Roca o il tempo del disimpiego

forse un lusso, prendere per sé alcuni giorni di viaggio. per ascoltare, osservare, stare vicino alla persona desiderata, semplicemente per camminare, respirare. forse un lusso strappato alle dinamiche di un tempo che ci vuole sempre attivi, sempre preoccupati, sempre produttivi. un lusso in questi tempi dove la violenza e la guerra hanno preso il sopravvento sulla coesistenza. forse un lusso stare nella coriacità della terra e della roccia, lì dove la madonna di Roca, nelle sue carni paffute di marmo, volge le spalle all’Albania.

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Albania così chiara, così vicina, quasi la puoi toccare con la mano seguendo l’illusione della luce e delle prospettive.
forse un lusso, forse.

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preferisco pensare che sia una necessità che ognuno dovrebbe potersi prendere, per comprendere forse molte cose di sé e degli altri. un tempo altro lontano dalla frenesia e dall’ansia di dovere. un avvicinamento alla roccia, al minerale che mi forma. io, piccola cosa, estremo piccolo essere a cui nulla appartiene.
questo senso sfrenato del possesso che domina la vita di ognuno. possedere la casa, l’altro, il lavoro dell’altro, la macchina, animali, denaro, la terra
la terra, questo è chiaro, non è di nessuno.

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scendiamo nell’altro della grotta della poesia a Roca, segnata da dediche e poco poetiche scritte di uomini e donne di questa età contemporanea, poi più in là, a pochi metri dalla statua della madonna di Roca, un imbuto di roccia che accoglie il mare.

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questo imbuto di roccia è recintato da reti metalliche, chiaro segno di divieto d’accesso. una struttura di ferro arrugginita, malmessa, ricoperta di guano e qui e là corrotta da segni di cedimento, porta in questo antro. letteralmente una cavità uterina fatta di splendide rocce e radici di fico. non una ferita, bensì una spaccatura e una apertura.

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scendiamo nel timore di essere sorpresi. la bellezza del luogo è più forte di questo debole divieto. e giù, dove camminiamo su delle grate che toccano l’acqua, la grotta è ricoperta da scritte…anche qui, come nell’altra grotta. ma non sono scritte contemporanee bensì votive, di uomini e donne di un altro tempo, marinai devoti a divinità certamente legate all’acqua e alla vita.

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grotta poesia_E Altini 2

grotta poesia_ E Altini 3

(le tre foto sopra sono di E. Altini)

essere dentro questo utero di roccia, con i suoni dell’acqua che riverberano nelle orecchie, come suoni del proprio ventre, attorniati da scritte e segni di un altro tempo, un tempo sacro…non legato al dio monoteista, al credo unico…ma sacro perché sacra è la vita. essere qui è come avere dentro di sé un improvviso accendersi di tizzoni prima sopiti.

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fenici, greci, latini e poi? perché sacra è la roccia, la terra che calpestiamo, i luoghi che sempre attraversiamo ed è nostra responsabilità averne cura. in questi tempi in cui l’uomo dissacra l’accoglienza, in cui rinnega la sua storia di predatore per rifugiarsi in quella di strenuo difensore. in questi tempi in cui arranca una bellezza che ancora ci appartiene nonostante il disastro creato lungo gli anni.

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questo riesce a dare Roca in un improbabile gennaio ma a ben vedere anche nel cuore delle città o nella semplicità coltivata delle campagne è possibile stare, anche per poco tempo, nel tempo del disimpiego, del camminare e dell’osservare. un tempo dell’ascolto che ci può riportare a riscoprire una umanità dell’essere umano pericolosamente in declino

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…e se dopo Roca, tornando verso Bari, si passa per Torre Guaceto, si scopre anche che siamo un tutt’uno con uccelli, volpi e alghe…

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2 pensieri su “Roca o il tempo del disimpiego

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