Open the Doors

Muri, muri e ancora muri. A questo aggiungiamo filo spinato, telecamere, forze armate, detenuti al lavoro per costruire muri, muri e ancora muri. I reclusi delle prigioni, all’interno delle “comunità”, costruiscono muri di difesa contro…persone.

venere degli stracci“Venere degli stracci” di M. Pistoletto

E ancora si parla di “colpire e affondare i barconi”. Come se fosse una partita del gioco “Battaglia navale”, come se non si sapesse bene che colpire e affondare barconi non serve assolutamente a nulla. Perché il problema non è lì. Nella luce appena percettibile nel nero delle traversate. Il problema estremamente complesso è in anni e anni di gestione coloniale e post coloniale, di corsa al potere interna ed “esterna”, nelle follie dei nazionalismi e di tutti gli ismi, di un indomabile caparbietà nel non cambiare la rotta. Una rotta costruita sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, dell’uomo sulla vita animale, dell’uomo sulla vita minerale e vegetale.

Ancora si crede di essere indenni, non toccati. “Non ci riguarda” se non in forma di “emergenza”.

Ognuno di noi dovrebbe cominciare o continuare dal piccolo. Dalla cura del piccolo per mutare rotta a questo mondo alla deriva.

Mi barcameno tra l’inerzia e slanci di azione, nella debolezza di un essere umano che comunque è consapevole che tutto ciò che accade e succede è una propria responsabilità.

L’ascolto è una grande pratica dimenticata. L’immagine una potente azione abusata. Il silenzio e l’occultamento fanno il resto.

Il CARA di Bari è un polpo pulsante saggiamente installato nella periferia. Lontano dagli sguardi, lontano dalla convivenza. E’ una questione che riguarda gli operatori, non noi. Il governo, non noi.

I vestiti lungo le coste italiane, portate a riva dal mare e i corpi, i tanti corpi pescati e ripescati, sono un problema del governo centrale, delle nazioni, non nostro.

“Open the door-Aprite le porte”. Chi non tornerebbe nel proprio paese se non vi fosse guerra?
Le vacanze sono finite ma c’è chi viaggia ancora. In camper, in macchina, in barca o a piedi.

La terra è stanca di noi

La terra è stanca di noi
Ci respinge la terra costringendoci nell’ultimo varco.
Per potervi passare ci spogliamo di ogni nostro arto.
Ci spreme la terra.
Se solo fossimo il suo grano
per morire e rinascere.
Se solo la terra fosse nostra madre
per avere pietà di noi.
Se solo fossimo dipinti sulle rocce,
trattenuti nei nostri sogni come specchi.
Abbiamo visto i volti di coloro che verranno uccisi
dall’ultimo di noi
nell’ultima contesa per l’anima.
Abbiamo pianto le feste dei loro bambini.
Abbiamo visto i volti
di chi scaglierà i nostri figli
dalle finestre di questo ultimo spazio.
Specchi che la nostra stella brucerà.
Dove andremo dopo le ultime frontiere?
Dove voleranno le rondini dopo l’ultimo cielo?
E dove dormiranno gli alberi dopo l’ultimo
respiro d’aria?
Scriveremo i nostri nomi con vapore scarlatto
interromperemo il canto con la nostra carne.
Qui moriremo, nell’ultimo passaggio,
qui o in altro luogo
il nostro sangue pianterà alberi d’ulivo.

poema di Mahmud Darwish

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