Portalga, l’accoglienza, il piccolo

“sbatte la finestra
cambia scenario e battuta
e però dopo tanta incazzatura
ho voglia di sbraitar cantando
perché l’ultima parola non è detta

voce di silenzio è la voce del padre e del figlio
mentre il padrone grida
a me tutti i microfoni

stecchiti dal gelo caddero d’inverno gli uccelli

nella pienezza dell’ora calda
smangiata dagli acidi del sudore
disprezza la mente smemorata
dappoiché dietro il muro la vita continua a respirare
strapazzata
e io esisto in equilibrio a quest’altra altezza
per non essere desviata”

“L’ultima parola non è detta” da “La stortura” di Jolanda Insana

Tornare a parlare ora di un luogo. Un anno dopo. Luogo a cui si assommano memorie, narrazioni. Tornare a perdersi fra le alghe, i gusci vuoti dei mitili, tra le cavità che hanno preso dimora tra roccia e roccia. E pesci, terribili, insaziabili, docili pesci.

Portalga è il luogo dell’abbandono e del ritrovamento. Il luogo in cui perdersi negli elementi e ritrovare il silenzio.

Portalga dopo un anno.

“difficile indovinare a chi si parla
o a chi tocca l’ultima battuta
e se è «buon viaggio» o «partiamo assieme?»

nasce per morire il desiderio
e per rinascere muore”

A Portalga rinunciammo alla vita e a Portalga la ritrovammo. Curiosa immagine che oggi mi dona questo luogo, dopo una immersione solitaria e silenziosa: un pesce dalla cui coda si apre una coda…una nascita…davanti ai miei occhi…

Come poter dire tutto questo? Come lasciare che il cuore si spacchi simile ad una melagrana matura nel caldo bruciante dell’esserci? Come fare a resistere tra le macerie di un piccolo io infranto e consumato? Nella violenza dei giorni in cui l’abuso della parola accoglienza è all’ordine del giorno?

In questo stesso mare dove sotto i nostri occhi placidi muoiono centinaia e centinaia di persone, ritrovo l’amore per ciò che chiamiamo vita. Una vita piccola, il cui fasto sta nello schiudersi semplice di una bella di notte.

“la vita mette nuove foglie
ma tu continui a fabbricare e sfabbricare memorie
per farne cuscini di pietra”

La risposta che posso offrire è sempre e ancora poesia. La risposta che posso e oso “esporre”, che oso, che rischio.

Per andare a Portalga di solito attraverso strade interne. Adelfia-Rutigliano-Mola e poi la statale per Brindisi fino a Polignano sud. La strada Adelfia-Rutigliano, come ogni estate, ma non solo in estate, pullula di prostitute, amiche dei contadini, che avrebbero infinite storie da narrare. Storie dalla vita dei margini che sono nel nostro quotidiano, silenziose. Una di loro guarda sempre fisso in viso. Vestita di giallo limone acceso, con un volto che pare dipinto. Prostitute e contadini, mafia locale e internazionale, uomini curiosi, uomini che non trattengono solitudini. Tutto nella terra dell’uva.
Mai vigne furono curate con tanto amore.

“geme il giardino non curato”

Per arrivare a Portalga sono tanti gli incontri che si possono fare.
Percorro campagne di piante selvatiche, lame, ferire nella roccia, pietre di calcare e, come insegna Daniela, di calcarenite. Con anfratti di valve che in un tempo assai antico, accoglievano la vita.

Misera Europa che usa queste pietre per erigere muri. Gli stessi muri che Israele, in un delirio a cui tutti abbiamo contribuito a sostenere, erige in Palestina. Non si può stare nascosti per sempre. Rifaccio il verso a Mariangela Gualtieri che scriveva “non si può stare morti per sempre”. Nascosti nelle proprie case, nella propria lingua, nel proprio dolore, nella proprietà, nascosti nella visione che non procede oltre la siepe. Quali orizzonti offriamo ai nostri occhi?

“dopo la resistenza
si torna alla resistenza dacché in questi paraggi
non sopravvive formica bulldog
che non trapassi con la mandibola a stiletto
i corpi dei nemici e dei parenti
e delinquenti e sfregiatori sono i vecchi padri
incarogniti e ubriachi di viagra
che ammazzono le mogli e si mangiano i figli

crolla il balcone con tutti i gelsomini
e le ghirlande di cipolle
ma io non sono parente stretta della morte
e non voglio baciare chi se ne va”

Cosa c’entra Portalga con tutto questo? Tutto o forse niente. E’ un luogo. Un luogo che anche scevro dalla memoria e dalle esperienze va curato per quello che è, con quel sacro caro agli aborigeni d’Australia, per cui ogni roccia, ogni monte, un fiume, una vallata, era abitata dal sacro. Un sacro che non è un dio unico e intoccabile. Un sacro che poco s’accorda con tridenti e trivelle.

Mangiata da un senso di estraneità che mi vive dentro, estraneità alla vita a cui visceralmente –eppure- appartengo, torno alle piccole cose. Nel capire che accoglienza non è ciò che avviene tra chi ha tutto e chi nulla ma è un rapporto reciproco di riconoscimento e di comprensione.

Le grandi questioni della nostra comune storia non sono risolvibili con queste o altre parole ma nel nostro quotidiano bisogna iniziare da qualcosa. Riprendo dal piccolo. Questo, tra le tante cose, Portalga mi insegna.

“il nemico stravince?
ma non è detta l’ultima parola
e io me ne andrò per il mondo
con il mio sassolino in tasca
perché non mi attrae la vetrina
né la macelleria dove pendono budella e lamecorde”

Tutti gli inserti poetici sono tratti da “La stortura” di Jolanda Insana.

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