Assia Djebar, l’Algeria, le voci

la nouba des femmes du mont chenoua La nouba des femmes du mont Chenoua, film diretto da Assia Djebar

Bientôt, je ne sais quand au juste
un homme se présentera à votre porte
affamé hagard et gémissant
ayant pour armes un cri de douleur
et un bâton volé
Tôt ou tard quelqu’un blessé
se traînera jusqu’à vous
vous touchera la main ou l’épaule
et exigera de vous le secours
et le gîte
Tôt ou tard je te le répète
quelqu’un viendra de très loin
et réclamera sa part de bonheur
et vous accusera d’un malheur
dont vous êtes l’auteur
Toi
tes semblables
vous qui sabotez la réforme agraire.
(L’Enfer et la folie, di Youssef Sabti)*

Molti anni or sono, mi innamorai della scrittura e dei romanzi di una scrittrice algerina, di cui da poco ho appreso la scomparsa. L’Algeria allora, per una serie di motivi, era entrata a far parte di una mia personale costellazione di affetti. E in qualche modo vi è rimasta.

Nonostante non avessi mai conosciuto nessuno proveniente da quella non così poi lontana parte del mondo, l’Algeria aveva messo le radici nella mia mente e nella mia percezione delle cose. Inizialmente conoscevo solo pochi elementi che potevano portarmi a questa terra sconosciuta: le origini di Camus, il sapere che Jaques Derrida fosse nato nella capitale algerina e l’aver visto il film di Gillo Pontecorvo “La battaglia di Algeri”. Poi pian piano si assommarono altri elementi, altri sguardi: la passione per la cantante berbera Taos Amrouche, la scrittura teatrale di Kateb Yacine, e la sua lotta per una Algeria libera, e la voce e l’opera di Assia Djebar.

https://www.youtube.com/watch?v=8SMW3CtL7OU canto cabilo tradizionale cantato da Taos Amrouche

La libertà è un qualcosa che si conquista quotidianamente. Non è mai qualcosa di definitivo come un atto o un traguardo ma un costante lavoro nel rispetto di tutte le parti. E l’indipendenza di un paese non significa necessariamente che la libertà si sia definitivamente ottenuta.

https://www.youtube.com/watch?v=qplxjA0OpFY Amazigh Kateb, figlio di Kateb Yacine

La libertà è qualcosa da conquistare ogni giorno ed è costantemente insidiata dai bagliori del potere, sia esso politico, economico o religioso. Un potere che esercitandosi sugli altri, priva l’altro del diritto di vivere come meglio ritiene. L’Algeria è oggi un paese estremamente complesso, dove convivono comunità molto differenti tra loro e spesso in lotta, dove non sempre si può esercitare la libertà di comunicare quello che si vuole, dove governa l’assai discutibile presidente Abdelaziz Bouteflika. Un paese estremamente bello ma assai fragile.

algeriAlgeri

Dinamiche di potere sono presenti ad ogni livello delle nostre esistenze e mi chiedo se sia possibile vivere queste dinamiche senza sconfinare nella soppressione dell’altro, dei suoi “credo” e dei suoi desideri e/o bisogni.

Siamo testimoni di uno sconvolgimento globale che investe tutti. Uomini e donne in rivolta, barbarie infinite e stragi che si ripetono puntualmente. Nulla può giustificare ciò che oggi avviene anche se, sicuramente, se ne devono comprendere le cause profonde. Le immagini degli sgozzamenti brutali, la cronaca quotidiana, la farsa dei politici, la bassezza della mafia con cui conviviamo, la violenza gratuita, l’avvelenamento che respiriamo…sembra di essere ad un passo dal precipizio.

Eppure mi ritrovo a scrivere poesia, a scrivere di Assia Djebar, a cantare canti di lingue non mie, a leggere Kateb Yacine, a cercare nelle parole di chi è lontano una fiamma che illumini questa esistenza, il cui storto crinale mi impedisce di vivere un giorno di tranquillità.

“Scrivere/per non restare/a mani/nude/… affinché la mia poesia faccia strada/ a ciò che non conosco”, così recitano le parole di André Du Buchet in Carnets, riportate da Assia Djebar nel suo libro “Queste voci che mi assediano”.

Assia Djebar mi ha reso familiari i luoghi di una Algeri mai vista, la “lingua delle donne” riscoperta nei luoghi dell’infanzia, attraverso le voci femminili dei suoi personaggi, attraverso visioni di terrazze imbiancate e memorie di scrittori scomparsi, attraverso una guerra raccontata dagli occhi di una donna. “L’amore, la guerra”, “Donne d’Algeri”, “Bianco d’Algeria” sono alcuni dei libri incontrati lungo questo percorso di conoscenza.

Con Assia Djebar ho imparato a conoscere lo squarcio insanabile di colei o colui che scrive nella lingua dell’oppressore. L’adozione della lingua del dominatore che diviene la propria, che fa carne nella carne come un qualcosa di estraneo e allo stesso tempo, ormai visceralmente proprio.

“Evocherò, come nella lingua spagnola –la più prossima dopotutto per noi, fra i nostri incroci europei- che parla di dare nel bianco, ossia tirare al bersaglio, evocherò similmente il bianco per me? Il più ricco dei colori che inganna il meno possibile, è proprio questa pozza rotonda della lingua in me, in noi- lingua dell’Altro, divenuta per certuni tunica, velo o armatura, ma essa è, per alcuni soltanto, quasi pelle!” Scrive Assia Djebar in “Bianco d’Algeria”.

Una lingua del resto che attraversata, gioita e sofferta, cerca nella parola uno spazio possibile di esistenza che non sia appropriazione territoriale di una origine ma che nel suo senso di generazione e rigenerazione possa dare vita ad un possibile luogo di coesistenza.

Così scrive in chiusura dello stesso libro Djebar: “Nello sfolgorio di un simile deserto, nel ritrarsi della scrittura alla ricerca d’una lingua fuori dalle lingue, applicandosi a cancellare con ardore in sé tutti i furori dell’autodivorazione collettiva, ritrovare un dentro la parola che, esso solo, resti la nostra patria feconda”.

Parole preziose che del resto indicano una possibile via per una pacifica convivenza con le storture del passato che accumulano rancori e rabbia e aiuterebbero a cercare vie possibili per il qui ed ora della storia che stiamo scrivendo.

Lucidamente Djebar sottolineava il grave limite che ogni forma di esclusione/esclusività impone. E anche in questo caso, la questione linguistica può essere veicolo per una trasformazione capace di accogliere e non di respingere o trincerare. Dipende appunto, da come questa questione è assunta.

“Si tratta per noi vi verificare”, scrive Assia Djebar in Queste voci che mi assediano, “in ogni paese o in ogni cultura che rifiorisce all’aria aperta, dopo un periodo di grandi violenze o micidiali tempeste, si tratta di sperimentare il passaggio fra una lingua e l’altra. Se non permette il flusso, la corrente, la navigazione dei corpi, delle voci, degli occhi, delle musiche, allora spunta il fallimento, che addensa, blocca, spinge alla distruzione. Ahimè, è quello del mio paese, l’algeria ansante: per fobia della seconda lingua, della terza, per rifiuto di un multilinguismo iscritto nella nostra cultura fin dall’Antichità (popolare ed erudita), per paura della sconfinata molteplicità delle forme, il mio paese, sotto una vera dittatura culturale, è stato assillato da un monolinguismo pseudoidentitario: un’unica lingua rivendicata come armatura, carapace, muro! Allora l’assassinio spunta, il sangue sprizza, il rifiuto del “fra” due parole e de lingue in movimento fa precipitare in un antro oscuro. La ghul, cioè la morte vorace, interpreta di nuovo il suo ruolo funebre”.

Parleremo ancora di Djebar e di Kateb Yacine. Anche questi due scrittori fanno parte di quella che ormai chiamo, mutuandola da Kanafani, la scrittura della resistenza. Per ora, tenevo a creare questo piccolo spazio accennando ad una scrittrice e ad una terra le cui ferite riguardano profondamente il così detto mondo “occidentale” da cui proveniamo. E a rendere omaggio ad una grande scrittrice e alla sua voce di donna.

* Youssef Sabti, è stato uno scrittore e sociologo algerino ucciso da estremisti islamici nel 1993. Questo anno è particolarmente doloroso per la storia algerina poiché vennero uccisi, soprattutto da estremisti islamici, numerosi scrittori ed intellettuali tra cui Taher Djaout, Djilali Liabhs, Ahmed Asselah e il regista Abdelkader Alloula. La lista è molto più lunga di quella appena riportata.

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