Giardino Intimo

giardino intimo ja margheImmagine di Massimo Nardi

In occasione della preparazione della mostra di Jara Marzulli e Margherita Ragno riprendo una raccolta del 2013-2014, dal cui titolo, le artiste hanno scelto di trarre il nome della mostra che si terrà a Cassano (Bari), dal 1 al 31 luglio 2015.

la messaggera_dettaglio La messaggera_dettaglio, Jara Marzulli

Questa scelta da loro fatta mi lusinga molto per un semplice motivo: credo fortemente nell’arte e nella pittura di Jara e Margherita. Due artiste che hanno la forza e la tenacia di rappresentare e de-costruire la donna da una prospettiva femminile senza rinunciare alla propria differenza.

La sensualità da una parte, il deterioramento dall’altra, la forza e la debolezza, l’erotismo e la beffa sono contenuti nei dipinti di queste due donne, che sono parte del terreno culturale e artistico di questo nostro presente.

10470636_10203984809685916_8553958802621734032_n Pastello su carta, Margherita Ragno

Bisogna guardare attentamente questi lavori, di cui qui riporto alcune immagini che le artiste hanno pubblicato sulle loro pagine facebook. Bisogna guardare, mettendo da parte per un attimo giudizio e pre-giudizio. Aprire lo sguardo e possibilmente il cuore. L’immagine pittorica di queste donne, a dispetto della bidimensionalità che le informa, contiene qualcosa che deborda dalla dimensione. Un racconto, una voce, un sussulto appena appena percepibile che parla del e al mondo. Sia essa voce nel deserto o nei gorghi di una metropoli esplosa.

Pubblico, qui, una parte della raccolta in questione, ringraziando Jara Marzulli (https://www.facebook.com/pages/Jara-Marzulli-artista/214229081939552?fref=ts) e Margherita Ragno (https://www.facebook.com/margherita.ragnox?fref=ts)per il loro esserci.

giardino intimo

“avendomi scelto, dovevo amarlo”
Genet , Miracolo della Rosa

I

sono venuta calpestando le viole
tenendo a lungo la tua testa
a lungo fremendo nel tuo respiro
dolcemente
sgomenta dagli archi
i riflessi della luna di aprile
inverdiscono i tuoi capelli

-ecco, sussultano i fiori al tocco delle piccole api-

fate, vi prego, poco rumore
lasciate che ogni luce sia spenta
la luna entra a piccoli sorsi
nella pelle, negli occhi
fa germogliare le forme
tu chiami
morsi i suoni

-sento le lumache mangiare le foglie
una ad una, una ad una
è questa la voce che chiama?-

le foglie gemono
sotto un fragore di ali
le foglie cadono
una ad una
la resa dei corpi è già piccola, minuta
ad ogni passo pronta
come terra al sole si spacca
impasto poroso, acqua
-mi lascio fare
pane, per la tua bocca

-fate che il pane sia caldo
fate che lasci al giardino il suo odore-

prima che la sera ritorni

-ed io muta vorrei stare
lumaca grassa di foglie e di fiori-

tentare il pasto delle lumache
mordere con tenacia il trifoglio
l’acetosella occhieggiante di gialli
così fresca, viva
talmente viva, ferita
morderti con tenacia la bocca
mia ultima cena

-beata, beata ripetizione-

occhi neri
occhi grandi come solchi alla terra

eppure di occhi azzurri
non ne feci pasto mai

e l’azzurro del cielo, mi dissero
ferisce come lama
e l’azzurro del cielo, mi dissero
talmente è chiaro da celebrare l’abisso
e l’azzurro del cielo, mi dissero
lascia che ti consumi

dissipati in sempre più caotici
frammenti, temi
l’immobilità dei firmamenti
la fissità del cielo di troppo vasto
di troppe chiare ombre correnti

-e l’erba era già alta-

cavalle nude di finimenti
battevano l’erba già alta
in quell’unico squarcio di sguardo
di erba alta alle tue insenature
alta, nelle tue ritorte contrade
avevamo -è vero- il cuore nelle mani
il tuo sorriso senza parole

-vi prego non ditelo ancora-

sfiorava una infinita teoria di rose
lasciate e sgualcite
nelle piccole strade a Cipro

amore dato con larghi occhi
amore versato
amore cucito su nuda pelle
amore tenuto
amore tremore di piccolo fiato
morso, amore

e delle tue parole ne feci fiato
non diedi peso alle parole del poeta
amammo gli alberi
per la loro nuda soglia
e per l’amore versammo
poche lacrime e lunghi sorrisi

-questi odori di terra
maturano le calle
di bianca carne aperte-

da queste vive coppe
passi ed archi si slanciano
una luna che squarcia
uno scoglio
temuto nelle tempeste
o nelle sere calme
come questa

quante volte chiamammo –chiamai
il mio amore nella notte

-svegliatelo, il mio amore
che senta il raglio dell’asino
confitto nel cuore delle notti-

ma calle di carne
il mio amore non sente lamento
e che occhi neri in quelle contrade
che fila di ulivi splendenti
recisi di netto in una estate
mentre l’amato dorme

cantano, gli ulema cantano
tu mi offri foglie di vite
e un thè in piccole tazze
io lavo la tristezza
con l’acqua della tua terra

-sfiorami
e dopo sfiorata
immergimi
che mi consumino i pesci
a piccoli morsi-

II

infinita piccolezza delle cose tutte
tu mi bruci dentro
apri in me un vivido sole
e dagli alberi apprendo
lo splendore del tempo
il sapore del giorno

mietono lucciole oltre il muro
la tua voce è un grido
a cui voce non demmo
io qui, sola rimango
offerta ai tuoi piedi
dove fioriscono formicai
e fili d’erba muovono
in una verticalità sottile

umida fonte
e nodo inestricabile d’ulivo
tu mi spezzi
mi esponi alla crudezza dei giorni
soffocati dalla sete che erompe
che creature incide
che non ha ebbrezza che scorra

III

ma corrodimi, sversami
fa come fanno le lumache
nelle notti -lontano dal sole-
mangiano i fiori
la notte ha portato la pioggia
i fiori si aprono
acqua e umori
scarificata pelle
cede alle labbra, si inarca
tu muovi, incedi
disegni e tracci la mappa
non importa sia terra
ciò che sostiene o acqua
alle tue mani smarrisco
alle correnti
e tieni i capelli
li tieni, come finimenti
e tu, cavalchi e frusti
per i tuoi piacimenti
voglio vivere- dici
miti parole rimandi
mentre prendi e corrompi
questo mio povero cuore
incerto che goda o se muore

10891694_1071490809546704_4259334715272903566_n L’abbandono di Adamo ed Eva, Jara Marzulli

I

e poi giù andammo
là dove la terra profonda
là dove la terra è più fresca
dove fiori e radici smarriscono
e terra compatta a terra
pare carne che rossa esulti
per noi che ancora vivi
restiamo alla soglia
questa profondo aprirsi
diede come una febbre

in quella terra
calpestata e corsa infinite volte
dove l’amore sfiorava
in forme impensate
così minute
lontane dai grandi tumulti
piccole scosse
in ogni lembo
e si correva
quanto il fiato accordava
col cuore dilatato tra viti
e ulivi, o piccole talpe
come apparizioni

si seppelliscono i morti
con le mani che ancora tremano
le unghie sporche di terra
sciolgono in pianto

II

abbiamo imparato l’amore
su gradini di pietra, tra gli alberi
fuori era tutta la notte
come un velo, le ombre
disegnavano forme
mangiammo ciò che il corpo
di sé spietato offriva
crudità delle piccole carni
appena accennata nei sogni

come il corpo dimentica
così le mani, ad altre mani offrimmo

gli alberi del fico gemmano in aprile
nessuna lettera fu incisa
ma rimasti ai rami
l’azzurro annunciava l’abisso
ai nostri piedi sospesi

mia lieta carezza
infilata negli eccessi di ciò che duro
colpiva
mia lieta carezza
a te conduce oggi il cerchio

431625_10150607084327106_1956681690_n Opera di Margherita Ragno

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