogna scritta dai conquistatori e governanti”.

NOTE
●Sul sito di Editoria Araba (https://editoriaraba.wordpress.com/2013/03/22/arriva-bozza-di-rosa-yassin-hassan-un-romanzo-dedicato-ai-giovani-siriani/) si possono trovare notizie sulla scrittrice e sul suo libro “Bozza” scritto nel 2011 e tradotto in italiano da Fatima Sai.
●Sul blog “Libri Arabi” (http://libriarabi.blogspot.it/) si trovano notizie sul romanzo “I guardiani dell’aria” (Hurrās al-hawā’, 2009)

Inaam Kachachi

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Inaam Kachachi, giornalista e scrittrice irachena, ha vissuto a Parigi per trentatre anni- più a lungo di quanto ha vissuto in Iraq. A differenza di Yazbek e Hassan, lei non fugge dalla pressione politica ma è venuta in Francia per studiare e i suoi figli sono nati a Parigi. Kachachi è rimasta a Parigi con il peggiorare della situazione in Iraq e perchè “sono nata con un desiderio di libertà. Non posso vivere in Iraq come donna libera e indipendente”.

Eppure, per decenni, sentiva di vivere spiritualmente ancora in Iraq. “Nella mia testa sono ancora in Iraq. Dicevo sempre “chez moi”, indicando l’Iraq, e una volta una donna mi ha detto ‘La tua casa è qui!’ E ‘stato così strano sentire queste parole “.

Ma l’idea di vivere spiritualmente in Iraq è cambiata per Kachachi, in particolare con l’aumentare dell’estremismo. “Per essere precisi, non sono io che vivo ancora in Iraq ma è l’Iraq a vivere ancora in me. L’Iraq che vive in me è vera e civile. L’Iraq che vediamo in tv oggi non è quella dove sono cresciuta. E ‘come l’Arca di Noè. I tanti che lasciano l’Iraq, non solo per motivi politici, cercano la libertà e tengono presso di loro un po’ di vero Iraq preservandolo “.

Kachachi lavora sempre come giornalista, e ha iniziato a scrivere romanzi dieci anni fa, quando sentì un grande urlo dentro di sé come reazione a ciò che stava accadendo nel suo paese, qualcosa che non poteva essere trasmessa attraverso il giornalismo.

L’Iraq che conosceva stava crollando e “disperdendosi come sabbia attraverso le dita” Spiega Kachachi “perché come giornalista so tante cose sulla vita reale, ho il dovere di dire alla nuova generazione. Quando i miei figli guardano le mie foto scattate all’università non credono fosse tutto vero: che c’erano storie d’amore e club per socializzare e di gruppi di letteratura”.

Il suo primo romanzo, Sawaqi al-Quloob (Flussi di Cuori), racconta di cinque esuli iracheni che vivono a Parigi, del loro reciproco legame e del loro legame col proprio paese. Kachachi ha proseguito con il tema dell’esilio nei suoi successivi due romanzi, ‘La nipote americana” e “Tashari”, entrambi nominati per il Premio Internazionale per il Romanzo Arabo. Ma Kachachi aveva già affrontato il tema dell’esilio nel suo lavoro giornalistico , attraversando cinque storie di scrittori israeliani di origine irachena: Shimon Ballas, Sami Michael, Samir Nakash, Yitzhak Bar-Moshe, e Naim Kattan.

“Gli scrittori di cui ho fatto ricerche hanno lasciato l’Iraq molto giovani e mezzo secolo dopo stavano ancora scrivendo di Baghdad. Ho inviato loro domande e ho letto i loro libri. Non avrei mai immaginato che avrei camminato sulle loro orme. Ho sempre saputo che c’era un paese dove poter tornare. Ora so che non posso tornare indietro e trovare le cose come erano prima. Anche gli esuli che erano oppositori politici e hanno lasciato il paese sotto Saddam non riconoscono l’Iraq che hanno lasciato trent’anni”.

Kachachi, Yazbek, e Hassan danno voce, con il loro lavoro, a coloro che non hanno voce e che di solito sono donne. Sono tutte profondamente preoccupate per l’aumento dell’estremismo nel mondo arabo. Nell’ultimo romanzo di Kachachi, Tashari, si racconta la storia di una ginecologa cristiana, che vive e lavora in una città a maggioranza sciita per venti anni. Kachachi ha anche pubblicato una raccolta di interviste a donne irachene, e nel 2004 ha girato un documentario su Naziha al Dulaimi, una femminista irachena diventata la prima ministra donna nel mondo arabo.

“Non sono una storica” dice Kachachi “ma la storia è sempre stata scritta dalle autorità. Non vi leggi molto delle persone e men che meno delle donne”
Avere le condizioni necessarie e la concentrazione per scrivere e pubblicare mentre il proprio paese è in fiamme non è per nulla facile. Per Kachachi essere riuscita a tradurre in francese il proprio romanzo, la fa sentire più vicina al paese di adozione.

“Quando si scrive nella propria lingua è difficile trovare un traduttore o un editore. Bisogna essere in grado di imporre il proprio testo. E ‘stato importante per me esser tradotta perché io vivo qui, i miei figli vivono qui, ho vicini qui, devo dare loro una prova. Per anni mio figlio mi ha visto scrivere prima a mano, poi su un computer, quindi su di un tablet, e quando ha visto i miei libri in francese si è reso conto di quello che stavo facendo. Quando i miei vicini di casa hanno visto il mio libro, il loro comportamento verso di me è cambiato. E ‘come se tu cominciassi ad esistere, non sei solo un immigrato che vive sul benessere del paese; ma lavori e sei una persona che ha il suo posto nella società “.

“La Francia” racconta Kachachi “mi ha dato una grande possibilità di vivere la vita come donna e come persona nella contemporaneità. . .. Vivere a Parigi è un privilegio. Anche se non si ha nulla da mangiare o da bere si può sedere su una panchina e il mondo passa di fronte a voi. Parigi è un grande melting pot per la presenza di diverse culture e questo si riflette nella mia scrittura. Ora scrivo con libertà. Posso dire le cose nel modo che voglio. Sono libera dalla forma classica della lingua araba. Cerco di scavare molto a fondo nella memoria dell’Iraq: dettagli, canzoni, odori e sapori, voglio creare un intero ambiente. A volte mi sento come se fossi un medium che riporta fantasmi dal passato”.

NOTE
●Intervista alla scrittrice per il Premio Internazionale per il Romanzo Arabo: https://vimeo.com/92979976
●In italiano si può trovare anche il libro Parole di donne irachene nel quale Kachachi “ha raccolto brani di poesie e prosa delle tredici più importanti autrici nazionali, ciascuna di appartenenza culturale diversa, che hanno combattuto contro la censura della dittatura e gli ostacoli dell’embargo ed hanno conosciuto la tortura, l‘esilio ed alcune la morte” (http://www.ilgiocodeglispecchi.org/libri/scheda/parole-di-donne-irachene-il-dramma-di-un-paese-scritto-al-femminile)
●Recensione de “La nipote americana”: http://www.narrativaaraba.com/la-nipote-americana.html
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