Donna di dolori_Patrizia Valduga

Ma signore, signori, conoscenti,
io vi denuncio per i miei tormenti…
per gli orrori del millenovecento!

Il mio lavoro non è solo quello di scrivere. Certo bisognerebbe rivedere il concetto di lavoro e se esso sottenda in ogni caso un ritorno economico. Se così fosse, bene, scrivo ma non lavoro.

“Ma questa è un’altra storia, e si dovrà raccontare un’altra volta” come dice Michael Ende ne “La storia infinita” . Riprendendo il discorso iniziato: il mio lavoro non è solo quello di scrivere ma anche il lavoro di attrice e interprete visuale-sonora indipendente e con il gruppo “La Cuspide Malva” (https://cuspidemalva.wordpress.com/).

cuspide malva a lavoro Francesca Greco, Manuela Mastria, Adriana Polo e Marzulli Iula de “La Cuspide Malva”

Nel nostro ultimo lavoro ci siamo approcciate a due scrittrici fondamentali per questo nostro malridotto secolo. Si tratta di Mariangela Gualtieri e Patrizia Valduga. Stimo profondamente entrambe le autrici e riconosco in loro quel segno femminile di una scrittura lacerata, mai banale. Segno di una ricerca che continua nella gioia e nel dolore.

Ciò di cui voglio scrivere è “Donna di dolori” di Patrizia Valduga. Perché? Perché non solo è il testo portante della nostra performance “Care amiche calme e fedeli” ma perché è stato un amore a prima vista.
Questo testo è contenuto in “Prima Antologia” edito da Einaudi. Testo scritto fra il 1985 e il 1990.

Patrizia_Valduga Patrizia Valduga

Pubblicato la prima volta nel 1991, si presenta come un monologo in rima baciata, suggerendo nel suo farsi scrittura l’incontro tra poesia e teatro. Luca Ronconi ha curato la messa in scena di “Donna di dolori” nel ’92, con Franca Nuti che interpreta il testo distesa e immobile per quasi un’ora di durata. Allestimento che ricorda Beckett e quella immobilità tradita che ne attraversa i testi.

Tradita, immobilità tradita, perché questo testo, che dovrebbe essere detto da “una morta allo stato colliquativo”, è invece interpretato da una donna viva, “come una confessione”. Confessione che Marìa Zambrano, in “La confessione come genere letterario”, indica come “quello strano genere letterario che si è sforzato di mostrare quel cammino attraverso cui la vita s’avvicina alla verità ‘uscendo da sé senza essere notata’”.

Franca_Nuti_2 Franca Nuti in “Donna di dolori” diretto da Luca Ronconi

“La confessione comincia sempre con una fuga da sé. Parte da una situazione di disperazione”, continua Zambrano, “disperazione che è prima soltanto lamento, puro e semplice lamento. La prima confessione quindi, la preconfessione, è il lamento di Giobbe”. Attraverso il lamento e la confessione si esce da sé, nell’attesa di essere ascoltato. Così procede la confessione di “Donna di dolori” che, non a caso, termina con una citazione di S. Agostino, autore di una delle più celebri confessioni conosciute nella nostra tradizione letteraria.

“Amate quod eritis” , amate ciò che sarete, che comprende sempre una trasformazione in atto in un tempo che incamera passato e futuro. Questa donna allo stato colliquativo è anche essa in trasformazione. Gli umori accolti dalla terra parlano di una perdita e di una mutazione.

Mi pare significativo aver incontrato in questi giorni questo testo di Valduga. Significativo in quanto si incrocia con una personale necessità di scrittura che ha come terreno la questione delle “colature”, ma anche questa è un’altra storia, e si dovrà raccontare un’altra volta.

I versi in rima baciata terminano avvolti completamente dal nero, segnato con forza in chiusura: “e niente sangue e niente più domani,/ come se il sogno fosse cosa vera,/ e come se l’aurora fosse sera,/ e come se una nera notte. Nera”. Lo stesso sangue che appare con l’esplosione sonora di uno “sgocciolio” nei primi versi del testo: “Oh non così! Io qui uno sgocciolio?/ una lumaca che si squaglia…io?”.

La confessione-monologo si dipana in un serrato ricorrersi di versi in cui gli innesti dialogici, i punti di sospensione, le interrogative, gli asterischi mutano in divenire il ritmo del verso stesso, operando dilatazioni, tensioni, sfilacciamenti.

Una carne, questa di “Donna di dolori”, che preme e pulsa, nonostante la notte, nonostante la morte e che utilizza la poesia come estrema cuna amorosa. Perché “voi sapete, sapete bene che…) che sarebbe diverso il mondo se…/ e che solo la poesia è…è…”

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