La forma del tempo: la nuova scrittura palestinese

(traduzione dell’articolo “La forma del tempo: la nuova scrittura palestinese” di Nathalie Handal pubblicato sul sito web: http://wordswithoutborders.org/article/the-shape-of-time-new-palestinian-writing) 2015

-Sei lì?
-Dove?
-Qui?
-Vuoi dire lì?
-Voglio dire…vedi il mare?
-Vedo sabbia
-Vedo il tempo che ci attende
-Vuoi dire che vedi ogni rovina in noi?
-Vedo spiaggia in ognuno di noi.
-Quindi, siamo perduti.
-No, disegnamo ciò che ci Modella.
-Come fa il mare.
-Come il mare.
-Ti aspetto e ti vedrò dalla spiaggia?
-Vuoi dire..dal nostro desiderio
-Voglio dire che non so più dove noi siamo
-Sì, la storia si muove in fretta.
-Forse, le nostre forme rimarranno nel tempo.

Ho fatto lo stesso sogno due volte, uno all’inizio della Seconda Intifada nel 2000 dopo una conversazione con Mahmud Darwish a Ramallah, e l’altra la scorsa estate dopo una conversazione con Najwan Darwish ad Haifa.

Mi sono chiesta quale fosse lo scenario più crudele – il non essere capace di vedere il mare ma sognarlo costantemente o essere capace di vedere il mare ma non potervi accedere? I palestinesi vivono in questo paradosso. Per comprende la letteratura palestinese, dovremmo avere una idea di cosa significa essere palestinese oggi.

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l campo profughi di Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza -Foto: Antonio Ottomanelli- (http://nena-news.it/palestina-cosa-significa-crescere-un-campo-profughi/#sthash.wVQqwg1O.dpuf)

Questo mese di Maggio segna 67 anni dalla Nakba del 1948, e i palestinesi continuano ad esistere fuori dal tempo. Nonostante le chiusure e i muri tra i quali si restringe l’orizzonte delle loro case, aumenta il loro desiderio di esistere. Solo in questo anno passato, da maggio del 2014 a ora –i palestinesi sono sopravvissuti a 50 anni di guerra (Israele-Gaza); all’annessione di circa 400 ettari di terra dalla West Bank che hanno creato un insediamento ebraico vicino Betlemme e che la stampa internazionale ha reputato come “il più grande furto di terra in una generazione”, pochi giorni dopo il cessate il fuoco a Gaza; pesanti pressioni fiscali da parte del governo israeliano in risposta al sorgere del movimento per raggiungere il Tribunale Internazionale di Giustizia dell’Aia; la perpetrata pulizia etnica nella parte Est di Gerusalemme, dove le scelte date ai palestinese sono di lasciare o di diventare ciò che loro non sono, laddove la legge difende solo coloro che sono israeliani ed ebrei; la creazione di nuove leggi approvate dalla corte israeliana, nonostante le violazioni degli standard internazionali, che dividono e offendono la dignità umana di palestinesi ed ebrei. Per non menzionare anche la crisi in Yarmouk, il campo profughi palestinese nella periferia di Damasco. Cosa succederà ai 18.000 rifugiati sepolti lì?

Dalla Nakba, i palestinesi vivono una costante condizione di confinamento, sia in israele che nella West Bank, sia a Gaza che nei campi profughi e in ogni parte del mondo; confinati nelle magli di ogni tipologia di confine, sia esso nazionale, fisico, psicologico o emotivo.

Le restrizioni alla loro libertà e movimento sono interminabili: checkpoints, linee verde, zone A-B-C, carte d’identità da mostrare ovunque e passaporti, speciali permessi per entrare nei territori del 1948, permessi rari. I palestinesi che hanno la cittadinanza israeliana non possono vivere nella West bank e le leggi israeliani non permettono ai palestinesi della diaspora (cioè i rifugiati) di vivere in Israele, nella West Banck e a Gaza. per non parlare di coloro che hanno la carta blu* a Gerusalemme che vivono il costante pericolo di perdere la loro residenza (*La carta blu è il documento che viene rilasciato dal Ministro degli Interni israeliani ai gerosolimitani palestinesi identificandoli come residenti temporanei.)
Come vive e sopravvive l’arte tra queste rovine?

gerusalemme28 Gerusalemme

La letteratura palestinese ha contribution enormemente alla letteratura araba, prendendo parte ad ogni sperimentazione artistica, contribuendo con raccolte di poesie, romanzi, teatro e diaristica. Oggi i palestinesi scrivono di diverse lingue e hanno differenti nazionalità, influenze culturali e diverse estetiche; alcuni appartengono ormai ad altre tradizioni letterarie e ad altre nazioni. Nonostante questa immensa varietà, tutti questi movimenti e queste creazioni provengono dalla medesima ferita, dal medesimo luogo.

Tra il 1978 e il 1995, è interessante scoprire otto nuovi giovani scrittori. Le loro biografie forniscono una testimonianza sorprendente dell’esperienza palestinese. Alcuni scrivono in arabo, altri in inglese, spagnolo, danese. Uno è nato a Nazareth e ha un passaporto israeliano; un altro è nato a Gerusalemme e ha la carta blu. Uno proviene dal campo profughi di Gaza e un altro da quello libanese, anche se adesso vive in esilio in Islanda. Puoi trovare palestinesi americani, palestinesi danesi, palestinesi australiani e palestinesi boliviani.

Mazen Maarouf è nato a Beirut, poi è stato nel campo profughi di Shatila in Libano, e ora vive a Reykjavik. la sua poesia “Confinamento solitario al settimo piano”, fa leva sulla mancanza di giustizia nel mondo. Simile ad altre sue poesie, immagini di sradicamento si uniscono a immagini fragile e violente. Maarouf sembra trovare una scheggia di libertà in ogni poesia.

In “Libertà e Costrizione”, un’intervista con l’autrice palestinese asutraliana Randa Abdel-Fattah, abbiamo avuto un assaggio di ciò che significa essere mussulmana e palestinese in Australia. Mi racconta del suo incrollabile fervore per il raccontare storie e il potere in esso contenuto. Puntualmente ci racconta che vorrebbe invitare i lettori a “sospendere giudizi e pregiudizi e ad entrare nei mondi del frainteso, del non rappresentato e del bistrattato”. L’autrice ci ricorda “non c’è nulla di così personale come questo”.

Non c’è nulla di più forte della maternità, dice il testo “Il tuo bambino”, della scrittrice di Gaza, Asmaa Alghoul. Il suo lavoro è pungente e coinvolgente. “Il tuo bambino” è un racconto della colpa che accompagna la maternità nelle guerre, e come l’amore può sconfiggere le macerie della storia, permettendo di avere, anche all’essere più sconfitto e lacerato, un profondo desiderio di vita.

Il desiderio di colmare la mancanza di una madre è esplorato nell’intimo nella storia “Lunga Distanza”, da Rodrigo Hasbún, scrittore di lingua spagnola, boliviano di origine palestinese. Lo scrittore cerca agio nel luogo proibito. Lo scrittore lascia il lettore in uno stato di sospensione attraverso una eloquenza sensuale e la qualità filmica della storia. Le conversazioni del narratore con suo padre sono piene di silenzi dove ciò che non viene detto parla ancora più forte.

In “Padre, mio figlio non nato” il poeta palestino-danese Yayha Hassan, offre un ritratto impietoso del proprio padre e della relazione tra padre e figlio. Lo stesso tema si muove nel primo libro di Yayha Hassan. Il suo lavoro è influenzato dal linguaggio orale, novità per i lettori danesi.

Il mare è la costante presenza delle poesie di Najwan Darwish. Il poeta viene dal cuore di una delle più contese città attraversate dal conflitto arabo-israeliano, Gerusalemme. Il suo lavoro unisce lo spirito alla storia, cercando risposte tra i lettori. Nella sua poesia “Vita sul monte Carmel”, ci lascia con un inquietante domanda: “cosa dovrei fare tra tutti questi devoti, qui, dove il tempo ha trovato la sua fine?”

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vista di Gerusalemme in un mosaico di Madaba -Giordania- (560 a.d.)

E, si potrebbe aggiungere, dove l’immaginazione ha resistito alla violenza. Così come echeggia nel saggio “Una mappa di Gerusalemme” di Sousan Hammad, una sinfonia di ricordo e dimenticanza. I suoi lavori sono striuggenti ma allo stesso tempo taglienti. “Una mappa di Gerusalemme” esplora la connesione tra natura della memoria, dei luoghi e del tempo. Passato e presente sono in costante fusione. Ci conduce in una mappa del cuore, portandoci nel “secolo del dolore”. Hammad scrive: “non so cosa significhi il sogno, ma faccio lo stesso sogno ogni notte. Vedo lei: una città di esuli in esilio”.

Le nuove scrittrici palestinesi e i nuovi scrittori palestinesi offrono al lettore un viaggio in ciò che significa essere umani; non attraverso la reotirca ma attraverso il sentimento. Una letteratura di valore estetico, di esplorazione del sé e del luogo, tra poesia e narrativa. Questi lavori contribuiscono alla nostra ricerca universale della verità lasciandoci incantati.

Alcuni testi*

Spazio di Mazen Maarouf (https://mazenmaarouf.wordpress.com/2012/09/02/space/)

Lo spazio
riempito da grandi rocce
come Luna,
non può ospitare
la richiesta del venditore di lotteria
o
assorbire
il vuoto della morte di un amico.

Non può aprirsi
ai bambini che giocano a calcio
fino alla fine del giorno..
ma rimane
quello spazio oltre lo spazio
e il venditore sospira…
e vediamo in esso
il viso
di un amico scomparso.

Lo spazio oltre lo spazio
che muta la sua roccia più grande
in una palla
colpita forte
dai bambini
alla fine del giorno

Fuori la porta di Yayha Hassan* (http://lareviewofbooks.org/essay/rage-denmark-yahya-hassan-danish-integration-debate)

MI SONO SEDUTO NELL’ARMADIO CON UNA CIAMBELLA NATALIZIA NELLA MANO
E HO IMPARATO AD ALLACCIARMI I LACCI DELLE SCARPE IN SILENZIO
HO DECORATO ARANCE CON SPEZIE E STRISCE ROSSE
CHE PENDEVANO DAL SOFFITTO COME BAMBOLE VOODOO PERFORATE

COSI’ RICORDO L’ASILO
MENTRE GLI ALTRI GUARDAVANO LIETI VERSO BABBO NATALE
IO LO GUARDAVO IMPAURITO
COSI’ COME GUARDAVO MIO PADRE

Un momento di silenzio di Najwan Darwish* (http://www.poetryfoundation.org/poetrymagazine/poem/247476)

E cosa dicevano gli armeni?

Un monaco di Umayyad
faceva ruotare su di noi grano e lana.

Il tempo è uno spaventapasseri.

Ecco ciò che dissero gli armeni.

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