Tre poesie di Isabel Campos da “Notti di Turchia”

Notti di Turchia è uno degli ultimi scritti di Isabel Campos, autrice di poesie e appunti diaristici maturati durante i suoi numerosi viaggi, in qualità di fotografa.

Scomparsa all’età di trentatre anni, nel 1981, Campos ha lasciato numerosi appunti e raccolte che sono tutt’oggi in fase di raccolta e riordino. Ad oggi, solo due le raccolte pubblicate per i tipi di O Edizioni : “Scacco alla regina_agonie di Parigi” e “Notti di Turchia”.

I
Faik, la tua lontana
terra di Anatolia. Sul tappeto verde
della stanza di un albergo
la tua rosa
si schiude sulle mie mani

la sgrani, la tua età come un rosario
e Istanbul è fredda
e a Istanbul fa neve
e a Istanbul ho sentito il profumo
di un uomo. Sul tappeto verde
le scarpe lucide
lasciano poche tracce

Faik
non potranno capire
le colombe
il sogno della tua colonna
eretta sui cieli azzurri

qui ad Istanbul
le ragazze sono bellissime
può un çai accordarsi alle rose?

Faik, il tuo profumo
scava la mia pelle
e tra i solchi del tuo viso
nei grani della tua età
nella terra di Anatolia
sul tappeto verde
sulle labbra
nel whisky che venne prima della parola
nel sorriso che venne prima di ogni cosa
nelle mani
nel lasciami dormire con te, questa notte
una notte

le colombe non comprendono
l’amore degli uomini

II
la prima volta
in terra di Turchia
erano i fiori dell’inverno

minareti camminavano
fra le mie ciglia
ed ogni sguardo di un uomo
era simile al nero
dell’occhio dei cavalli

e tu conosci, la mia paura dei cavalli

camminavo dietro donne velate
senza far loro sentire
il peso della mia mano

passai nello sporco dei vicoli
per approdare al cielo sfolgorante
sul Bosforo
vedevo l’acqua mulinare

il Topkapı, da perfetta turista
mi apparve duro come il sesso di un uomo
i marmi splendevano sotto le mie mani
e finestre cromate lenivano il bianco del cielo

io non so perché, Istanbul
doveva la tua lingua farsi casa
e morire in me

non sapevo ancora
che le mani dei tuoi uomini
gli occhi delle tue donne
avrebbero cucito rosse lettere
sulla mia pelle

vago, come una cagna
che ha perso i suoi cuccioli
mi chiamano –non rispondo
la mia fame d’amore
muore con le correnti
e trova pace
-per il tempo di un soffio-
nei tappeti delle tue moschee, Istanbul

III
mi sveglio col canto dei minareti
nel tuo abbraccio
tutta l’urgenza dell’amore

tu sei la montagna
che precipita orizzonti sul mare
i tuoi fianchi
hanno odore di gelsomini

-Istanbul è lontana ma tutta
risiede nella tua bocca
tu, forse più selvaggio
con odore di terra e durezza di rocce
apri di Cipro
isole azzurre-

oggi è il tuo giorno libero, Faik
mancheremo al nostro serale incontro
sulle scale, sul tappeto verde
qui sorridono Faik
pensano alla straniera
ai vuoti bicchieri di whisky
siamo in una morsa, tu ed io
la nostra miseria ci allontana
il nostro amore ci imbarazza

la rosa è intatta
essa è percorsa da un tremore
che sempre si ripete

non è più la tua rosa
non è più la mia rosa

mi sveglio al canto dei minareti
e Cipro mi investe
Cipro mi sopravanza
Cipro disseta queste labbra riarse
con le rose

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