Waiting for Job_resistere è amare ancora

“Le torture, continue, sono quelle dell’uomo sull’uomo.
Di quel fuoco non resta che una sottile coltre di cenere.
In questo gioco dio è l’unico assente. Un uomo, una donna.
Il padrone di sempre. Disumano”

da “Waiting for Job-resistere è amare ancora” di A. Palumbo

immagine waiting for job

Opera di Guglielmo Scozzi per lo spettacolo “Waiting for Job_resistere è amare ancora” di Hana Do Teatro, regia di Antonio Palumbo

Le parole che mi accingo a scrivere non vogliono essere una recensione. “Waiting for Job” non può essere solo uno spettacolo per me ma anche uno specchio in cui ri-vedo Antonio Palumbo, regista del lavoro in questione nonché amico di molteplici vissuti, nel bene e nel male, all’interno del mondo del “teatro”.

Proseguendo la mia ricerca dopo il cambio di percorso che mi ha riportata in una Bari che fatico io stessa ad accogliere, passando per lo splendore e la fatica di Alimono, per molteplici incontri, vivendo la pelle elettrica e perturbata de La Cuspide Malva, sto maturando una forte resistenza a ciò che viene chiamato “teatro”.

Dal teatro mi avvio pian piano verso una forma che si avvicina più alla performance, mutuando tale termine dalle esperienze artistiche degli anni sessanta. La forma scelta da Antonio è sicuramente vicina alle esperienze teatrali del nostro tempo comune. C’è qualcosa in questa forma che mi fa stare scomoda, genera in me insofferenza ma la realizzazione teatrale di “Waiting for Job” ha molteplici angoli di bellezza che ripercorrerei ripetutamente.

Il primo elemento che sicuramente mi porta ad avvicinarmi a “Waiting for Job” è la scrittura. La scrittura poetica di Antonio che si manifesta soprattutto attraverso il sonoro registrato. Carne di una voce umana filtrata attraverso il metallo. La poesia misurata e sonora che prende corpo anche attraverso la voce di Manuela Mastria, attrice in “Waiting for Job” con Antonio. Attrice ma –anche qui- amica, sorella, compagna di percorsi artistici. E bisogna prestare ascolto perché, nella parola misurata di Waiting, attraverso un ascolto piccolo e umile si aprono diverse sfumature capaci di andare oltre Giobbe stesso.

Giobbe, sì. Lo spettacolo in questione infatti, “nasce da un corpo a corpo con la vicenda di Giobbe”, la cui lettura iniziò, per me, un lontano giorno, durante una lontana cena.

Altro elemento che colpisce la mia attenzione è il silenzio, rotto da poche parole smozzicate solo nella seconda parte dello spettacolo, mantenuto da Antonio-Giobbe. Un silenzio che è quello della pagina bianca, del vuoto, della insopprimibile solitudine dell’umano. Un silenzio talvolta simile al gorgoglio sordo dell’acqua prima di una tempesta.

E poi la perfetta disposizione degli oggetti, la cura nel trovarli e adoperarli, la porta di duro metallo grigio sospesa nel fondo, il cassone, anch’esso di metallo ma rosso, trascinato come fosse l’unico appiglio di resistenza rimasto alla donna di Waiting, l’imbuto di ferro, ridicolo residuo della tracotanza dell’uomo.

Lo spettacolo è in grado di lasciare negli occhi immagini poetiche estremamente forti, con pochi essenziali colori. E non è un caso, data la presenza di un pittore come Guglielmo Scozzi, la cui capacità di “imprimere la vita”, sia essa su tela o su carta, ha sempre avuto su di me un grande impatto emotivo.

Waiting, che ho avuto il piacere di vedere a Oppido Lucano, sarà presentato il 12 settembre presso i capannoni della Cooperativa ‘La Nuova Contadina’ di Andrano, Lecce (https://www.facebook.com/events/707943825977600/). Anche in questo luogo segnato dal lavoro e dal quotidiano, così differente dalla pulizia di un teatro, ci saranno i disegni e le opere di Guglielmo in esposizione. Alle immagini colte durante la visione dello spettacolo, si assommano le visioni realizzate da Guglielmo Scozzi, durante la preparazione accurata di “Waiting for Job_resistere è amare ancora”.

E torno, torno da Waiting non solo con l’immagine dei piedi di Manuela, lasciati come esuli fuori il cassone rosso. Torno anche con un canto, musicato da Gaetano Fidanza con gli altri innesti sonori presenti in Waiting. Un canto che chiama un padrone inesistente che pure pesa sulla vita di ognuno. Inesistente perché, solo quando riusciamo a capirlo e a volerlo, possiamo scoprire che le nostre vite sono nelle nostre mani.

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