SAMIH AL-QASIM_la voce di un poeta

Samih al –Qasim*. Siamo in Palestina. Nel territorio consumato dalle ruspe, nello sgranarsi di alberi di ulivo e tronchi tagliati nel vivo della loro bellezza, tra asini e allineamenti di case vuote.

samih al-qasim Samih al-Qasim

Siamo nell’immaginario di un poeta, morto nell’agosto del 2014, importante non solo per la Palestina ma per tutto il mondo arabo. Un poeta della resistenza, e non solo, che, ancor prima di essere conosciuto o pubblicare libri, andava per i villaggi a declamare poesie in una forma di oralità che aveva l’urgenza e il bisogno di parlare alla e con la gente.

Questo dettaglio della sua vita mi fa sempre pensare, ogni volta che vi ritorno, alle parole di Fatima, che molto tempo fa ci fece scoprire quanto la lettura e la condivisione orale della poesia nei paesi arabi, sia stata sempre parte fondamentale di questa cultura. Tanto che vi era bisogno di spazi grandi come stadi per accogliere i poeti e il loro pubblico.

Al-Qasim riteneva la poesia un “vero e proprio lavoro rivoluzionario” e chi lo vide all’università di Al-Zaituna in Giordania, nel 2010, ricorda queste parole del poeta, che ritengo siano decisive per comprendere la vastità del suo orizzonte poetico e di vita: “sono giordano di nascita” dice al-Qasim, “siriano per l’infanzia vissuta e palestinese perché cresciuto e vissuto in Palestina. Non sono nessuno di questi se non un arabo”. La lotta per una Palestina libera e in generale per dei governi arabi liberi non era per al-Qasim una questione di rigido nazionalismo ma di ricerca di una convivenza pacifica tra le moltitudini e di una giustizia tutta umana contro l’occupazione e la violenza.

olive tree

In una lettera a Mahmud Darwish, al-Qasim scrive “noi non siamo un ramo tagliato via dall’albero della nostra nazione. Siamo i guardiani dei suoi sogni e i portatori della suo puro fuoco” e quando Darwish gli chiede in tono disperato “Dov’è la mia tomba, fratello? Dov’è la mia tomba?”, Samih risponde: “Non chiedermi dov’è la tua tomba. Fino a che la tua culla rimane una causa non risolta, anche ciò che riguarda il luogo dove riposerai, rimarrà una questione imbarazzante senza risposta”.

Alcune poesie di Samih al-Qasim:

“Camminando fiero”
(musicato da Marcel Khalifa: https://www.youtube.com/watch?v=Sb0bFeX2XTc)
Camminando fiero
camminando con la mia testa tenuta alta

Porto un ramo d’ulivo nella mano
e il mio corpo sulle mie spalle
e cammino e cammino

Il mio cuore è una luna rossa
il mio cuore è un giardino
pieno di bacche e basilico.

Le mie labbra sono un cielo che gronda fuoco, a volte
e a volte amore

C’è un ramo d’olivo nella mia mano
e il mio corpo e sulle mie spalle
e cammino e cammino.

(non sono sicura della traduzione di “tall” in “fiero”, chiunque abbia una ipotesi migliore è il benvenuto/a)

A Vittorio Arrigoni

Vittorio, Viktor,
alzati da quella bara di mogano,
alzati, alzati dalla tomba, e guarda.
Vittorio Arrigoni,
ecco il tuo sangue caldo,
dal mio corpo trasuda,
si insinua nelle parole,
e scivola, scivola dalle mie parole.
Vittorio,
eccoti con la kufiyya,
bandiera degli uomini liberi
e porta della libertà.
Porta che si allarga sempre di più,
sorvolando, sorvolando gli assedi delle mura fasciste.
Al di là, al di là di tutto,
Vittorio,
al di là anche dei tristi rituali mistici dei sufi.
Una ragazza di Gaza, una ragazza araba,
ti piange, ti piange con la disperazione di una sorella,
di una sorella palestinese,
in nome del popolo, in nome della patria, in nome dell’umanità
e ti stampa un bacio,
è un bacio libero, sulla tua fronte
e ti stringe la mano destra nella sua mano,
nella festa della resurrezione di tutti i martiri,
dalla tomba della catastrofe cieca
e dalle carceri degli occupanti,
nel giorno del sorgere dei simboli della verità eterna,
e nell’alba della libertà.
Vittorio Arrigoni, Vittorio Arrigoni,
sei come una rosa moscata,
un fiore, un fiore d’Italia.
La tua ferita, la tua ferita nella terra della Palestina usurpata,
nei profondi significati di Gerusalemme,
e nelle canzoni di Gerusalemme.
Lui è un amico delle palme, un amico del sole,
è amico della bandiera rivoluzionaria,
un fratello dell’internazionalismo.
Vittorio,
uccello del paradiso, Vittorio,
l’ulivo è il tuo spirito
ed è una patria eterna.
L’eco della tua voce rimane eterna,
la tua ombra è un pergolato davanti alla porta di casa.
Tu sei come un falco, un falco negli spazi magici,
le tue ali sono la sincerità delle tue buone intenzioni.
Vittorio, Vittorio, Viktor,
alzati e guarda.
Consola la tua sofferenza in noi,
e ricorda, ricordati che sei ancora la coscienza dell’umanità.
I semi del tuo sangue sono ancora vivi,
è tutto vivo ancora nello spirito,
vive nel popolo, vive in tutti gli angeli della terra,
vive, vive, vive in tutti noi.
Vittorio, Viktor, Vittorio,
sofferenza, nostalgia, pace, salute…

(poesia inedita recitata da Samih al-Qasim al Salone del Libro di Torino. “Una poesia rap in memoria dell’uomo e martire Vittorio Arrigoni, conosciuto nella striscia di Gaza con due nomi, Vittorio e Viktor”. Traduzione in italiano di Isabella Camera d’Afflitto, di alcuni membri della comunità palestinese, e di Lucy Ladikoff, già traduttrice per al-Qasim. http://www.infopal.it/vittorio-viktor-alzati-di-samih-al-qasim/ Su youtube: https://www.youtube.com/watch?v=qKpY8JavA8Q )

Un tè alla menta

Fino a quando avrò pochi palmi della mia terra!
Fino a quando avrò un ulivo…
un limone…
un pozzo…un alberello di cactus!..
Fino a quando avrò un ricordo,
una piccola biblioteca,
la foto di un nonno defunto.. un muro!
Fino a quando nel mio paese ci saranno parole arabe…
e canti popolari!
Fino a quando ci saranno un manoscritto di poesie,
racconti di ‘Antara al-’Absi
e di guerre in terra romana e persiana!
Fino a quando avrò i miei occhi,
le mie labbra,
le mie mani!
Fino a quando avrò… la mia anima!
La dichiarerò in faccia ai nemici!..
La dichiarerò… una guerra terribile
in nome degli spiriti liberi
operai.. studenti.. poeti..
la dichiarerò.. e che si sazino del pane della vergogna
i vili… e i nemici del sole.
Ho ancora la mia anima..
mi rimarrà… la mia anima!
Rimarranno le mie parole.. pane e arma.. nelle mani dei ribelli!

“Shalom” (1964)

Lascia agli altri cantare la pace
l’amicizia, la fratellanza e l’armonia.
Lascia agli altri il canto delle cornacchie
qualcuno strillerà tra le rovine nei miei versi
verso la nera civetta che caccia detriti di torri di colomba.
Lascia ad altri cantare la pace
mentre il grano si consuma nei campi
desiderando l’eco dei canti dei mietitori.
Lascia ad altri cantare la pace.
Mentre laggiù, oltre il filo spinato
nel cuore del buio
si stringe la tenda delle città.
I loro abitanti,
insediamenti di tristezza e paura
e la tubercolosi della memoria.

Mentre laggiù, la vita si spegne,
nella nostra gente,
negli innocenti, che mai fecero del male in vita!
E qui, nello stesso tempo,
molti hanno vissuto…in così tanta ricchezza!
I loro avi lasciarono tanta ricchezza per loro
e anche, ahimè, per altri.
Questa eredità –il dolore degli anni-appartiene a loro adesso!
Quindi lascia che gli affamati mangino a sazietà.
E lascia che gli orfani mangino gli avanzi dal banco del rancore.
Lascia che altri cantino la pace.
Nella mia terra, tra le sue coline e i suoi villaggi
la pace è stata uccisa.

(dal sito: http://www.elliottcolla.com/blog/2014/8/22/samih-al-qasim-two-poems)

Da “Fine di un dialogo con un carceriere”:

Dalla stretta finestra della mia piccolo cella,
vedo gli alberi sorridermi
e i tetti esultanti con la mia famiglia.
E le finestre piangere e pregare per me.
dalla stretta finestra della mia piccola cella
Posso vedere la tua grande cella!

Da “Biglietti”:

Il giorno in cui morirò
il mio assassino troverà
dei biglietti nella mia tasca:
Uno per la pace,
uno per i campi e la pioggia,
e uno per la coscienza dell’umanità.

Ti supplico –per favore non guastarli
Ti supplico, tu che mi hai ucciso: parti

(http://www.middleeasteye.net/essays/samih-al-qasim-and-language-revolution-1095441705#sthash.f35eOjT7.dpuf)

*Samih al-Qasim è stato un poeta di origine drusa, nato nel villaggio di az-Zarqa in Giordania, vissuto in Siria ma soprattutto a Rameh nel nord della Galilea. E’ stato uno dei primi drusi a rifiutare il servizio militare nell’esercito israeliano (ad oggi è ancora in atto una campagna per abolire il servizio militare dei drusi nell’esercito israeliano: http://electronicintifada.net/content/i-wont-hold-weapon-against-my-people-druze-refuse-serve-israels-military/14170) ed è stato diverse volte imprigionato per le sue poesie e i suoi scritti contro l’occupazione israeliana.

Alcune delle raccolte pubblicate: Diwan al-Hamasa (Antologia del fervore), Ard Murawigha. Harir Kassed. La Baas (Terra Evasiva. Seta pigra. Ma va bene), Quraan al-Mawt wal Yasmine (Il Libro della morte e dei gelsomini) (1971); Al-Mawt Al-Kabir (La grande morte) (1972); Ilahi, Ilahi, Limatha Qataltani (Dio, Dio, perché mi hai ucciso?) (1974); Sa Akhruju Min Sourati Thata Yawm (Lascerò la mia forma un giorno) (2000)

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