Tra le maglie di Alimono_XI

scrivo adesso che è notte, e che tutto si agita nel fondo come un lago. oggi c’è luna piena, è una notte da passare sotto le stelle, con la terra che si inumidisce e suoni a cui non siamo abituati

ricordo perfettamente il lago nelle campagne sperdute della sierra Aracena, molti moltissimi anni fa, i piedi contro il fondo melmoso del lago, l’acqua scura e una luna grande, enorme su me e questo ragazzo sconosciuto che mi insegnava a camminare, a vedere

voglio ancora queste lune, ancora riuscire a vedere

Alimono è diventato un suono, un frutto e ora preme per essere veduto. Con Marianna faremo gli ultimi passi per il montaggio poi se riuscirò a lavorarci in uno spazio teatrale con luci e tutto sarebbe enormemente bello, per capirne i limiti o ancora, le potenzialità

sono a pezzi sia emotivamente che fisicamente, tante emozioni si sono accumulate in questi mesi, da quando sono andata via da Lecce ad ora, in una Bari in cui non riesco a sentirmi a casa se non quando mi lascio camminare per le strade vicino al mare…casa…non mi sono mai sentita radicata in un luogo…mai sentita appartenuta a-

ho bisogno di fermarmi o fare qualcosa di estremamente pratico

tutti i frutti sono caduti, l’immagine che davanti agli occhi si forma e che sento con le mani, si distende davanti a me con il suo albero privo di frutti e la terra su cui marciscono i frutti caduti, sembra che tutto sia fermo, che tutto sia risucchiato lentamente, mi sento come una pianta a cui viene risucchiata linfa
penso alla parola, al suono, alla necessità che ancora si forma in me di scrivere e la trovo crudele e ingiusta, disumana

penso a mio figlio o a mia figlia –la sento che mi cammina vicino, che mi sfiora, che respira con la mia pelle–penso, che ci sia nella vita un momento in cui sia necessario lasciarsi cadere ma non riesco, non riesco a farlo e attendo di tornare in quel luogo dove con estremo amore, mai sentito prima, ho rinunciato a me stessa

proprio lì ho bisogno di tornare per abbandonare ancora me sulla punta dura degli scogli, nel mare insaziabile e mobile che mi chiama e spaventa

rimando, tutto dopo, tutto quando il lavoro, in questa sua fase, sarà concluso e in ogni caso sarà un dono gioioso, un atto d’amore per Chiara e per tutti gli altri a venire

le voci di molteplici donne hanno fatto casa in me, ed io non so ora se sono capace di dar loro voce
dolcissima, questa notte con i suoi odori, mi porta proprio nel luogo dove si accumulano foglie, terra, rametti, lombrichi, radici divelte, muschio

Due archi sono tesi nella costellazione delle piccole cose accadute in questi ultimi giorni. Una è la forma della rondine, perfetta, con le sue ali, il colore delle piume, il suo piccolo leggero corpo, pian piano coperta di terra. Si dice che le rondini una volta cadute, non si rialzano più e muoiono

l’altra è la distruzione dei giardino magico. una storia che raccontavo a Francesco e che apparteneva al mio immaginario infantile. Un vecchio giardino non curato, recintato da un cancelletto arrugginito, lì sostavano piante intricate e il grande pino. Ogni volta che vi andavo con Ares ed Era era la sosta all’ombra e all’odore del pino e il desiderio di aprire il cancelletto e vedere cosa nascondesse il piccolo giardino

nel mio immaginario infantile c’è sempre stato un giardino segreto

raccontavo a Francesco che si trattava di un giardino magico e che una volta aperto chissà quali meraviglie vi erano dentro…

per un ampliamento stradale che segue alla costruzione della nuova stazione ferroviaria di Adelfia, anche quel giardino è stato spianato e con esso il grande pino

è lì con le sue radici enormi sradicate, forme speculari dei rami, in una posizione non più eretta tra il cielo e la terra e la resina cola dai tagli e manda un odore forte, pieno e le formiche continuano a farne casa e mi pare così nudo, esposto, eviscerato nell’azzurro tremendo del cielo

e mentre camminiamo nel sole di queste giornate che piano si riscaldano e allungano, Francesco mi lascia con una sola domanda
“e adesso?”

-la luna montante segna
nel suo arco
un agitarsi di acque
un rispondersi dolce
e un fremito

racchiudi un seme pulsante
nel cavo caldo delle mani
ed esso fa casa
tra la menta e il basilico

ti vedo salire su di una barca
e dolce è il cullare delle lune
e il tuo sguardo nel chiarore
della notte-

a M.

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