Roland Barthes_La camera chiara

Entrare piano nella camera chiara. Lasciare che sedimentino le forme, i colori, il bianco e il nero. Lasciare “riposare” la luce e tutto ciò che essa disvela allo sguardo, nel tratto superficiale dell’evidenza delle immagini.

alice 2

La camera chiara di Roland Barthes è uno di quei libri che richiamano l’attenzione in giornate di letture improbabili. Si comincia la lettura e difficilmente si riesce a distogliere l’attenzione da essa. Forse perché non è solo “una nota sulla fotografia” ma è anche –nel paradosso dell’evidenza senza interiorità, attribuita alla fotografia da Barthes nel libro- una esposizione di intimità della stessa voce narrante di Roland Barthes.

In una prolificazione incessante di immagini oggi “fabbricabili” su supporti sempre più economici e disponibili, il quotidiano e il pubblico sono sfere liquide, le cui pareti si mischiano e talvolta fondono per creare percezioni del reale di non sempre facile interpretazione. Laddove oggi “il dilettante” diviene “l’esaltazione del professionista”. Ma cosa è la fotografia? Uno specchio? Un doppio? Una interpretazione? La misura visibile della percezione di uno shock? L’illusione di poter catturare la realtà o l’ossessione di prenderne possesso? Nel tentativo di farla propria restituendola al mondo “oggettificata”, ancora e ancora?

Alice_Liddell_with_sisters

Al di là delle considerazioni sullo studium e sul punctum di Barthes, nel tentativo di definire la verità della fotografia, ciò che cattura la mia attenzione è una frase del libro, che in un certo senso va nella direzione di una personale ricerca poetica in atto:

“(…) la Storia è una memoria costruita secondo ricette positive, un discorso puramente intellettuale che abolisce il Tempo mitico; e la Fotografia è sì una testimonianza sicura, ma effimera; cosicché tutto, oggigiorno, prepara la nostra specie a questa impotenza: il non poter più, ben presto, concepire, affettivamente o simbolicamente, la durata: l’era della Fotografia è anche l’era delle rivoluzioni, delle contestazioni, degli attentati, delle esplosioni, in poche parole delle impazienze, di tutto ciò che nega la maturazione”.

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Vediamo-produciamo-pubblichiamo, tutto viene fatto quasi istantaneamente attraverso supporti tecnologici legati a piattaforme in cui il pubblico e il privato, di cui sopra, si ritrovano ri-codificati su di uno stesso metro di lettura.

Qual è il tempo oggi dell’ “essere in vita”? Che conseguenze può avere una continua pratica che rende meno sempre meno percepibiledi rendere non percepibile il divenire di un mutamento e la morte?

Il consumo di immagini fa parte del nostro sistema mondo. L’occhio, decisamente vuole la sua parte. Mi interrogo sul modo oggi di vivere le immagini, di “assunzione” delle immagini.

Al di là di questo e di tutte le critiche che si possono fare con strumenti appropriati, “La camera chiara” rimane un libro importante e cruciale, non solo per coloro che hanno scelto la fotografia come proprio mezzo di interpretare e vivere il mondo ma anche per chi si interroga sul valore dell’immagine oggi, nel tempo esploso del presente. Noi, immagini viventi e sonore.

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Le immagini riportate nell’articolo sono fotografie di Lewis Carroll. Riporto queste foto perché, leggendo fra vecchie lettere, scrivevo d’essere rimasta colpita -o come scrive Barthes “punta” (il punctum o il particolare che muove lo studium fotografico)- da una delle foto di Carroll che ritrae Alice (specificamente l’ultima foto inserita nell’articolo). Forse perché in essa riconosco quello “Sguardo” del referente, nel caso specifico della bambina ritratta, che “ trattiene dentro di sé il suo amore e la sua paura”.

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