Mi è cara la terra_Francesca Greco

“Piccole cose,
le attraversi senza accorgertene,
ma ne valgono la mia vita,
tutta la mia vita.
Episodi che forse non riscuotono il tuo interesse,
ma con essi costruisco palazzi
in cui vivo per mesi,
intreccio storie,
mille cieli
e mille isole.
Cose…quelle tue piccole cose…”

dalla poesia “Piccole cose” di Nizar Qabbani

Tra le case e i muri scrostati di Taranto, dove meno ti aspetteresti di trovarlo, vicino alla piccola Chiesetta degli Armeni, c’è un laboratorio di sapienti mani femminili intente a tessere, serigrafare, progettare, raccogliere, rilegare, disegnare, lavorare i metalli.

Questo gruppo di donne hanno creato un marchio molto interessante e capace dal nome solare e, per certi versi, magico: “Ammostro”.

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Ammostro in tarantino è una espressione che indica e ribadisce quanto sia bella una cosa. E’ una sorta di rafforzativo ad un apprezzamento. E sicuramente il nome è centratissimo per questo gruppo di donne che lavorano assieme unendo artigianato e tecnologia.

In attesa di uno spazio più grande, le nostre Ammostro, rendono chiaro il fatto che è possibile fare ed agire anche se non si possiede uno spazio super attrezzato, una sala di lavoro da affittare a 2000 euro al mese (se va bene), un/a mecenate del petrolio. E’ un collettivo, Ammostro, che rende tangibile la possibilità di esistenza dei collettivi. Dove la sinergia di menti femminili concretizza oggetti, idee, progetti all’interno e con un luogo, Taranto, che si rivela molto vivace dal punto di vista creativo.

Ed è sulla creatività, sul turismo “eco sostenibile”, sulla bellezza architettonica e archeologica di Taranto che si dovrebbe puntare. Su un fare commercio che recuperi e non soffochi la bellezza storica e attuale di una città nella quale, ogni volta che torno, riesco a scoprire qualcosa di nuovo.

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Come la cripta indescrivibile della Cattedrale di San Cataldo che mi ha lasciato senza parole. Cattedrale dove, peraltro, è presente un mosaico pavimentale che ricorda quello di Otranto.

E il mare, indicibile bellezza del mare, costellata da troppi presidi militari, da troppo inquinamento. Ma dove c’è ancora vita.

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Le donne di Ammostro, sono a me care, non solo perché sono la dimostrazione che è possibile coltivare i propri sogni in una società che fa di tutto per schiacciarli ma anche perché hanno curato la realizzazione del libricino poetico “Mi è cara la terra” di Francesca Greco, compagna di sorellanza e teatro.

“Mi è cara la terra” risuona con parole semplici, vicine alla concretezza della terra, al suo aspetto materno e, allo stesso tempo, ancestrale. Terra non come pianeta o sistema di vita ma come terreno, fango, acqua, radici e corteccia. Elementi primari di una vita che si riconosce nelle piccole cose.

E di soglia in soglia, e di foglia in foglia, si procede alla scoperta di un io, anche qui femminile, che si apre alle cose, al maschile, alla perdita di sé nella “crepa” della vita.

“S’addensa la vita
nella fessura con
slabbro con bellezza
con tacita ingenuità

eppure restiamo
-senza spiegarci le radici-
prendiamo con bacio
la nostra crepa

intanto tra le campagne
le assenze sfiammano
tra le dita fragili
cuciamo ancora
lo spazio vuoto

la vita è per la vita e domanda”

Così scrive Francesca Greco in un testo tratto dalla III soglia nel “Rituale del frutto reciso”. Non ci rimane che augurare un volo iniziatico e rituale per le donne di Ammostro e per Francesca. In un percorso che incrocia vite anche attraverso la tenacia e la bellezza della poesia.

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