Francesca Greco_tra fuoco e terra

“Dimoro la mia umanità
nudato ciò che amo
e il muro del corpo
mi è cara la terra e lo
radico il fiore lo espongo
l’odoro e lo mangio”
da“Mi è cara la terra” di F. Greco

fra greco

Francesca Greco, classe ’89, è una giovane donna di Massafra, in provincia di Taranto. La sua dedizione alla scrittura parte principalmente da un amore appassionato verso la letteratura e, in particolare, verso la poesia.

Il suo interesse verso le discipline artistiche e in particolar modo verso il teatro, l’hanno portata non solo a seguire laboratori e a fondare gruppi informali di collaborazione artistica ma anche a partecipare attivamente alla vita culturale di un paese in via di mutamento come Taranto.

Un mutamento lento e difficile ma che vede molte donne e molti uomini agire concretamente per cambiare in meglio un paese martoriato dall’inquinamento e dal degrado sociale. Un paese ricco di bellezze artistiche e naturali e soprattutto ricco di una vivace umanità. Un mutamento che parte dal basso e si crea attraverso l’arte e l’impegno culturale.

fra uno

La poesia di Francesca Greco è minuta. Disegna tante piccole icone che risplendono nell’oro dei campi assolati, nel blu del mare, nel ricamo delle radici. La terra è sempre presente, così come il fuoco, nelle maglie di un qualcosa di indefinibile che divora dal di dentro delle parole.

Una vita increspata e anelata, così come le poesie di Francesca, dal ritmo secco e pietroso, il ritmo di un pendio di montagna che si sgretola per formare piccole colline in cui si ergono piante odorose, arbusti, fiori, piccoli alberi in crescita.

Come in questi versi: “Cos’è questo restare/ nelle rocce cercare/ nel groviglio di radici/ questo nudare il grano/ e inseminare con mano/ e premura, questo inizio/ questo mutare/ costante indifeso e tacito/ atto di amare il mondo”*. Dove la domanda inquieta sulla vita e sul nostro essere in vita sposa la durezza delle rocce, la bontà del grano e la continua resistenza dell’amore, con le sue ferite e le sue piccole gioie.

fra cinque

La pelle è sempre presente lungo l’arco di tutta la raccolta che Francesca Greco dona a questo piccolo blog di poesia e di ricerca. In “Mi è cara la terra” la pelle è una di quelle chiavi sparse lungo i testi per poter entrare nell’intimità esplosa di questa agile figura femminile che sembra in bilico tra un desiderio di bellezza in fioritura e un abbandono scuro. Come in questo componimento:

“Cambiare pelle: rendersi vulnerabili
scoprire-riscoprirsi
in nuova forma: fortezza

del migrare-attraversare
del costruire della precisione
del piantare del curare
dell’osservare
dell’espressione guidata alla fioritura
dell’emozione-vibrazione
della bellezza

dei tuoi-miei occhi rapaci
ancora vivi”

Componimento dove il coriaceo della fortezza si scontra ed incontra la leggerezza del volo e la affamata richiesta di “essere vivi”.

Questa raccolta è per me un dono enorme, delicato e importantissimo, che si vuole ulteriormente aprire ad una comunità in continuo fermento che spesso procede ad occhi chiusi, ad una velocità insostenibile. E dunque, nel fermarsi, nel porgere, nell’abbraccio forse un piccolo fuoco può essere colto e ravvivato, con profumo di brace e radici.

Di seguito testi tratti da “Mi è cara la terra” di Francesca Greco. La raccolta comprende testi scritti tra il 2013 e il 2016.

Mi è cara la terra

fra due

Il fiore ha sviluppato radici immense
la volontà di amare malgrado la morte
Leon-Gabriel Gros

 

I SOGLIA

Rituale del canto

Spina di radice che inghiotto
nella bocca recede dalla bocca
estrapolo il filo, l’intrico, ne
faccio un canto che porta
racconta l’interno col passo
che passa, sfilando inchioda.

Sul latte versato senza dissetare
io toccavo il deserto con
scomposta mano
tu nervosamente sotterravi
la pietra – fuoco della casa –

pelle di tamburo
pelle su cui le mie dita rimbalzavano

rimani ora mia disseccazione
gioco in morsicatura offerta
al corpo che non riposa

brucia arriva varca
la soglia di queste
piccole – secche – vene

lambisci la pelle con grano
selvatico con pura semenza
con linfa stravolgi l’occhio
non vede scomponi la strada
con cura tracciata con cura
sfiorare con mano il deserto.

(…)

Senza nulla domandare
inciampo un poco
all’avanzare del passo
il mio sguardo è umido
e i mari in alto mi dilatano

la casa con le sue memorie
con il credere alla poesia
intrecciato ai muri
apre a me la chiave

e restando nelle tue maree
e camminando leggermente
camminando
il tremore del tocco tuo felice
scopre sulla pelle
segreti nostri e risa
di un nostro essere antichi.

Come prima conto i passi
e corro, corro al mondo
del sole che mi chiama.

Città Vecchia di Taranto, maggio ‘015

 

fra quattro

II SOGLIA

Rituale del frutto reciso

La bellezza tace
il frutto reciso è senza cura

dimentico l’acqua
per il nostro animale ho solo
tacito passaggio nella campagna
rossa amara e ossa per te
tra la notte e le nuvole la fiamma
è alta sporge tra l’aria e il passo
d’uomo i campi bruciano
tra il mare e la morte

mi taglieranno le trecce
il vuoto tra le dita sarà
lo spazio del desiderio

sono l’assenza dell’amore
sono la sua violazione

(…)

Più incauti ad amare
a tenerci il sangue nel petto

la vita s’addensa nella fessura
con silenzioso slabbro
con bellezza, con tacita ingenuità

eppure restiamo
– senza spiegarci
le radici – prendiamo
con bacio la nostra crepa

intanto tra le campagne
le assenze sfiammano
tra le dita fragili cuciamo
ancora lo spazio vuoto
la vita è per la vita e domanda

III SOGLIA

Rituale della semina

Cos’è questo restare
nelle rocce cercare
nel groviglio di radici
questo nudare il grano
e inseminare con mano
e premura, questo inizio
questo mutare
costante indifeso e tacito
atto di amare il mondo.

(…)

Falco

Ho un cuore tra le dita, esile come
filo d’erba oggi lo scucio, scucio ogni
suo palpitare, ogni cardo aggrappato
alla roccia
– scagliando
nudo il corpo a precipizio –

per la madre valle

Della fessura ricordo
l’abbandono la coda
di fiori e altre spine.

Appesa la mia carne
per parlarti per fare amore
più da vicino esercito
un cerchio nel corpo
che commuova le ossa.

Secca e sola a volte
m’impasto d’appartenenza
cerco una strozzatura
che permetta l’aria.

Sorge un fiore sulla pelle
tra cumuli di macerie
è germoglio. Siamo in
tanti ad ascoltarne la nascita.
Aliano, agosto ‘015

IV SOGLIA

Rituale d’alba di rondine

Dal contrasto muove
la vita e il giorno
è festa

a B. F.

Questo passo sulla mia
pelle tatto di suoni al vibrare
dei gravi al risveglio
un fiore rosso schiude
e dona il suo frutto
rosso con petali di acqua
nel punto interno
inselvatichito esclama
questo tocco suono caldo
familiare eco di mare
fiore mio, cielo rosso

vieni sulla mia pelle
dove il seme riposa e promette
e selvatico vieni
per la disseccazione

(…)

Tenersi

Dimoro la mia umanità
nudato ciò che amo
e il muro del corpo

mi è cara la terra e lo
radico il fiore lo espongo
l’odoro e lo mangio

fra tre

V SOGLIA

Rituale del grano selvatico

Sono nessuno
uno fra tanti: se vuoi
prendermi bacia il vento
col vento mi muovo
al centro del campo.
Ecco, non sono che
un fiore: tremo al tuo
tocco leggero di silenzio
di pelle. Nella tua mano.

(…)

Lo vedi siamo miseramente
umani come mangiare
ingordamente il frutto e farne concime
obbedisci ai silenzi, sempre
raccogli quel canto

silenzialo che poi esplode

VI SOGLIA

Rituale della metamorfosi

Nella mancanza
la morte (di)viene a me
come un fiore di rinascita
bagna gli occhi il ventre

(…)

Cambiare pelle: rendersi vulnerabili
scoprire-riscoprirsi
in nuova forma: fortezza

del migrare-attraversare
del costruire della precisione
del piantare del curare
dell’osservare
dell’espressione guidata alla fioritura
dell’emozione-vibrazione
della bellezza

dei tuoi-miei occhi rapaci
ancora vivi
(memoria: io ricordo.)
della ormai assenza-estraneità
(chi sei?)
della lontananza
del conservare
(sempre, ancora)

dei tanti sguardi incontrati
delle risa fragorose
della condivisione
dei piedi nudi
(feriti, vivi)
del ritmo che esplode
(nella, per la) vita-carne

a Iula, Manuela, Adriana

Fermati guarda le bocche parlare i corpi muovere tuo cuore al
cielo

La bellezza esplode adesso
come campo di forze
muove dal cuore questo essere corpo umano
questo nostro capolavoro di essere umani
l’ amore che cantiamo non ha forme
muta e fluisce nelle nostre
bocche arse dai deserti
nel suono terrigno dei sonagli
in queste nostre quattro voci tremanti
che insieme muovono l’aria
con tremori della gola
abitando
l’assenza
non sono che sottile pulviscolo
nelle tue crepe di terra
apro ancora alle mie venature
alla mia vulnerabilità di aria
alle mie spezzate ossa di fuoco

siamo memorie e odori
e dita nelle dita
e labbra infinite.

(immagini di Francesca Greco)

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