TAHAR BEN JELLOUN_Partire

“Ci sarà un tempo in cui i recinti sceglieranno di sedersi con noi
invece di erigersi fra noi
Amen”
Amal Kassir

Assia Djebar, Nâzım Hikmet, Forough Farrokzad, Kateb Yacine, sono alcuni dei nomi divenuti cari in quella che potrei chiamare la mia atletica poetica del cuore. Testi non solo letterariamente belli ma anche capaci di aprire lo sguardo verso una molteplicità di culture che purtroppo non rietrano nella nostra formazione scolastica.

I libri hanno il dono di aprire visioni, far conoscere sguardi, svelare mondi, ancora oggi, al di là della rete. Spesso li prendiamo incuriositi e li leggiamo dopo anni. Ma quando li apriamo ecco un mondo venirci incontro.

Arroccati nella nostra europeità non riusciamo a vedere quanto appartenere all’Europa non significa confinarsi nei recinti dei propri stati ma significa essere partecipi, con il resto del mondo, di una rete globale di responsabilità, azioni, desideri.

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Mi è impossibile, dopo tutte queste letture, pensare che ci siano due blocchi distinti di culture: i colonizzatori e i colonizzati.

Perché dico questo? Perché molti dei testi a cui faccio riferimento, sono stati scritti da autori che hanno vissuto la colonizzazione o la vivono. Lungo l’arco della storia sono state scardinate e reinventate tante cose. Culture spazzate, sistemi sociali consumati, comunità corrotte da ciò che entrava con la forza.

Eppure l’essere umano ha sempre cercato di resistere. E’ impossibile pensare di essere i soli ad aver ragione. E le parole di Tahar Ben Jelloun sono la prova che prima di giudicare il presente bisogna tentare di capire il passato. Un passato non troppo lontano che riguarda tutti. Nel bene e nel male.

tahar

Partire è un romanzo corale del 2007, dove si affacciano i desideri, le vicende, le paure, gli orrori, di vite che cercano nella partenza una possibilità di riscatto. O, più semplicemente, di esistenza.

Azel, Malika, Kenza e tante altre voci che, nella nave che salpa verso le coste spagnole, vedono una speranza di salvezza. Ma quando si parte cosa si diviene? Stiamo parlando in Partire di ragazze e ragazzi che dal Marocco cercano di raggiungere la Spagna.

“Miguel si rese improvvisamente conto che c’era qualcosa di terribile nella solitudine dell’immigrazione, una sorta di discesa in un baratro, un tunnel di tenebre che deformava la realtà. (…) L’esilio faceva emergere tutta la complessità dell’infelicità”

Il nomadismo è ancora una opportunità di vita. Il problema si pone anche quando si pensa che ci siano partenze di serie A e partenze di serie C. Quando la stessa burocrazia degli stati crea ciò che chiamiamo con la parola “clandestino”. Clandestino dal latino clam “nascosto” e dies “giorno”. Cosa si diviene in un mondo incapace di accoglienza o così diviso da interessi e connivenze da dimenticare il valore dell’esistenza e della dignità umana? Lo straniero siamo noi.

Il sogno di una terra accogliente è un sogno antico. La propria terra non si dimentica. Come non si dimentica un luogo che ha accolto. Non perché sia un proprio possesso ma perché in quelle strade, in quegli alberi, nell’aria che si respira si intessono affetti, sensi, relazioni che ti rendono parte di un microcosmo affettivo a cui rimani, volendo o no, legato.

Dove regna la miseria e la disperazione, o anche solo la paura e l’insoddisfazione, è facile che un sistema come quello dei fondamentalismi prenda vigore. E’ facile ma è assurdo pensare che sia un qualcosa di nuovo. E’ invece utile capire come questi sistemi siano cresciuti col tempo e con piaghe che noi stessi abbiamo aperto. E non parlo solo di fondamentalismo islamico. Anche le parole di una persona come Salvini sono per me parte di un certo tipo di fondamentalismo che inneggia alla separazione, al razzismo e all’ignoranza.

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Nel libro di Jelloun c’è una parte interessante che riguarda anche i profughi spagnoli verso il Marocco. Ossia coloro che politicamente perseguitati (anni della dittatura franchista) cercavano in Marocco un luogo sicuro.
Movimenti, non solo verso una parte ma da entrambi i sensi. Cosa provoca rispondere ai muri con i muri?

Partire si conclude con il capitolo “Tornare”.

“E’ da diversi giorni che in molti si sono messi sulla strada del ritorno, guidati da una voglia irresistibile di andarsene lontano, molto lontano, di prendere il largo. Camminano a piedi, attraversano città, campi, spazi deserti, boschi, territori freddi. Camminano giorno e notte, animati da una forza di cui non sospettano la potenza, al punto da non avvertire nessuna stanchezza, e nemmeno il bisogno di bere o di mangiare”

Non solo Marocco ovviamente. Non solo Spagna. Ma ognuno di noi nella piccola quotidianità della vita è attraversato dalla presenza dell’altro. Ma come si può crescere quando la presenza dell’altro diviene una forza che impedisce il movimento? Il movimento che è vita? Cosa pensa un bambino che si vede sbarrare la strada dalle armi o dai check point? O cosa si muove nei pensieri di donne e uomini che vedono amici e conoscenti morire tra le onde?

“Da quando Malika aveva visto le immagini diffuse da Canal Sur dei corpi che galleggiavano, non sognava più”

Bene, io vorrei fosse sempre possibile il sogno, per ciascuno di noi. Ecco perché ritengo importante continuare a leggere, a scrivere poesia, a cantare le voci di chi non ha voce.

Partire, ovviamente, è molto più di tutto questo. E’ una lucida messa in scena di desideri infranti, è la scrittura di rapporti in cui vittima e carnefice si scambiano spesso ruolo; è un libro poetico che parla della bellezza e delle illusioni di un altrove vicino. E’ una esperienza da leggere e da condividere.

*Tahar Ben Jelloun è uno scrittore marocchino, nato a Fèz. Tra le altre opere da lui scritte ricordo: Il razzismo spiegato a mia figlia, Le pareti della solitudine, Creature di sabbia, E’ questo l’Islam che fa paura.

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