Bari-Otranto con ritorno

Per ripartire, a volte, bisogna partire a ritroso, in un percorso che forse non ti aspettavi ma che ti viene incontro senza neanche cercarlo.

Uno slam poetry organizzato all’interno della prima edizione della “Notte dei poeti” mi ha portata ad Otranto. Otranto la spietata che ha su di me un potere sempre particolare, quello di farmi smarrire nel tempo o forse, nel senza tempo.

Prendere il treno è una sorta di rito da compiere nei momenti in cui il corpo ha bisogno di aria. Si potrebbe anche chiamare piccola fuga, questo ritorno verso il sud del Salento, dove tanti sono gli amici, gli affetti, care esistenze anche solo sfiorate.

Da Bari a Otranto, prendendo treni e autobus, sono circa cinque ore di viaggio. Trenitalia prima (regionale Bari-Lecce), Ferrovie del Sud/Est dopo (Lecce-Maglie-Otranto).

Mentre scorro nel senza tempo degli spostamenti in treno verso Otranto, sfila davanti agli occhi, come sempre quando vengo a Lecce, la mia vita degli ultimi dieci anni. Nella pazzia, nell’amore, nella dedizione, nell’afflizione di un percorso che sfiorito, ha lasciato cenere che nutre. Con questa mia vita passata scorrono anche campi di ulivo, gli oleandri, il grano, l’iperico esploso in tutta la sua bellezza.

Passo anche davanti a Cerano con la sua ciminiera svettante. Per un attimo, su questo sfondo industriale, metto a fuoco una poiana che si inarca avventurosamente tra le pale eoliche e riprende il volo verso un gregge di capre.

Nonostante la pioggia, il sole riprende a battere inatteso. Comincia a far caldo in questo inizio giugno  e il Salento si colora di un giallo desolante che inaspettatamente, in spiazzi e isole, si apre al verde che rincuora. E poi ancora più giù. San Donato, Zollino…tutti luoghi che conosco e che riaffiorano come vecchie immagini da cassetti neanche tanto profondi.

Arrivata ad Otranto, sono due le cose che compio, senza volerlo: un saluto e uno studio. Lo studio è quello di un seno. Il seno di una Maria toccato dal suo Gesù. Un Gesù dipinto in modo virile e adulto, che perdute le sembianze innocenti di un bambino, trasuda l’erotismo che allaccerebbe due corpi in amore.

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Particolare degli affreschi nella chiesetta di San Pietro, Otranto

Il saluto è quello che compio alla vista delle montagne dell’Albania, visibilissime, nitide e che dovrebbero corrispondere al Parku Kombëtar Detar Karaburun-Sazan.Un saluto non solo all’amata Albania ma soprattutto al mio amico in partenza.

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Coste dell’Albania viste dalle coste di Otranto

La sera di Otranto è dolce. Sono molte le domande che mi pongo, cercando di rendere un poco quieto il subbuglio che ho in testa. Il mare mi inghiotte tra le mani di Adriana, gli occhi grandi di Maria Grazia e l’abbraccio di Mariela e mi lascio avvolgere dalla loro presenza che mi salva da questo viaggio.

Per un attimo vorrei arrivare fino a Leuca. Immagino Eleonice e le persone che cercano salvezza su queste coste che lei ha deciso di aiutare e vedere ogni giorno.

Mi chiedo: dov’è la poesia?

Al ritorno verso Bari non mi resta che dormire, chiudere gli occhi per tornare (o andare) e far posare le immagini e i suoni, lasciando che sia il treno a cullarmi e le voci di chi ancora non conosco.

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